QA Manager H/F - Anson McCade - Paris        
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          Gli infiniti possibili di Giorgio Sollazzi, musicista        
All'epoca ero molto ingenuo e molto presuntuoso e pensavo di poter scrivere “recensioni” di grandi opere musicali del passato. Le pubblicavo su un sito commerciale (che esiste ancora oggi). Quando mi venivano bene, erano “schede" molto pedantesche, contenenti le stesse informazioni che si possono trovare su una qualsiasi garzantina. Infatti, qualche anno dopo, quando Wikipedia arrivò in Italia, smisi di farmi sfruttare dal sito commerciale e trovai quella che probabilmente è la mia vera vocazione internettiana.

Ad ogni modo fu sul sito commerciale che conobbi Giorgio Sollazzi. Anche lui scriveva recensioni. Con la prima, importante differenza che lui è musicista, e quindi sa di cosa scrive, e con una seconda differenza: le sue recensioni erano avvincenti, estrose, godibilissime, anche e soprattutto quando sembrava che non avessero nulla a che fare col brano musicale che - in teoria - ne costituiva l'oggetto. Le recensioni di Giorgio non parlavano precisamente né del brano musicale “in sé”, né della sua ricezione da parte dell'ascoltatore-recensore. Si situavano, piuttosto, in qualche punto lungo la relazione fra questi due elementi, come un acrobata in equilibrio su un filo, o come uno dei fuochi di due specchi parabolici contrapposti. Non per niente “mirrors” (con la m minuscola) era il nickname che Giorgio si era scelto.

A un certo punto Giorgio uscì dal sito e cancellò il suo account. Dev'essere per questo che, cercando ora qualcuna delle meravigliose recensioni di mirrors, non ne trovo nessuna. Qualche tempo dopo si iscrisse nuovamente con un altro nickname e cominciò a pubblicare recensioni di forma più tradizionale, ma sempre molto belle, come ad esempio questa, sulla settima di Beethoven.

L'interpretazione verbale di un brano musicale è sempre un grosso azzardo. "Scrivere di musica è come ballare di architettura", diceva Frank Zappa. Le descrizioni che amo di più sono quelle di musiche inesistenti, come la sonata di Vinteuil in Proust o le composizioni immaginate da Thomas Mann nel Doktor Faustus. Proust mescolava genialmente le carte, inventandosi una sonata per violino e pianoforte che prendeva un po' dalla Sonata in re minore di César Franck, un po' da un quintetto di Saint-Saëns, senza essere né l'una né l'altro; in piena coerenza, d'altronde, con la sua estetica, dove non esistono "descrizioni" "realistiche" del "mondo esterno". Quanto a Mann, Arnold Schönberg s'inalberò quando seppe che la sua musica aveva ispirato quella del romanzo, al punto da pretendere una smentita da parte dello scrittore. E dal suo punto di vista Schönberg aveva anche ragione, in quanto Mann interpretava la dodecafonia come un fenomeno di dissoluzione morale, che era quanto di più lontano dagli intenti del severo musicista.

Ma anche divagare è un'arte, che a me non riesce: ci provo inutilmente, per poi subito ricadere nel mio solito modo di scrivere pedestre e nozionistico. Dunque, meglio rimanere on topic e parlare di Giorgio Sollazzi. Ecco: quando lo conobbi, non attraversavo quello che si dice un buon periodo. Mi ero laureato, avevo fatto il servizio civile, abitavo a casa dei miei in provincia, lontanissimo dall'università e dai miei amici di laggiù. Gli altri miei amici, quelli del liceo, erano sparsi in giro per l'Italia. Facevo pratica in uno studio legale. Ero, in sostanza, disoccupato, e mi sentivo terribilmente solo e senza prospettive. L'amicizia epistolare con Giorgio mi aiutò a tenermi in piedi. Ci scambiavamo commenti e messaggi sul sito commerciale (che fungeva anche un po' da social network), email, ma anche lettere cartacee: ricordo un plico meraviglioso che egli mi spedì con un CD che aveva masterizzato per me. Dentro c'erano un brano di Stockhausen, Il canto sospeso di Nono, un coro dal Trovatore, e non ricordo cos'altro.

A quel tempo Internet non aveva ancora stravolto la distribuzione della musica. C'era Napster, ma con le connessioni lente di allora non è che si riuscisse a scaricare granché. Per ascoltare musica bisognava ancora affidarsi alla radio, oppure ordinare il disco al negozio e aspettare che arrivasse. C'era poi una circolazione semiclandestina di audiocassette duplicate artigianalmente, che passavano di mano in mano come samizdat. Tutta una dimensione romantica, di scoperta, che si è persa dal momento in cui è bastato digitare un nome su un motore di ricerca per avere subito a disposizione l'intera produzione di qualsiasi musicista antico o contemporaneo.

Poco tempo fa ho chiesto a Giorgio se, come musicista, non si sentisse stimolato da questa odierna vasta disponibilità di musiche, e come mai ciò non lo inducesse a scrivere in una tale, enorme varietà di stili e di linguaggi: oggi un brano dodecafonico, domani uno pop, dopodomani uno free jazz, e via dicendo. Non ricordo esattamente il tenore della mia domanda - che comunque era piuttosto stupida, si capisce. Ricordo invece perfettamente la replica di Giorgio: fare come gli suggerivo io - mi ha risposto - avrebbe forse aumentato il suo tasso di libertà ma avrebbe diminuito il tasso di scelta.

In uno dei suoi romanzi, Nicola Lagioia offre alcune riflessioni molto interessanti a proposito del ritrovare sui social network i propri amici di gioventù. Queste amicizie del mondo reale divenute poi virtuali - osserva Lagioia - hanno una strana consistenza umbratile. Simile a quella degli spiriti nell'undicesimo libro dell'Odissea (o nel sesto dell'Eneide), aggiungerei io. Colpa del mezzo, evidentemente, e non dell'amicizia in sé - ma questo è un altro discorso.

Conosco Giorgio da sedici anni e non ci siamo mai incontrati di persona: solo via Internet, e qualche volta per telefono. Però non ho mai avvertito come un limite la virtualità della nostra amicizia. Forse perché nel suo caso manca il confronto con l'immagine mnemonica della persona reale, o forse per il felice paradosso che Giorgio riesce a realizzare nelle sue comunicazioni virtuali, allo stesso tempo lievi e intense.

Sto pensando che “lieve” e “intenso” potrebbero essere i due primi aggettivi che mi vengono in mente ascoltando la musica di Giorgio. Mi rendo conto che come contributo critico è parecchio inadeguato, ma ho già detto che non sono del mestiere. Giorgio ha esposto la sua poetica (o almeno, una delle sue poetiche) in uno scritto che potete trovare qui.

In questo saggio, Giorgio prende le mosse dal personaggio di Amleto (con annesso spettro del re di Danimarca?) per proporre una sua complessa concezione della composizione, come “apparizione” o “evocazione” di “potenziali”. 

Shakespeare era un altro interesse che ci univa quando scrivevamo sul sito commerciale. Giorgio ha molto riflettuto, e qualcosa ha anche scritto, sia in prosa sia in musica, sulla figura di Amleto.


Quanto a me, partendo dalla constatazione che su Internet in italiano c'era ancora poco materiale sull'argomento, mi ero messo in testa di compilare e mettere on line una "recensione" per ciascuno dei drammi del Bardo. Tanto ero sprovveduto, a quell'epoca.

Più tardi abbandonai l'insano progetto, assieme alle mie velleità di anglista, e praticamente smisi di leggere Shakespeare. Oggi amo recarmi, di quando in quando, a visitare l'abbazia cistercense di Morimondo. Questo non c'entra nulla con quanto ho detto finora. Però nell'abbazia c'è un bel coro ligneo di epoca rinascimentale.

Ogni volta che lo vedo recito mentalmente la prima quartina del Sonetto LXXIII.

La migliore traduzione italiana è quella di Ungaretti:

"Quel tempo in me vedere puoi dell'anno
Quando già niuna foglia, o rara gialla in sospeso, rimane
Ai rami che affrontando il freddo tremano,
Cori spogliati rovinati dove gli uccelli cantarono, dolci".

Di solito i commentatori sottolineano il senso di desolazione che promana da quei bare ruin'd choirs, vuoti, semidistrutti e muti. Sta di fatto che Shakespeare, mentre ce li descrive, riesce in qualche modo a farcene riascoltare il suono. Forse questa è una delle cose che il poeta vuole dirci: la memoria, aiutata dall'arte, può riuscire ad evocare la musica di un coro assente.














          Tifiamo Scaramouche!        
Tifiamo Scaramouche è una raccolta di racconti in quattro volumi che possono essere scaricati liberamente in formato PDF dal sito dei Wu Ming. Si tratta di una fan fiction derivante da L'armata dei sonnambuli, l'ultimo romanzo storico del collettivo uscito nel 2014.

A curare la raccolta è stato Simone Scaffidi L. Da un'idea di: Pietro Pace, Mauro Vanetti e Alessandro Villari (Avvocato Laser). Il progetto grafico e l'impaginazione si devono a Franco Berteni (Mr Mill) e Simone Scaffidi L. La copertina e le illustrazioni sono di Alessandro Caligaris e Francesca Sibona.

Qui di seguito, ecco il mio contributo, pubblicato nel terzo volume della raccolta. Buona lettura.


Il flauto tradito
Parigi, 1801

1.

A suo modo, Ludwig Wenzel Lachnith era un uomo generoso. La sera del 20 agosto 1801, dopo la trionfale prima della sua opera I misteri d'Iside al Teatro della Repubblica, il compositore offrì la cena all'intera troupe, comparse e suggeritore compresi.
Benché relegate al tavolo meno prestigioso dell'ampia sala del ristorante, le due comparse Léo Modonnet e Emanuele Gizzio potevano udire facilmente i discorsi del tavolo principale, quello dove sedeva Lachnith assieme al manager del teatro, al librettista Étienne Morel de Chédeville e ai cantanti protagonisti. Per meglio dire, potevano udire il monologo del torrenziale musicista boemo, la cui voce sopravanzava quelle di tutti gli altri.
«Eh sì, caro Chédeville! Il buon Mozart aveva del talento, questo nessuno lo vorrà negare; ma aveva anche un'esecrabile tendenza al lambiccato, all'insolito... In una parola: troppa complicazione! Oggigiorno il pubblico non ne vuole sapere di una musica che sia troppo difficile. La gente vuole ariette semplici, presentate con garbo, che tocchino il cuore senza affaticare il cervello. Prendete il Don Giovanni: quante graziose melodie! Parola mia, credo che abbiamo fatto bene a prenderne una in prestito, per il nostro terzetto. Tuttavia, andiamo... La scena con la statua nel finale secondo... Chi può sopportare una tale rombante cacofonia? Pensate solo questo: in quattro battute, quel povero basso deve cantare tutte e dodici le note della scala cromatica. Sapete? Un mio amico italiano, galantuomo e compositore eminente, mi parlava tempo fa con orrore di un certo quartetto per archi, dove Mozart ha accumulato tante di quelle dissonanze da creare un ripugnante caos, direi quasi un giacobinismo sonoro, dove va completamente perso ogni giusto criterio di gerarchia tra le sette note... Di proposito dico sette, non dodici; giacché nessuno, a meno che il suo orecchio non sia guastato dalla musica per tastiera, crederà mai che un re diesis possa essere uguale a un mi bemolle... Anzi: un re è sempre un re, come dicono in Italia, non è vero?».
«Ma va' curcati, buffuni!» commentò Gizzio a mezza voce.
«Perciò, quando mi fu proposto di allestire per le nostre scene Il Flauto magico, la prima cosa che pensai fu: sta bene; ma, per carità, sfrondiamo! Semplifichiamo!
Smussiamo le asperità del testo! Rendiamo il tutto più comprensibile, più adatto alle orecchie del nostro pubblico. Più elegante, anche. E l'esito così radioso di questa serata ha dimostrato che avevamo avuto pienamente ragione. Prima di tutto: i nomi. Tutti quei Tamino, Papageno e Papagena del testo originale, così goffi e plebei, noi li abbiamo cambiati nei molto più raffinati Isménor, Bochoris e Mona...».
Modonnet rise.
«Non voglio parlare della parte musicale. Ho dovuto lavorare parecchio di forbici e d'ingegno per dare una veste accettabile alla barbarica partitura. Ma, per quanto riguarda il vostro lavoro, Chédeville, potete andare orgoglioso di avere addolcito il carattere di quella terribile regina della notte. Certo, l'aria del secondo atto l'abbiamo dovuta proprio espungere: a parte che è impossibile da cantare, ma quel testo “der hölle Rache kocht in meinem Herzen...”, “vendetta infernale sento nel mio petto”... Ahimè! Una gentile e amabile donzella come voi, signorina Maillard, avrebbe dovuto intonare tali parole? Per carità! Abbiamo già sofferto abbastanza, qualche anno fa, con quella spaventosa Medea di Cherubini. Basta, basta! I personaggi femminili, a teatro, devono rassicurare, non inquietare! Belle fanciulle, mogli e madri esemplari: questo vuole il nostro distinto pubblico. Perché la gente, la sera, vuole distrarsi dai traffici quotidiani del commercio e della Borsa, e trovare sollievo dalle cure dello Stato. Dirò di più: nell'epoca moderna la gente vuole vivere il proprio tempo come un affascinante, mutevole, infinito spettacolo. In una parola, vuole divertirsi. Il nostro compito è di farli divertire. E questa sera ci siamo riusciti; possiamo affermarlo con fierezza. Brindiamo!».

2.

Erano passate le quattro del mattino quando Modonnet e Gizzio ritornavano al foborgo Sant'Antonio. Davanti alle botteghe dei fornai c'erano già le prime code. I volti e i discorsi delle persone in fila per il pane manifestavano stanchezza, frustrazione, rabbia.
«Quattordici soldi per quattro libbre di pane! Così non si può andare avanti».
«Uno schifo, altro che!».
«Bonaparte non sta facendo un cazzo».
«Sbagli, cittadina. Bonaparte sta facendo parecchio. Solo, non per noialtri».
«Per i grandi proprietari. Per i nobili, gli speculatori, i fornitori dell'esercito e i finanzieri. Per quei merdosi, ecco per chi sta lavorando il Primo console...».
Gizzio sembrava ancora più taciturno del solito. Per tutto il cammino dal centro al foborgo, dove lui e Modonnet abitavano, disse a malapena due parole, eccettuate le strane bestemmie che ogni tanto sputava tra i denti.
«Toglimi una curiosità» gli chiese alla fine Modonnet mentre stavano per arrivare a casa. «Al tuo paese è normale invocare con tanta frequenza la ghigliottina su Gesù Cristo, sulla Madonna e su tutti i santi, come fai tu?».
Gizzio rise amaramente: «Lo facciamo di continuo. Tutti, anche i bambini e i preti. Vieni a vivere un mese dalle mie parti, e capirai».
«Non mi ricordo mai come si chiama la tua città».
«Io stesso vorrei non ricordarmene. Comunque, non è una città: è un villaggio di poche anime sperduto nell'Aspromonte. Ammesso che esista ancora. Non ho sue notizie da due anni, cioè da quando sono venuto qui a Parigi».
Era il discorso più lungo che Modonnet gli avesse mai udito fare.
«Ma no» proseguì Gizzio, come parlando fra sé. «Giudico troppo severamente i miei compaesani. In fondo, nessuno di loro si è arruolato nell'Armata cristiana e reale». Gizzio pronunciò queste ultime parole con una smorfia di disgusto.
«Ne ho sentito parlare» commentò Modonnet. «Le bande del cardinale Ruffo, non è vero? Una specie di Vandea...».
«Molto peggio. I vandeani, almeno, sapevano per cosa combattevano; i sanfedisti invece si sono solo fatti affascinare dai feudatari e dai preti. Hanno avuto quello che si meritavano. Li aspettano altri due o tre secoli di dispotismo e di miseria. E ti dico la verità: penso che anche qui, in Francia, andrà a finire allo stesso modo. Te lo concedo: finora il popolo di Parigi si è comportato bene, specialmente i tuoi compagni del foborgo Sant'Antonio. Ma quanto ancora potranno resistere? I contadini francesi non sono affatto
più intelligenti di quelli del Regno di Napoli; nelle campagne già da tempo monta la reazione. Gente che cerca solo un padrone cui obbedire; e in buona parte l'ha già trovato. E allora non chiedermi perché bestemmio, Léo: mi è rimasto solo questo, mannaia lu signuri!».
«Ho sempre apprezzato il tuo ottimismo, cittadino Gizzio!» concluse Modonnet.

3.

Uno dei vantaggi del mestiere teatrale è che permette di dormire sino a tardi; quando si ha un tetto sotto cui ripararsi, naturalmente. Léo Modonnet, per ora, l'aveva; ma quella mattina dormì lo stesso un sonno assai inquieto. Verso mezzogiorno, poco prima di svegliarsi, fece uno dei sogni più enigmatici della sua vita.
Era un sogno musicale. Modonnet udiva con una chiarezza allucinatoria una breve melodia, gentile e saltellante, in uno stile antiquato, suonata da una piccola orchestra. Poi, lo stesso tema, ma eseguito da un'orchestra molto più grande, con accenti molto più imperiosi e con una chiusa cromatica vagamente minacciosa. A questo punto appariva uno strano ometto, che si esprimeva con un forte accento tedesco. «Ogni vero artista, mein Freund, è anche uno Zauberer – un mago –, sì. Può capitargli di prevedere un futuro imprevedibile. Cosa, o chi, aveva in mente Rousseau quando, riferendosi alla Corsica, scriveva: “ho il vago presentimento che un giorno questa piccola isola stupirà l'Europa”? E quel ragazzino di dodici anni, che un giorno nel mio giardino mise in scena il suo Bastien und Bastienne – come poté presentire che un giorno la volontà generale sarebbe stata manipolata e circuita da un tiranno? Eppure, mein Freund, la storia non è mai un copione già scritto, così come una partitura non è mai immodificabile. E quando ci si accorge che la pagina è guasta, rimane sempre una soluzione: strapparla».
Modonnet si svegliò frastornato e con un forte mal di testa. Senza sapere bene perché, la prima cosa che fece fu aprire il suo baule per cercarvi un involto. Dentro c'erano una maschera nera, un mantello e un bastone dal manico lucente.
Quella notte, Ludwig Wenzel Lachnith, davanti al portone di casa sua, mentre frugava un po' alticcio nelle tasche del suo soprabito per cercare la chiave, notò una scritta di colore rosso fosforescente sul muro proprio accanto alla porta:

RACHE

Prima che avesse il tempo di chiedersi cosa stava succedendo, avvertì il brivido freddo di una lama proprio sotto il mento, e udì alle sue spalle una voce altrettanto metallica e tagliente: «Cittadino musicista, vogliate cortesemente condurmi nel vostro studio».
«Come volete, amico mio» diceva Lachnith mentre saliva le scale, tallonato da Scaramouche. «Non c'è bisogno di tutta questa commedia... vi ho riconosciuto, sapete?».
«Merda» pensò Modonnet.
«Eravate con me a cena ieri sera. Ammetto che il ruolo che vi è stato assegnato nell'ultima produzione è al di sotto delle vostre capacità attoriali; ma tenete conto che si tratta di un'opera, e che Voi non sapete cantare. Ho delle conoscenze, e posso farvi ottenere una buona scrittura per la prossima stagione di prosa... però, immagino che vogliate un risarcimento più immediato, e in contanti».
Erano intanto entrati nello studio del compositore.
«Immaginate male» disse Scaramouche. «Voglio solo porre rimedio a uno dei più insensati e odiosi crimini contro il buon gusto e il buon senso che si possano citare nella storia dell'arte musicale. Voglio cancellare la macchia con cui voi avete insudiciato la memoria di un grande musicista. Voglio che mi diate la partitura originale di quello scempio chiamato I misteri d'Iside».
«Eccola». Lachnith sollevò un manoscritto dal ripiano della sua scrivania e lo consegnò a Scaramouche: «Cosa ve ne farete, adesso?».
«Non lo so ancora. La strapperò in mille pezzi e la getterò nella Senna. Oppure ne attaccherò i fogli ai muri di Parigi per denunciare la vostra cialtroneria».
Lachnith rise: «Vedo che siete un idealista. Forse non vi siete accorto che i tempi sono cambiati e che la rivoluzione è finita. Permettetemi di darvi un consiglio: perché non ve ne tornate in Italia? Laggiù c'è ancora da fare per le teste calde come voi. Già che ci siete, portate con voi quel musone del vostro amico, e ditegli che non è colpa nostra se i giacobini napoletani erano degli imbecilli... se avessero dato subito la terra ai contadini, anziché perdere tempo in chiacchiere, le cose sarebbero andate molto diversamente».
«Ce ne ricorderemo per la prossima rivoluzione» disse Scaramouche.

Nota bibliografica

Questo racconto deve molto al primo capitolo del libro di Augusto Illuminati Gli inganni di Sarastro, Einaudi, Torino 1980, che indaga – sia pure con qualche eccessivo schematismo – le relazioni fra la teoria politica di Rousseau, le scoperte di Franz Anton Mesmer, il Bastien und Bastienne – la cui prima rappresentazione si dice abbia avuto luogo nel giardino della casa di Mesmer a Vienna – e Il flauto magico di Mozart.
Hector Berlioz nelle sue Memorie critica con estrema durezza l'adattamento molto libero de Il Flauto Magico realizzato da Lachnith sotto il titolo de Les mystères d'Isis. Il testo originale delle Mémoires di Berlioz (Parigi 1865) è facilmente reperibile in Internet.
Sulle critiche rivolte a Mozart dal musicista suo contemporaneo Giuseppe Sarti si veda il saggio Sarti contro Mozart di Massimo Mila, ora in M. Mila, Mozart. Saggi 1941-1987, Einaudi, Torino 2006, pp. 332-58.
La sorprendente identità fra il tema iniziale dell'ouverture del Bastien und Bastienne e l'inizio della Terza Sinfonia di Beethoven è, secondo Hermann Abert – citato da Wolfgang Hildesheimer nella sua nota biografia mozartiana –, una pura coincidenza. Com'è noto, Beethoven intendeva intitolare la sinfonia a Napoleone Bonaparte; secondo la tradizione, il musicista strappò la dedica quando seppe che Napoleone si era fatto incoronare imperatore.
Il parallelo fra Napoleone Bonaparte e il Sarastro di Mozart/Lachnith si trova in Jean Tulard, Napoleone. Il mito del salvatore, Rusconi, Milano 1980, p. 9. Alle pp. 183-85 dello stesso libro si parla della crisi alimentare in Francia fra la primavera del 1801 e il 1802.
Le idee esposte qui da Lachnith sulla modernità come spettacolo e sulla “gente” che si vuole divertire derivano in realtà dal libro di Alessandro Baricco L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin, Feltrinelli, Milano 2009.


          1994        

From: "scrittore della domenica" <scritdom72@unimi.it>
To: "lorenzo" <Lrnz73@unipi.it>
Date sent: Mon, 14 Feb 1994 12:09:05
Subject: Eccomi

Mannaggia a te! Che c'era di male nelle lettere cartacee? Signornò. "Dai, mandami un'e-mail! E' facile, divertente, vedrai!". - Intanto ho dovuto iscrivermi al laboratorio d'informatica di questa cavolo di università, dove bisogna fare domanda in carta bollata anche per un caffè al bar. Poi, io il computer manco lo so usare. A quest'ora dovrei essere in sala studio a preparare l'esame di diritto privato comparato (capirai); invece sto qua ad arrovellarmi con tastiera e mouse.

Va beh. Ti scrivo per questo: devi assolutamente registrarmi un po' di cassette di musica rock. Hai presente? Quella che tu hai sempre detto che io la snobbo. Specialmente, quanto più progressive anni '70 riesci a procurarmi. Non so, gli Yes, i Genesis, i King Crimson, quella roba là. E poi il grunge. Non i Nirvana, ché onestamente non li reggo: Smashing Pumpkins, Pearl Jam, Soundgarden. E magari della musica da discoteca, però di un certo livello. E ci sarebbe un pezzo di un gruppo inglese che mi ossessiona, si chiama... ce l'ho sulla punta della lingua. Basta, appena mi ricordo il titolo te lo dico.

No, non sono impazzito. E' che ho conosciuto una ragazza molto simpatica che ha questi gusti musicali. Anche molto bella, a dire la verità. Anzi, la sola cosa che le vorrei dire è proprio questa: che la trovo bellissima. Ma, tu mi conosci; non c'è verso; se provo ad affrontare l'argomento, ammutolisco senza rimedio. Così mi servono urgentemente altri argomenti di conversazione. Lei studia inglese, e fin qui posso arrangiarmi. L'ho anche accompagnata a lezione, ho studiato i suoi appunti. Sai? Sto diventando, credo, il massimo esperto di T. S. Eliot di tutto il basso Ionio reggino. Quest'estate, se non altro, potrò esibirmi nei locali sul lungomare recitando The Waste Land a memoria.

Ma tutto questo non basta. Prima o poi dovrò trovare il coraggio di invitarla a uscire una sera, che so, ad un concerto, o addirittura (non ridere) a ballare. Perché ho capito che alle matinée in Conservatorio lei non ci viene. Ebbene, è qui che subentri tu. Devi aiutarmi ad andare oltre Beethoven. Ripeto, procurami del rock, perché mi serve come il pane!

Attendo tue notizie, stammi bene.

P.S. Mi sono ricordato il titolo di quella canzone: Creep, dei Radiohead.


From: "scrittore della domenica" <scritdom72@unimi.it>
To: "lorenzo" <Lrnz73@unipi.it>
Date sent: Mon, 21 Mar 1994 15:31:22
Subject: Re: Re: Eccomi

Grandi novità! Abbiamo occupato. Ora la nostra casa dello studente è Pensionato Universitario Occupato Autogestito. L'abbiamo deciso venerdì sera, al termine di un'agitata assemblea sugli ultimi aumenti delle rette e della mensa. Io mi sono aggiudicato la gran parte dei turni di notte in portineria: sia per evitare i turni di pulizia, sia perché mi piace fare le ore piccole e perché durante l'occupazione c'è un bel clima. Si parla, si beve, si fuma tabacco e non solo: effettivamente, non sto studiando granché. Però mi diverto.

Ieri, per esempio, verso la mezzanotte la situazione comprendeva una bottiglia di mirto, uno stereo, sei-sette persone fra cui Alice (la ragazza di cui ti ho parlato nella mia ultima lettera) e me. Il guaio è che dopo un'oretta loro sono usciti, per andare credo in discoteca, mentre io dovevo rimanere per continuare il turno; ma mi hanno lasciato la bottiglia, d'altronde semivuota, e lo stereo. O forse due bottiglie e due sterei, a quel punto non capivo più bene. Sono riuscito, in qualche modo, a togliere la cassetta dei Rage Against The Machine e a mettere su il Lamento d'Arianna di Monteverdi, che in quel momento era anche più adatto.

A proposito: mi hai registrato le cassette che ti ho chiesto? Se scendi anche tu in Calabria per le elezioni, tra una settimana me le puoi dare. Ma l'hai visto quel pagliaccio miliardario? E pensa che magari qualcuno lo voterà anche. Viviamo in un paese meraviglioso.


From: "scrittore della domenica" <scritdom72@unimi.it>
To: "lorenzo" <Lrnz73@unipi.it>
Date sent: Fri, 15 Apr 1994, 16:05:30
Subject: buona notte al secchio

La sai una cosa? Tre anni fa, dopo il diploma, commisi un solo errore.

Allo sportello della stazione chiesi un biglietto per Milano. Sbagliai: avrei dovuto comprare un sola andata per Londra, o per Parigi, o per Berlino.

L'occupazione è finita. L'Ente per il Diritto allo Studio ha promesso che, col nuovo bilancio, ben il 3,75% delle risorse aggiuntive sarà stanziato per porre rimedio ai recenti rincari delle tariffe, compatibilmente con il principio del pareggio contabile.

Insomma: non abbiamo ottenuto un bel niente.

Ho saputo che Alice si è fidanzata. Con uno studente d'ingegneria, milanese da varie generazioni e di ottima famiglia, buon giocatore dilettante di basket. Ha una macchina svedese con doppia alimentazione, benzina verde e gas, perché bisogna proteggere l'ambiente. Un bravissimo ragazzo.

Tutto è perduto. Mentre questa ridicola nazione, consegnatasi ancora volontaria nelle mani di un tirannello squilibrato, si avvia verso il suo triste destino, io ti comunico la mia irrevocabile decisione.

Pongo rimedio al mio errore.

Espatrio.

E basta, con queste e-mail del piffero! Ti farò avere prossimamente il mio nuovo recapito estero.

La sai un'altra cosa? Siamese Dream degli Smashing Pumpkins è molto più noioso della più tediosa sinfonia di Bruckner.


From: "scrittore della domenica" <scritdom72@unimi.it>
To: "lorenzo" <Lrnz73@unipi.it>
Date sent: Tue, 26 Apr 1994 16:28:43
Subject: scherzavo

E niente: all'estero non sono andato.

Ti spiego cos'è successo.

Sai che mi è sempre piaciuto stare sveglio fino a tardi; ultimamente sto esagerando; mi succede spesso di fare l'alba. Da un po' non scendo neanche più in sala studio, per non rischiare d'incontrare Alice. La sera me ne sto tappato in camera, ascoltando Brahms.

Un mio consiglio per i giovani: se abitate in una casa dello studente, cercate di non innamorarvi mai di un'altra persona ospite del pensionato. Soprattutto se non corrisposti.

Bene: domenica notte, mentre studiavo, ho messo su il Tristano. Così, tanto per cambiare. Ma, poco dopo il preludio, ho dovuto spegnere.

Frisch weht der Wind
Der Heimat zu
Mein Irisch Kind,
Wo weilest du?


Mi si è annebbiata la vista, e ho scoperto che avevo finito i kleenex. Ho chiuso il libro. Mi sono alzato dalla sedia e sono andato a lavarmi il viso con l'acqua fredda. Poi sono tornato alla scrivania.

Ho acceso il quinto canale della radio (quello che trasmette solo classica). C'era un brano di avanguardia; una cosa che non conoscevo, una specie di collage sonoro sul tipo di Revolution 9 dei Beatles, hai presente? Folle in tumulto, suoni strani, rumori ambientali, nastri in loop, voci umane che declamano sillabe incomprensibili. Un delirio.

Roba forte! Ho attaccato lo spinotto delle cuffie alla radio e mi sono sparato il brano nelle orecchie, chiudendo gli occhi e reclinando indietro la testa. A un certo punto, dal tappeto sonoro ha cominciato a emergere una voce femminile, che sembrava pronunciare un testo coerente. Dapprima si sentiva sullo sfondo, e non si capiva bene cosa dicesse; qualcosa sul Vietnam. Man mano, la voce diventava sempre più forte, più netta, e veniva sempre più in primo piano. Alla fine, con una presenza sonora impressionante, la voce scandiva, anzi no scolpiva, queste parole: "Rimanete qui, e combattete per la vostra dignità di uomini".

"Avete ascoltato: Luigi Nono, Contrappunto dialettico alla mente", ha detto l'annunciatore.

Ho staccato lo spinotto, ho tolto le cuffie e ho spento la radio.

Ho riconsiderato la mia intenzione di espatriare. Ho pensato: ma non l'ho già fatto? Sono già emigrato. E prima di me mio padre, proprio negli anni in cui Nono componeva quel pezzo.

Quante volte ancora voglio fare le valigie?

Possibile che l'unica soluzione sia quella di scappare sempre più lontano?

L'indomani, 25 aprile, sono andato alla manifestazione. Il concentramento era alle due del pomeriggio; ma mi sono svegliato così tardi che non ho potuto neanche fare colazione. Ho preso un caffè al distributore automatico giù in atrio e sono uscito, in direzione porta Venezia.

Era previsto un corteo molto grande. E' stato immenso. Mai vista tanta gente tutta insieme! E che varietà, quanti colori, che musiche, che allegria! Quanta pioggia, anche: veniva giù a secchiate, per tutta la durata della manifestazione.



Io ero in fondo al corteo, e pensa che non sono neppure riuscito a entrare in piazza Duomo, tanto era gremita! Ho svoltato per piazza Fontana, poi per via Larga. Ho vagato per un pezzo; non so chi o cosa mi aspettassi di trovare, a parte qualcosa da mettere sotto i denti, dato che avevo una fame da lupo.

Mi sono ritrovato, non so come, in piazza Sant'Alessandro, vicino alla facoltà di lingue, che naturalmente era chiusa; c'era però un bar-tavola calda miracolosamente aperto; mi ci sono fiondato dentro.

Ero seduto sul mio sgabello, dando le spalle all'ingresso, e divoravo la mia pizzetta, ovviamente pessima come solo a Milano la sanno fare, quando mi è parso di vedere una sorta di variazione nella luce. Come se avesse improvvisamente smesso di piovere e fosse uscito un sole splendente.

Mi giro, e vedo Alice entrare nel locale e raggiungermi.

Era in tenuta da manifestazione: jeans sdruciti, camicia grunge, niente make-up (lei che di solito è così curata). I lunghi capelli biondi inumiditi dalla pioggia, che intanto continuava a scrosciare.

"Ciao", le dico. "Dov'è il tuo fidanzato?"

"Sciocco", mi ha risposto. "Oggi ci sono cose più importanti", ha detto. "C'è mezza casa dello studente qui fuori: abbiamo fatto uno striscione molto figo, lo andiamo ad attaccare al portone dell'I.S.U. Cosa fai qua, solo come un gufo? Vieni anche tu!"

Non me lo sono fatto dire due volte.

E dunque. Fra un mese ho l'esame di diritto sindacale. Materia interessante, sai? Credo che chiederò la tesi.

Per ora rimango qui.

(Racconto già pubblicato su Evulon. Ogni riferimento a fatti, persone, città, eventi, uomini politici, bar e pizzette della realtà è puramente casuale).
          Cinque buoni motivi per (non) leggere D'Annunzio        
Quest'estate ho intrapreso un viaggio in automobile attraverso i classici della prosa italiana. Per non partire da troppo lontano, ho limitato l'arco temporale agli ultimi due secoli; sono entrato al casello dell'Ortis, ho proseguito per Manzoni, poi ho attraversato le Operette morali e lo Zibaldone e, già che c'ero, mi sono concesso una deviazione per i Canti e i Paralipomeni. Durante la sosta in autogrill, davanti a una piadina e a un quartino di Chianti, ho pensato a quanto ero fortunato per il fatto che né Carducci né Pascoli si fossero mai dedicati alla narrativa; poi ho imboccato con fiducia il rettilineo che conduce al grande De Roberto attraverso il grandissimo Verga.

Fin qui tutto bene. Ma già sapevo che, dopo la barriera in uscita dall'A-800, e prima di imboccare con decisione l'A-900, avrei dovuto attraversare un tratto di raccordo pericoloso e arduo.

Ecco che già si snoda sotto i miei occhi la temutissima tangenziale D'Annunzio, con le sue cinque uscite.

1. E' un classico. Può esservi capitato, per motivi di lavoro o di studio, di dover leggere parecchi testi italiani risalenti alla fine del diciannovesimo o all'inizio del ventesimo secolo. Non necessariamente testi letterari: anche articoli di giornale o saggistica. Vi sarete accorti di quanto spesso lo stile appare gonfio, ampolloso, enfatico. E' come se, in quel periodo, un'epidemia di cattiva retorica (il "dannunzianismo") si fosse abbattuta sulla prosa italiana. E però: quando un autore riesce a imprimere in modo così massiccio e durevole la propria impronta sulla lingua nella quale scrive, questo autore è ciò che si dice un classico. Vale a dire che D'Annunzio non può essere tralasciato, in quanto rappresenta una fase di evoluzione della lingua italiana.

"Ma, trapassando il simbolo materiale, ci abbandoniamo con ansia alla virtù evocatrice dei profondi accordi in cui il nostro spirito sembra oggi trovare il presentimento di non so qual sera grave di belle fatalità e d'oro autunnale su un porto quieto come un bacino d'olio odorifero ove una galera palpitante d'orifiamme entrerà con uno strano silenzio come una farfalla crepuscolare nel calice venato d'un gran fiore".

2. E' decadente. Mettiamo che un bel mattino vi svegliate e vi sentiate esteti. Ovviamente non lavorate, e non avete il problema della sussistenza materiale. Fra i moltissimi modi a vostra disposizione per iniziare la giornata (il sesso, l'equitazione, il gioco d'azzardo, le droghe, bighellonare per il centro cittadino, ecc.) scegliete di leggervi un buon libro. Siete snob, e quindi sdegnate l'idea di leggere una volgare traduzione. Siete pigro, e non vi va di approcciare Proust né Wilde in lingua originale. Siete italiano, e vi dovete accontentare di quello che passa il convento. E allora non c'è via di scampo. Alla richiesta "estetismo decadente", la letteratura italiana risponde con D'Annunzio. O cambiate arte (Puccini è una validissima alternativa), oppure vi tocca tirare giù dall'ultimo scaffale il poeta di Pescara.

"Ricordi la ventesima delle variazioni beethoveniane sul tema del Diabelli dedicate ad Antonia Brentano? - diceva Aldo, svegliando nella profondità della nera cassa quegli accordi in cui per una miracolosa trasfigurazione il tema principale è irriconoscibile. - Non sembra armonizzata su quel fondo ove la croce le scale i corpi i singhiozzi le grida gli aneliti la luce non penetrano? Ascolta; e guarda quell'azzurro opaco sordo eguale, senza raggio, senza nube, di là da cui spazia forse quella regione della vita ove una sola cosa importa".

3. E' un poeta. Nonostante tutto, in D'Annunzio c'è del bello. Egli si autodefinì "l'Imaginifico" (con la I maiuscola, e una emme sola). Infatti, la sua prosa è caratterizzata da una strabordante varietà di immagini, di similitudini e di metafore. In gran parte sono rumore di fondo e gratuito orpello kitsch. Ma, per un puro fatto statistico, ogni tanto qualcuna è giusta. In altre parole, D'Annunzio funziona un po' come quei comici che producono battute a raffica, velocissime: alla fine ridi, un po' per sfinimento e un po' perché fra le tante ce n'era una buona.

"E nella faccia e nella mano era tanta forza d'espressione e d'illuminazione, ch'elle parevano sorpassare la realtà e intagliarsi nel cielo stesso del fato, come quando il crinale delle Dolomiti solo arde nei crepuscoli inciso contro tutta l'ombra e ciascuno dei suoi rilievi s'addentra nell'anima di chi mira e vi s'eterna".

4. E' conseguente. Come si sa, l'opera di D'Annunzio ha anche una ben precisa connotazione politica. Non mi dilungo su questo aspetto, però voglio rilevare che, sotto questo punto di vista, moltissimi italiani sono dannunziani, senza saperlo o sapendolo. Non tanto, e non solo, per una questione di appartenenza a certi partiti o a certe ideologie; quanto per il fatto di condividere con D'Annunzio un determinato rapporto con il reale. Infatti, il tipico atteggiamento dannunziano nei confronti della realtà non consiste nel riconoscerla così com'è, né tanto meno nel cercare di cambiarla. Consiste nel mistificare, sempre e comunque, e con ammirevole pertinacia e coerenza, la realtà. Se D'Annunzio fosse un software, sarebbe una specie di Matrix che trasfigura esteticamente tutti gli oggetti dell'esperienza facendo apparire "bella" ogni cosa. Se D'Annunzio fosse un odierno manager della TV, la sua ambizione sarebbe quella d'ideare un palinsesto così avvincente da tenere tutti i telespettatori attaccati allo schermo ventiquattr'ore su ventiquattro, dimentichi della vita e desiderosi di sempre nuove illusioni. Se D'Annunzio fosse un politico... Ma lo fu, tra l'altro. E fece scuola, ed ebbe tanti seguaci. E molti ne avrebbe ancora oggi, se fosse vivo.

"Né soltanto verso quella moltitudine ma verso infinite moltitudini andò il suo pensiero; e le evocò addensate in profondi teatri, dominate da un'idea di verità e di bellezza, mute e intente dinanzi al grande arco scenico aperto su una meravigliosa trasfigurazione della vita, o frenetiche sotto il repentino splendore irradiato da una parola immortale. E il sogno d'un'arte più alta levandosi in lui anche una volta, gli dimostrò gli uomini novamente presi di reverenza verso i poeti come verso coloro i quali potevano soli interrompere per qualche attimo l'angoscia umana, placare la sete, largire l'oblio. E troppo gli parve lieve quella prova ch'egli compiva; poiché mosso dal soffio della folla il suo spirito si stimò capace di generare finzioni gigantesche".

5. E' morto. Alla fine questa è la cosa più importante. Dall'esperienza dannunziana la nostra letteratura uscì vaccinata: per un paio di generazioni gli scrittori sfuggirono la retorica e cercarono una lingua scabra ed essenziale.

"Io non comprendo perché oggi i poeti si sdegnino contro la volgarità dell'epoca presente e si rammarichino d'esser nati troppo tardi o troppo presto. Io penso che ogni uomo d'intelletto possa, oggi come sempre, nella vita creare la propria favola bella. Bisogna guardare nel turbinio confuso della vita con quello stesso spirito fantastico con cui i discepoli del Vinci erano dal maestro consigliati di guardare nelle macchie dei muri, nella cenere del fuoco, nei nuvoli, nei fanghi e in altri simili luoghi per trovarvi invenzioni mirabilissime e infinite cose".

Sì, certo.
E l'orifiamma e la ventesima variazione e l'arco scenico e le Dolomiti...
Le Dolomiti?
Mi sa tanto che ho sbagliato uscita.
Sto andando verso il Brennero.
Arrivederci, Italia!

[Già pubblicato su Evulon]
          Giuseppe Genna: Grande madre rossa        
Oggi è il primo di agosto e sono piuttosto insoddisfatto di me stesso in generale e di questo blog in particolare. Vorrei scrivere qualcosa di incisivo e pregnante. Come al solito, non ci riesco. Invece, ho deciso di riciclare una recensione a Grande madre rossa di Giuseppe Genna che scrissi tre anni fa per un sito commerciale e che ripubblico qui di seguito, con minime variazioni. E' brutta, ma se non altro vi trapela un po' di entusiasmo: qualcosa che al momento mi manca.

Che libro è Grande madre rossa? In prima approssimazione, è un thriller. Ma, se incontrate l'autore, non insistete troppo su questa definizione. Tempo fa, Giuseppe Genna dichiarò che avrebbe regalato una copia del Codice da Vinci al primo che gli avesse detto che lui scriveva thriller. Inutile aggiungere che Genna non è precisamente un estimatore di Dan Brown.

Ecco la trama. Una spaventosa esplosione polverizza il Palazzo di Giustizia di Milano, facendo più di mille vittime. L'attentato non è stato rivendicato, ma se ne temono altri e il commissario Guido Lopez della Questura di Milano, sulla traccia dei colpevoli, lotta contro il tempo e forse contro ostacoli e depistaggi dei servizi segreti italiani e di quelli stranieri...

Certo, trattandosi di un thriller, sarebbe delittuoso (appunto) svelare ulteriori dettagli. Non lo farò. Dovete fidarvi della mia parola quando vi dico che il libro l'ho letto per intero e tutto d'un fiato.

Mentre Genna scriveva questo romanzo, vivevo e lavoravo a Milano (tra l'altro abitavo nel quartiere popolare di Calvairate, che Genna conosce bene e di cui spesso parla nei suoi romanzi, compreso questo). Ricordo benissimo la paura, che in quel periodo serpeggiava, di un nuovo e terribile attentato. Infatti, dopo l'11 settembre e dopo la strage della stazione ferroviaria a Madrid, tutti temevano che il prossimo bersaglio dei terroristi sarebbe stato la metropolitana di Milano: la quale, in quegli anni, l'undici di ogni mese risultava stranamente meno affollata rispetto agli altri giorni... Grande madre rossa rende assai bene quel clima di psicosi collettiva.

Ma è veramente un thriller, Grande madre rossa? E' un romanzo di spionaggio, di fantapolitica? E' un romanzo "realistico", qualunque cosa questa parola voglia dire? - Consentitemi di riportare per esteso la nota apposta al suo romanzo da Giuseppe Genna a mo' di premessa.

"Le vicende qui narrate sono finzioni letterarie al 100%. In esse compaiono nomi di persone e circostanze 'reali' in qualità di pure occasioni narrative. I nomi di aziende, strutture istituzionali, media e personaggi politici vengono utilizzati soltanto al fine di denotare figure, immagini e sostanze dei sogni collettivi che sono stati formulati intorno a essi, e si riferiscono quindi a un ambito mitologico che non ha nulla a che vedere con informazioni od opinioni circa la verità storica effettiva degli avvenimenti o delle persone - in vita o scomparse - su cui questo romanzo elabora una pura fantasia."

Attenzione: non si tratta del solito disclaimer messo lì solo per motivi legali (del tipo "ogni riferimento ecc. è del tutto casuale"). In questo romanzo i riferimenti non sono affatto casuali, tuttavia quando Genna usa le espressioni "sogni collettivi", "ambito mitologico" e "pura fantasia" dobbiamo prenderlo sul serio.

Di fatto, Genna dimostra con questo romanzo una eccezionale capacità di giocare con l'inconscio collettivo, di evocare sogni o incubi metropolitani, e di svelare (o forse di creare) archetipi remotissimi e affascinanti. Da questo punto di vista Grande madre rossa è molto più vicino a Lautréamont, ai surrealisti francesi, a William Burroughs, di quanto non lo sia a Grisham o a Ian Fleming.

Ho trovato veramente straordinaria tutta la parte del romanzo ambientata nel Cimitero Monumentale di Milano. Opera architettonica ottocentesca di notevole cattivo gusto, in questo senso equivalente milanese (anche se meno celebre) del Vittoriano di Roma, nonché una delle parti più neglette ed ignorate della città di Milano, nelle pagine di Genna il Cimitero Monumentale diventa genialmente il luogo dell'inconscio e del rimosso ove risiede la verità nascosta della città. Da gustare, in questo romanzo d'azione, crudo e hard-boiled secondo le migliori tradizioni del suo genere, il "cameo" dedicato al Manzoni:

"Non c'era più posto nel Vecchio Famedio, tempestato di lapidi in ogni centimetro quadro. Il tempio del tempo scaduto per Alessandro Manzoni. Manzoni: polvere sul mogano della cattedra, polvere di gesso. L'epidemia ubiquitaria, transgenerazionale, scolastica, che colpisce ogni italiano quindicenne: Manzoni.
Cosa c'entra Manzoni oggi?"


Fin dai tempi di Emilio Praga e della scapigliatura, Manzoni è il bersaglio polemico dell'avanguardia artistica milanese... Anche da questo punto di vista, Genna è veramente figlio della sua città. Qui, però, non è realmente chiaro se Genna stia polemizzando contro l'autore dei Promessi sposi, o non piuttosto contro la nostra epoca, così degradata da non trovare più posto per un Manzoni.

Bellissimo è poi il finale del romanzo, che descrive una ipotetica Milano post-catastrofe, in apparenza uguale ma forse enigmaticamente diversa, forse migliore. La piazza dove prima si trovava il Palazzo di Giustizia, distrutto dall'immane esplosione:

"La nuova piazza, larga, aperta, immensamente chiara: il luogo dove sorgeva, come un sogno, il Palazzo.
Come puntine da disegno e graffette, in controluce, i nonni e i bambini, che giocano, a passeggio, nell'incredibile spazio bianco della nuova piazza."


E, nella piazza,

"il monumento di marmo bianco, una colonna altissima, messo in verticale, l'architrave di quello che fu il Palazzo di Giustizia.
E' la nuova colonna infame."


Ed ecco, dunque, che abbiamo ritrovato anche il buon vecchio Manzoni... L'autore della Storia della colonna infame non poteva essere liquidato così facilmente, dato che la riflessione sul rapporto tra diritto e giustizia è uno dei temi portanti di Grande madre rossa.

Grande madre rossa è stato inserito da Wu Ming 1 nel "canone" delle opere più significative del cosiddetto "New Italian Epic", di cui tanto si è discusso negli ultimi due anni. Se fra le caratteristiche del "New Italian Epic" c'è anche quella di sapersi mantenere su livelli elevati di elaborazione mitico-simbolica, direi che questo romanzo merita ampiamente di rientrare nel novero. Parlando di mitologia, va detto che in Grande madre rossa si trovano quei puntuali riferimenti al matriarcato (il leggendario ordinamento sociale preistorico in cui comandavano le donne, studiato fra gli altri da Bachofen, da L. H. Morgan e da Engels) che il lettore legittimamente si attende da un romanzo con tale titolo.

Il romanzo di Genna può essere interpretato anche come una grandiosa, veramente "epica", fantasia di rivalsa. In questa sede non posso essere più preciso, ma consiglio ai lettori di tenere bene a mente la citazione da Ulrike Meinhof posta in esergo.

A proposito, ho letto recentemente un passo di Bachofen che sembra un commento anticipato a Grande madre rossa:

"Questo diritto materno materiale è il più sanguinario di tutti i diritti. Esso impone la vendetta anche là dove mentalità superiori la fanno apparire come un delitto. [...] Il diritto materiale della prima epoca mostra che la sua legge è quella del sangue [...]. L'idea della giustizia superiore, che considera ogni circostanza [...] proviene dal cielo. In precedenza esisteva solo la vendetta sanguinaria che non ascoltava alcuna difesa e che proveniva dalla materia. [...] L'età del diritto femminile è quella della vendetta e del sanguinario sacrificio umano, quella del patriarcato è l'epoca del tribunale, dell'espiazione, del culto senza spargimento di sangue".

BIBLIOGRAFIA

- Giuseppe Genna, Grande madre rossa, n. 1550 del periodico "Segretissimo", aprile 2009; prima edizione Mondadori, Milano 2004 (attualmente esaurita, spero che venga ristampata presto, perché il libro lo merita assolutamente).

- Johann Jakob Bachofen, Il matriarcato. Storia e Mito tra Oriente e Occidente, [antologia] a cura di Giampiero Moretti, Christian Marinotti Edizioni, Milano 2003, pp. 65, 66-67.

- Sul "New Italian Epic", vedi la relativa voce in Wikipedia.

- Il sito Internet di Giuseppe Genna.

- Per chi ne fosse curioso, la recensione di Genna al Codice da Vinci.
          Sulla critica del diritto nel giovane Gramsci        
E' successo che, preparando un commento all'ultima sortita di Saviano a proposito di storia della sinistra italiana, ho ripreso in mano, dopo anni, il vecchio volume dell'Einaudi (Torino, 1960) che raccoglie i corsivi pubblicati da Gramsci sull'"Avanti!" nella rubrica Sotto la Mole (1916-1920). Qui mi è capitato sotto gli occhi il commento di Gramsci alla sentenza sui "fatti di Torino", cioè (annotano i curatori dell'edizione) "lo sciopero generale per il pane e contro la guerra, che sfociò nella sommossa del 23-26 agosto 1917". [1]

Il commento di Gramsci fu pubblicato sull'"Avanti!" il 20 ottobre 1918: il testo, come di frequente, uscì con vistosi "vuoti" dovuti all'azione della censura. Eccolo qui di seguito [2].

BELLU SCHESC' E DOTTORI!

Il giudice Emanuele Pili non è senza storia, come gli uomini e i popoli felici. Ma la storia del giudice Emanuele Pili ha una lacuna; iniziatasi col protagonista autore drammatico, riprende ora col protagonista «ragionatore» di sentenze, e riprende con una gloriosa e strenua pugna: il «ragionamento» della sentenza per i fatti di Torino, che nell'ultimo numero della «Gazzetta dei tribunali» il misuratore di crani prof. Vitige Tirelli qualifica «dotta».
Benedetto Croce ha scritto: «Chi ha pratica dei tribunali sa che molto spesso un magistrato, presa la decisione e stabilita la sentenza, incarica un suo piú gio [dodici righe e mezzo censurate]. E il giudice giovane ha fatto sfoggio di dottrina; e il giudice giovane — poiché nella prima gíoventú aspirava alla gloria di Talia e dedicava le sue fresche energie intellettuali a scrivere commedie nei vari dialetti di Sardegna e non poté studiare tutti i risultati delle ultime ricerche sulla natura del diritto e delle costituzioni — ha ragionato [una riga censurata] nella sentenza dei fatti di Torino, rovistando nei vecchi cassettoni, rimettendo alla luce tutti gli imparaticci scolastici del primo anno universitario, quando ancora si frequentano le lezioni e si prendono gli appunti.
[Venticinque righe censurate].
Gli sono estranee le correnti del pensiero moderno che hanno ringiovanito tutta la dottrina dello Stato e del Giure — superando le concezioni puerilmente metafisiche della dottrina tradizionale, degli imparaticci da scoletta universitaria — colla riduzione dello Stato e del Giure a pura attività pratica, svolta come dialettica della volontà di potenza e non piú pietistico richiamo alle leggi naturali, ai sacrari inconoscibili dell'istinto avito, alla banale retorica dei compilatori delle storiette per la scuola elementare. Il «ragionamento» del giudice Pili è solo una filastroccola di banalità retoriche, di gonfiezze presuntuose: esso è il ridicolo parto di un fossile intellettuale, il quale non riesce a concepire che lo Stato italiano almeno giuridicamente (e come giudice questa apparenza della realtà doveva solo importare al «giovane» da tribunale) è costituzionale, ed è parlamentare per tradizione (l'on. Sonnino è gran parte dello Stato attuale, ma crediamo che il suo articolo Torniamo allo Statuto! non sia ancora diventato legge fondamentale del popolo italiano): [cinque righe censurate]. La «dottrina» del giovane da tribunale infatti si consolida (!) in esclamazioni enfatiche contro chi ha «resistito» o è accusato di aver resistito: non cerca (come era suo compito) di dimostrare, alla stregua delle prove concrete e sicure, un delitto per passare l'esatta commisurazione alla sua entità di una pena contemplata nel codice. No, il «giovane» vuole sfoggiare, come una contadina ricca del Campidano di Cagliari le vesti multicolori che hanno servito alle sue antenate per le nozze e per decine e decine di anni sono rimaste seppellite in un vecchio cassettone a fregi bestiali e floreali tra lo spigo e una dozzina di limoni: e sfoggia tutti i vecchiumi, tutti gli scolaticci dei vespasiani giuridici chiusi per misura d'igiene pubblica.
Il giudice Emanuele Pili ha scritto una commedia dialettale: Bellu schesc' e dottori! (che bel pezzo di... dottore!) L'esclamazione potrebbe essere la conclusione critica della lettura di una sentenza, cosí com'è il titolo di una commedia.

La prima lacuna è stata integrata facilmente dai curatori del testo gramsciano. Si tratta di una citazione dalla Logica di Croce, riportata come segue:

«Chi ha pratica dei tribunali sa che molto spesso un magistrato, presa la decisione e stabilita la sentenza, incarica un suo piú giovane collega di "ragionarla", ossia di apporre una parvenza di ragionamento a ciò che non è intrinsecamente e puramente prodotto di logica, ma è voluntas di un determinato provvedimento. Questo procedere, se ha il suo uso nella cerchia pratica o giuridica, è affatto escluso da quella della logica e della scienza» (B. CROCE, Logica come scienza del concetto puro, Bari 1917, pp. 87-88).

Quando Gramsci nel suo corsivo parla delle "correnti del pensiero moderno che hanno ringiovanito tutta la dottrina dello Stato e del Giure", si riferisce appunto alla filosofia del diritto di Benedetto Croce. Croce aveva infatti affermato l'assoluta separazione tra morale e diritto, e aveva sottoposto il diritto alle categorie dell'utile e della forza. Nella concezione di Croce, il diritto è forza, che viene applicata per il raggiungimento di uno scopo ritenuto (da chi agisce questa forza) utile; il diritto è inoltre amorale, in quanto prescinde dal giusto e dall'ingiusto.

E' interessante notare che qui Gramsci si serve della teoria del diritto di Croce per porre un'istanza di garantismo giuridico. Infatti, ciò che Gramsci rimprovera al giudice Pili, estensore della sentenza sui fatti di Torino, è di aver confuso il diritto con la morale. Il giudice avrebbe dovuto limitarsi a vagliare le prove, accertare se fosse stato commesso un reato, e, in caso affermativo, determinarne la pena secondo le norme del codice. Invece, questa sentenza (scrive Gramsci) pretende di condannare gli imputati non sulla base della legge, bensì sulla scorta di considerazioni di ordine moralistico, la cui infondatezza giuridica è mascherata dal ricorso all'enfasi e alla retorica.

La linea del ragionamento gramsciano è abbastanza riconoscibile, nonostante i buchi lasciati dalla censura, e nonostante un probabile refuso tipografico [3]. Comunque, in un poscritto all'articolo del giorno successivo (Le vie della divina provvidenza, 21 ottobre 1918), Gramsci scrive:

P.S. Nell'articolo pubblicato ieri sul giudice Emanuele Pili la censura ha lasciato solo la parte «floreale» che può far supporre aver noi scritto un puro pamphlet per insolentire un magistrato. La censura ha imbiancato le giustificazioni delle insolenze: la giustificazione filosofica trovata nella Logica del senatore Benedetto Croce; la giustificazione storica trovata in una notizia pubblicata dal «Journal des Débats» l'8 novembre 1817 (milleottocentodiciassette!), la giustificazione costituzionale trovata nello Statuto albertino. Un'insolenza giustificata da «pezze» di tal genere crediamo non sia piú insolenza, ma espressione plastica della imparziale giustizia. La censura pertanto ci ha solo diffamati, senza che le leggi ci diano il modo di dar querela.

La "giustificazione filosofica" delle critiche che Gramsci rivolge al magistrato corrisponde, lo abbiamo visto, ad una citazione da Croce. Rimane la curiosità di sapere quali potessero essere le altre due "giustificazioni"  imbiancate dalla censura.

La "giustificazione costituzionale", che corrisponde alla lacuna di cinque righe, si trova, dice Gramsci, nello Statuto albertino; e potrebbe forse trattarsi di uno degli articoli che, in quel testo costituzionale, tutelavano i diritti civili: per esempio l'art. 26, secondo comma, "niuno può essere arrestato e tradotto in giudizio, se non nei casi previsti dalla legge, e nelle forme che essa prescrive".

Naturalmente, non è da pensare che Gramsci si facesse particolari illusioni circa l'effettività delle garanzie prescritte dallo Statuto. Sappiamo, invece, che Gramsci sempre ritenne la borghesia italiana incapace di creare un vero Stato di diritto che tutelasse le libertà individuali [4]. Un articolo di Gramsci di qualche anno successivo a quello che stiamo ora esaminando (Lo Stato italiano, in "L'Ordine Nuovo", 7 febbraio 1920) contiene una puntuale critica, da questo punto di vista, allo Statuto albertino:

Lo Stato italiano [...] non ha mai neppure tentato di mascherare la dittatura spietata della classe proprietaria. Si può dire che lo Statuto albertino sia servito a un solo fine preciso: a legare fortemente le sorti della Corona alle sorti della proprietà privata. I soli freni infatti che funzionano nella macchina statale per limitare gli arbitrî del governo dei ministri del re sono quelli che interessano la proprietà privata del capitale. La Costituzione non ha creato nessun istituto che presidî almeno formalmente le grandi libertà dei cittadini: la libertà individuale, la libertà di parola e di stampa, la libertà di associazione e di riunione. Negli Stati capitalistici, che si chiamano liberali democratici, l'istituto massimo di presidio delle libertà popolari è il potere giudiziario: nello Stato italiano la giustizia non è un potere, è un ordine, è uno strumento della Corona e della classe proprietaria. 

Gramsci sottintendeva questo tipo di considerazioni anche all'articolo qui in commento, laddove scriveva che lo Stato italiano "almeno giuridicamente" (cioè solo formalmente) era costituzionale, ed era "parlamentare per tradizione", nel senso che lo Statuto albertino non istituiva una vera e propria democrazia parlamentare, bensì l'ordinamento parlamentare dello Stato derivava da una semplice consuetudine che poteva essere in ogni momento abrogata: così come aveva proposto di fare Sidney Sonnino nel suo articolo del 1897, appropriatamente richiamato da Gramsci, Torniamo allo Statuto!,  e come poi farà il fascismo.

Tuttavia, il fatto che la monarchia sabauda fosse uno Stato di diritto carente e imperfetto non avrebbe dovuto esimere il magistrato dall'applicare comunque quelle garanzie (pur se insufficienti) che la legge disponeva a favore degli imputati: "come giudice questa apparenza della realtà doveva solo importare" al giudice Pili, osserva giustamente Gramsci.

La "giustificazione storica", che corrisponde alla lacuna di venticinque righe, è data (scrive Gramsci) da una notizia pubblicata sul numero dell'8 novembre 1817 del "Journal des Débats". Internet consente oggi di consultare facilmente quel numero di giornale per cercare quale potesse essere la notizia che costituiva la "giustificazione storica" invocata da Gramsci.

Una delle notizie ivi contenute, che possono essere state utilizzate da Gramsci ai fini del suo commento, è una corrispondenza dalla Gran Bretagna datata 3 novembre, che riporto qui di seguito in una mia traduzione (il testo originale è in nota):

Quattro individui di nome Booth, Brown, Jackson e King, prima delle ultime assisi di Derby, erano stati condannati a morte per crimine di ribellione. Condotti sul patibolo, al momento stesso della morte hanno avuto l'audacia empia di arringare la folla, affinché li venisse a liberare. Questa folla era composta da loro vecchi amici che li avevano frequentemente visitati in carcere; ma il luogo dell'esecuzione era sorvegliato da folti distaccamenti di cavalleria e di fanteria, e la legge ha avuto esecuzione [5].

Inizialmente ho pensato che questa notizia potesse aver attratto l'attenzione di Gramsci (per analogia con i fatti di Torino) perché riferita a un episodio di ribellione delle classi subalterne conclusosi con una condanna penale. Episodio che forse è leggibile nel quadro della fase di irrequietezza sociale che fu caratterizzata, in Gran Bretagna, dalle proteste contro la legge sul grano del 1815, fase che sfociò nel massacro di Peterloo.

Tuttavia, non ho trovato alcun elemento che potesse suffragare questa ipotesi. Non è chiaro neanche se i quattro uomini giustiziati a Derby nel 1817 siano stati effettivamente condannati a morte per reati politici, o non piuttosto per reati comuni; in un elenco dei giustiziati nel carcere di Derby, compilato da Celia Renshaw, una storica locale, questi Booth, Brown, Jackson e King risultano essere stati condannati per aver appiccato il fuoco a dei covoni di paglia [6]. Inoltre è noto che Gramsci non amava gli atteggiamenti tribunizi e teatrali, né apprezzava particolarmente i gesti individuali di ribellione: lo si evince dal suo stesso comportamento di imputato durante il "processone" del 1928 [7], nonché dal suo commento, contenuto nei Quaderni del carcere, ad un libro che raccoglieva i resoconti di una serie di processi contro anarchici libertari [8]. Perciò mi sembra improbabile che, nel suo corsivo del 1918 che stiamo ora commentando, Gramsci possa aver preso ad esempio il comportamento di quattro condannati a morte per reati contro il patrimonio che, dal patibolo, incitano la folla alla rivolta.

C'è però un'altra notiziola, sempre nella prima pagina  del "Journal des Débats" dell'8 novembre 1817, che potrebbe aver attirato l'attenzione di Gramsci. Si tratta di una corrispondenza da Losanna datata primo novembre:

Il Cantone Esterno di Appenzell ha da poco emesso una singolare sentenza contro un ragazzino accusato di alcuni piccoli furti. Lo hanno condannato a 50 fl. di ammenda e a trenta colpi di verga. Gli sarà inoltre assegnato un posto particolare in chiesa per un periodo di due anni: dovrà trovarsi colà per due volte ogni domenica, e sarà punito severamente in caso d'inosservanza [9].

In questa notizia di cronaca (un ragazzino condannato con sentenza penale ad andare a messa due volte la settimana) troviamo un esempio estremo e grottesco di quella perniciosa, pre-moderna confusione tra diritto e morale, che Gramsci stigmatizza nella sua polemica col giudice relatore della sentenza sui fatti di Torino. Perciò ritengo che sia stata questa la pezza giustificativa di quella parte dell'argomentazione gramsciana, che la censura ha cancellato lasciando nell'articolo un buco di venticinque righe.

Note

[1] Sempre secondo l'apparato critico dell'edizione citata, la sentenza fu emessa dal Tribunale militare di Torino il 2 agosto 1918; il testo della sentenza è reperibile in "Rivista storica del socialismo", n. 2, 1960.

[2] A. Gramsci, Sotto la Mole, ed. cit., pp. 447-48. L'articolo è stato poi raccolto nella più recente edizione degli scritti gramsciani precarcerari: A. Gramsci, Il nostro Marx 1918-1919, a cura di Sergio Caprioglio, Einaudi, Torino 1984, pp. 360-2. In Internet si trova qui: http://www.liberliber.it/mediateca/libri/g/gramsci/sotto_la_mole/pdf/sotto__p.pdf, p. 269.

[3] "Passare l'esatta commisurazione alla sua entità di una pena contemplata nel codice" è frase di cui si capisce il senso, ma che sembra guasta anche grammaticalmente. Penso che Gramsci abbia invece scritto "fissare l'esatta commisurazione della sua entità ad una pena contemplata nel codice".

[4] Cfr. Leonardo Rapone, Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo (1914-1919), Carocci, Roma 2011, pp. 162-6.

[5] Quatre individus nommés Booth, Brown, Jackson et King, antérieurement aux dernières assises de Derby, avoient été condamnés à mort pour crime de rebellion. Amenés sur l'échafaud, ils ont eu, même au moment de la mort, l'audace impie de haranguer la multitude, et de l'engager à venir les délivrer. Cette multitude étoit composée de leurs anciens amis qui les avoient fréquemment visités dans leur prison; mais le lieu de l'exécution étoit gardé par de forts détachements de cavalerie et d'infanterie, et la loi reçut son exécution.

[6] Fonte: http://archiver.rootsweb.ancestry.com/th/read/DERBYSGEN/2009-08/1250276359

[7] Cfr. Giuseppe Fiori (a cura di), Antonio Gramsci: cronaca di un verdetto annunciato, I Libri de "l'Unità", supplemento al numero del 4 aprile, Roma 1994. 

[8] Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, pp. 6-7 e 1896-7.

[9] Les Rhodes extérieurs d'Appenzell viennent de rendre une singulière sentence contre un enfant accusé de quelques petits vols. Ils l'ont condamné à 50 fl. d'amende et à trente coups de bâtons. Il lui sera d'ailleurs assigné une place particulière à l'église pendant deux ans; il devra s'y trouver deux fois chaque dimanche sous des peines séveres.

          La Quinta sinfonia di Brahms        
Vogliamo oggi parlare della meno eseguita fra le sinfonie di Brahms: la Sinfonia n. 5 in do maggiore, op. 123.

Questa sinfonia è il "canto del cigno" del grande musicista, che la terminò nel 1898, pochi mesi prima del suo definitivo crollo psichico.

Brahms visse ancora una decina d'anni chiuso nel manicomio di Amburgo, dove, secondo le relazioni cliniche e le testimonianze del personale ospedaliero, condusse una vita vegetativa, completamente immemore, punteggiata da intervalli di coscienza (ma non di lucidità), durante i quali il povero Brahms sosteneva di essere una taverniera; in tale sua immaginaria qualità di ostessa di una bettola di infimo ordine, Brahms interloquiva coi medici e gli infermieri, scambiandoli per avventori del suo locale. Lo si poteva allora udire in tutto il manicomio mentre, con voce stridula, urlava frasi del tipo: "Quante birre al tavolo sei?" - Tale scena penosa, su cui i biografi di Brahms hanno mantenuto, fino a tempi recenti, un imbarazzato silenzio, si ripeteva una o due volte la settimana.

Si direbbe che l'incombente follia abbia proiettato la sua oscura ombra anche sulla ricezione di quest'ultima opera brahmsiana, che già al suo apparire lasciò perplessi ascoltatori e critici, innanzitutto per la sua durata stranamente breve: la sinfonia dura circa venti o venticinque minuti, a seconda delle interpretazioni (diciotto minuti nella lettura di Toscanini, ventisette in quella di Klemperer; un'incisione dal vivo di Celibidache, con l'orchestra sinfonica della RAI di Napoli, arriva ai quaranta minuti, ma solo perché il direttore allunga fino all'inverosimile gli intervalli fra un movimento e l'altro). Decisamente poco per il pubblico dell'epoca, abituato al gigantismo formale.

Un altro motivo di stupore derivò poi dalla strumentazione, che comprende, oltre al solito organico orchestrale, anche una fisarmonica, un mandolino e un sassofono. Inoltre nell'ultimo movimento è introdotta una voce di basso.

Il primo movimento, Allegro amabile, in forma sonata, inizia con il primo tema, esposto dai soli archi. E' una melodia languida, per non dire sensuale, costruita sulle note Do - La - La - Mi bemolle - Do- Si. In tedesco, queste note si scrivono C - A- A- Es - C - H; si tratta perciò di un chiaro riferimento al nome di Clara Schumann, la musicista per la quale, com'è noto, Brahms nutrì a lungo una segreta e infelice passione. Dopo un ponte modulante, si passa al secondo tema, che è costituito, abbastanza sorprendentemente, dalla ben nota canzone goliardica italiana detta "delle osterie". Il tema viene ripetuto varie volte, con un crescendo rossiniano inconsueto in Brahms, passando da una sezione all'altra dell'orchestra, in modo sempre più insistente. Lo sviluppo è costituito da una ingegnosa combinazione contrappuntistica fra il primo tema e le ultime battute del secondo tema (quelle che, nel testo della canzone, corrispondono alle parole "Dammela a me, biondina, dammela a me, biondà"). La ripresa è assai regolare, ed è seguita da una coda in cui Brahms cita la melodia di un'altra canzone goliardica, Gaudeamus igitur, già da lui utilizzata nella sua Ouverture accademica, op. 80.

Il secondo movimento, Andante comodo, è in forma tripartita. Qui, dopo le stravaganze del primo tempo, ritroviamo con piacere il consueto Brahms di tanti suoi andanti sinfonici: nobile, compassato, un tantino soporifero. La parte centrale dell'Andante si distingue per il finissimo dialogo strumentale fra il sassofono e il mandolino, su una melodia che presenta sottili analogie strutturali con il tema dell'Andante del Trio op. 17 di Clara Schumann.

Non si discosta dal sostanziale classicismo dell'Andante il Minuetto con trio che costituisce il terzo movimento della sinfonia: anzi, questo Minuetto è così ostentatamente haydniano, così settecentesco in modo quasi iperrealistico, che nell'ascoltatore inizia a farsi strada il dubbio se Brahms stia facendo sul serio, e se, a questo punto, ci stia ancora con la testa.

Ogni dubbio viene meno con l'inizio del famigerato quarto movimento. Dapprima entra la fisarmonica solista, proponendo un Recitativo strumentale di sedici battute che non si sa veramente come definire. Dopodiché il basso, senza alcun accompagnamento strumentale, intona alcuni frammenti di Saffo, ordinati dallo stesso Brahms in una sequenza, di cui si ricorderà quarant'anni dopo il nostro Quasimodo nella sua traduzione dei lirici greci:

Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte;
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.
Scuote l'anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.
Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero.


E' difficile ascoltare questo recitativo senza provare disagio: il basso, infatti, inizia nel proprio registro centrale, ma poi sale gradualmente, terminando su delle note che si trovano talmente oltre il limite della sua estensione, che finora nessun cantante è riuscito ad intonarle se non in falsetto. Ebbene sì: qui al compositore ha decisamente dato di volta il cervello.

A questo punto entra l'orchestra, attaccando l'Allegretto, in forma di rondò, su cui il basso canta un testo, elaborato dallo stesso Brahms, tratto dal Cantico di Re Salomone. La singolare difficoltà di questa parte vocale, caratterizzata da repentini salti di registro, costituisce certamente uno dei motivi per i quali la Sinfonia n. 5 di Brahms viene eseguita così raramente, ma non è l'unico. Soprattutto è sconcertante la disinvoltura con cui Brahms si appropria di intere sequenze tratte dalla Traviata, dalla Carmen, dal Tristano di Wagner e dalla Manon Lescaut di Puccini, senza neppure sottoporle al lavorìo dell'elaborazione tematica e contrappuntistica di cui è maestro. No, qui Brahms prende interi brani di queste opere e li schiaffa pari pari nel suo rondò, che si trasforma così in una sorta di pot-pourri da operetta.

La Sinfonia n. 5 termina con un altro sberleffo musicale, questa volta affidato alla melodia della canzone napoletana "Oi Marì, oi Marì / quanto suonno aggio perso pe' tte!", eseguita all'unisono dall'intera orchestra e dal basso, per chiudere con un accordo violentemente dissonante che usa tutte e dodici le note della scala cromatica, più alcuni quarti di tono.

Mentre, come si è detto, i contemporanei di Brahms non nascosero l'inquietudine e l'imbarazzo di fronte a questa sinfonia, la critica novecentesca appare molto divisa. Il critico Giorgio Lukács, in una delle sue rare incursioni in ambito musicale, definisce la Quinta Sinfonia di Brahms "uno dei documenti più impressionanti della decadenza artistica e morale della borghesia capitalistica nella sua fase imperialista"; giudizio sostanzialmente riecheggiato da Teodoro Adorno, il quale ebbe a parlare, a proposito di questa sinfonia, di "evidente involuzione reazionaria, basata sulla negazione astorica della funzione sociale della relazione armonica, nella misura in cui il contrappunto, materialisticamente e dialetticamente inteso, cede il passo al costrutto timbrico falsamente progressivo, di carattere apoditticamente neoclassico, orientato a destra, prematurato e antani". La sinfonia fu invece molto lodata da Stravinsky e, ai nostri giorni, da Pierre Boulez, che ne ha dato l'interpretazione forse più vibrante.

Significativa, a suo modo, fu la reazione di Glenn Gould, il quale, durante un'intervista radiofonica col fido Bruno Monsaingeon, da questi interrogato su cosa ne pensasse della Quinta sinfonia di Brahms, per tutta risposta cominciò a ridere, dapprima sommessamente e poi in modo sempre più convulso e irrefrenabile, al punto che l'intervista dovette essere interrotta.

Ma è tempo di passare alla conoscenza diretta di questa composizione così controversa. Ecco il link, con l'avvertenza che, su alcuni browser e con sistemi operativi non aggiornati, la pagina potrebbe anche non aprirsi. Comunque, buon ascolto.

(Già pubblicato su Evulon).
          Su "My Favorite Things" di John Coltrane        
Il 16 novembre 1959 debuttava a Broadway The Sound of Music, di Richard Rodgers e Oscar Hammerstein, uno dei musical più popolari di tutti i tempi anche grazie alla versione cinematografica che ne fu tratta nel 1965 (regia di Robert Wise, protagonista Julie Andrews, la versione italiana porta il titolo Tutti insieme appassionatamente).

Una particolare canzone tratta da questo musical ha avuto fortuna immensa. Di My Favorite Things, infatti, si contano centinaia di cover; l'elenco preparato dai redattori di Radio Rai è lungo sedici pagine.

Qui mi occuperò della versione forse più celebre, quella incisa in studio da John Coltrane il 21 ottobre 1960. Per capire quest'ultima, però, è opportuno partire dalla versione originale di Richard Rodgers. In questo articolo mi avvarrò dell'analisi condotta dal massimo studioso di Coltrane, il musicologo Lewis Porter, nella sua fondamentale monografia (Blue Train. La vita e la musica di John Coltrane, traduzione di Adelaide Cioni, Minimum Fax, Roma 2006, pp. 277-80).

La canzone è musicalmente molto semplice. Si tratta di un valzer in mi minore di quattro strofe, A-A-A'-B. Le prime tre strofe hanno la stessa musica, salvo che nella terza strofa, A', dove ci sono otto battute in maggiore. La quarta strofa, B, usa una diversa melodia e finisce in sol maggiore.

Qui di seguito copio il testo della canzone, di Oscar Hammerstein, cui faccio seguire una traduzione, volutamente molto pedestre, che ho preparato grazie all'ausilio del traduttore automatico di Google:



(A) "Raindrops on roses and whiskers on kittens
Bright copper kettles and warm woolen mittens
Brown paper packages tied up with strings
These are a few of my favorite things

(A) Cream colored ponies and crisp apple streudels
Doorbells and sleigh bells and schnitzel with noodles
Wild geese that fly with the moon on their wings
These are a few of my favorite things

(A') Girls in white dresses with blue satin sashes
Snowflakes that stay on my nose and eyelashes
Silver white winters that melt into springs
These are a few of my favorite things

(B) When the dog bites
When the bee stings
When I'm feeling sad
I simply remember my favorite things
And then I don't feel so bad!"

"Gocce di pioggia su rose e baffi di gattini
Bollitori di rame luminosi e caldi guanti di lana
Pacchetti di carta marrone legati con corde
Queste sono alcune delle mie cose preferite

Pony color crema e croccanti struedel di mele
Campanelli e campanelli da slitta e schnitzel con tagliatelle
Le oche selvatiche che volano con la luna sulle ali
Queste sono alcune delle mie cose preferite

Ragazze in abiti bianchi con sciarpe di raso blu
Fiocchi di neve che rimangono sul mio naso e sulle ciglia
Inverni bianchi d'argento che si sciolgono in primavere
Queste sono alcune delle mie cose preferite

Quando il cane morde
Quando l'ape punge
Quando mi sento triste
Non ho che da ricordarmi delle mie cose preferite
E allora non mi sento così male!"

The Sound of Music è ambientato a Salisburgo, fra le due guerre. Richard Rodgers ha naturalmente cercato di tener conto della tradizione musicale austriaca: My Favorite Things, come detto, è un valzer; negli altri brani si sentono riferimenti allo jodler, al laendler, al canto gregoriano, ecc. In un numero c'è anche un singolare omaggio ad Haydn: la canzone So long, farewell è eseguita da un coro di bambini che, uno alla volta, abbandonano il proscenio, finché a cantare rimane una sola bambina, così come, nel finale della Sinfonia degli addii, tutti gli esecutori smettono uno alla volta di suonare facendo concludere la sinfonia da un solo violinista.

Come ci si potrebbe aspettare, il testo di My Favorite Things fa uso di un immaginario prettamente alpino, o comunque nordeuropeo: bollitori per il té, guanti di lana, slitte che corrono sulla neve... Se di questa canzone volessimo realizzare un video-clip animato, seguendo pedissequamente il testo, dovremmo adoperare in prevalenza le tinte chiare, e in particolare il colore bianco, la cui presenza, in corrispondenza della terza strofa (quella con le otto battute in maggiore), diventa quasi ossessiva: abiti bianchi, fiocchi di neve, inverni bianchi... (Nella versione cinematografica quest'aspetto "eurocentrico" della canzone è ancora più sottolineato dal forte accento british di Julie Andrews).

Molti si sono chiesti cosa potesse avere indotto un artista come John Coltrane, che da lì a poco sarebbe diventato un'icona della cultura afro-americana, a musicare una sua versione di questo brano, il quale inizialmente c'entrava così poco con il jazz.

Secondo Lewis Porter, è un errore "dare per scontato che Coltrane trovasse la canzone sciocca e che per questo volesse abbellirla". Al contrario, Coltrane ammirava sinceramente questa canzone e, nella sua versione, la trattò "con rispetto". Il "messaggio" della canzone, "che le cose buone ci aiutano a superare le cattive", è secondo Porter "del tutto sensato e prezioso - per nulla sciocco - è solo che utilizza esempi alla portata di un bambino, perché nel copione la canzone si rivolge a dei bambini".

Qui però l'ottimo Porter ha preso una cantonata. Nel film, è vero, Julie Andrews canta la canzone a dei bambini. Il film, però, è del 1965, quindi è posteriore all'incisione di John Coltrane, che a quell'epoca poteva conoscere solo la versione teatrale di questo musical; e, nella versione teatrale, la protagonista canta My Favorite Things in una delle scene iniziali, che si svolgono in un convento di suore, e non la canta ai bambini, bensì alla Madre Badessa del convento.

Sembra, in realtà, che Coltrane non fosse attratto tanto dal "messaggio" della canzone, quanto invece dalla sua manipolabilità sul piano strettamente musicale. Ecco come si espresse Coltrane in un'intervista: "Questo valzer è fantastico: se lo suoni lento, senti un elemento di gospel che non è per niente sgradevole; se lo suoni veloce, possiede altre innegabili qualità. E' molto interessante scoprire un terreno che si rinnova a seconda dell'impulso che gli dai".

Quindi, si direbbe che il valzer di Rodgers fosse per Coltrane quello che il valzer di Diabelli era stato per il Beethoven dell'op. 120: poco più che un pretesto, un canovaccio utile per imbastire una serie potenzialmente infinita di variazioni che poco o nulla hanno a che fare con il tema originale. E, in verità, Coltrane eseguì in concerto My Favorite Things moltissime volte (secondo Wikipedia, sono state documentate su nastro non meno di 45 esecuzioni), creandone versioni sempre più lontane dalla canzone originale, fino a renderla irriconoscibile.

La versione sull'album si compone di un'introduzione di quattro battute, suonata due volte; viene poi esposto un vamp (breve inciso ritmico, costantemente ripetuto, che è per il jazz quello che nel rock si chiama riff e nella musica barocca si chiama ostinato), cui fanno seguito un primo assolo di Coltrane, un altro assolo di McCoy Tyner al pianoforte, e un assolo finale ancora di Coltrane, per complessivi 14 minuti circa. Nel primo assolo Coltrane esegue le prime due strofe (A) in minore, poi c'è un interludio in maggiore, poi altre due strofe (A) in minore. Gli altri due assoli seguono lo stesso schema, salvo che per la parte finale dell'assolo conclusivo di Coltrane, di cui dirò fra poco.



La prima cosa che si nota all'ascolto è che Coltrane ha spostato molto lontano dall'Europa il baricentro etnico del brano. La ripetizione ossessiva, ipnotica, di un inciso ritmico in tempo dispari; la voce acuta dello strumento a fiato (un sax soprano, fino ad allora poco usato nel jazz); il clima di fissità tonale e il senso del tempo molto dilatato, sono tutti elementi che richiamano la musica orientale. (A me il brano fa venire in mente una danza sufi). Porter nota che Coltrane era appassionato di musica indiana, era un ammiratore di Ravi Shankar, ed era profondamente interessato alla musica folk e modale di tutto il mondo, nonché alle scale pentatoniche (pare che certe volte, nelle sue esercitazioni, eseguisse col sassofono determinate sequenze del Concerto per orchestra di Béla Bartók). Sempre secondo Porter, in My Favorite Things si possono anche scorgere influenze musicali provenienti dall'Africa occidentale.

La cosa per me più sorprendente è che, nella musica originale di questa canzone, Coltrane abbia sentito un "elemento gospel". Per quanto ascolto e riascolto la canzone di Rodgers e Hammerstein, devo confessare che questo elemento gospel non riesco assolutamente a percepirlo. Ma è significativo che, per Coltrane, la canzone avesse qualcosa a che fare con le radici stesse della musica nera americana. Questo forse ci aiuta a far luce su un'altra singolarità della versione di Coltrane.

Abbiamo detto che la versione coltraniana di My Favorite Things è basata sulla strofa A della musica originale. Che fine ha fatto la strofa B, quella il cui testo contiene, secondo Porter, il "messaggio" della canzone e che si conclude in modo maggiore?

Alla fine del suo assolo conclusivo, Coltrane esegue anche la strofa B, senza apportare particolari variazioni alla musica. Però la esegue in mi minore, dandole, secondo Porter, "un effetto più pensoso, riflessivo".

Il testo originale della strofa B fa riferimento ad api che pungono e a cani che mordono, per delineare scherzosamente una situazione da "giornata storta", in cui le cose, chissà perché, non vanno per il verso giusto. Ma questa situazione si supera (dice la canzone) richiamando alla mente le piccole cose belle della vita. Se si fa in questo modo, l'atteggiamento cambia e ci si accorge che non si sta poi così male. La canzone si chiude così, trionfalmente, in sol maggiore.

Qui, però, è meglio fare ricorso alla bella traduzione ritmica di Antonio Amurri (quella utilizzata nella versione italiana del film), che ha colto al meglio il senso di questa strofa:



"Se son triste, infelice, e non so il perché,
io penso alle cose che amo di più
e torna il seren per me!"

Immaginiamo ora di sentire queste parole sovrapposte al mi minore del sax di John Coltrane, nelle battute finali del suo secondo assolo (a partire dal minuto 12'33''). L'effetto è di un'ironia indefinibile, profonda, pungente, tristemente consapevole. Uno speciale tipo di sarcasmo, composto e controllatissimo, ma inequivocabile.

Per me (e sottolineo: per me) in questo minuto e dodici secondi di musica c'è l'essenza stessa del jazz. Ogni volta che l'ascolto, mi commuovo.

Provo a spiegarmi meglio.

Il cantante e chitarrista Huddie W. Leadbetter (1885-1949), uno fra i musicisti più influenti della musica nera americana del secolo ventesimo, tentò una volta di definire a parole quel particolare complesso psicologico che porta il nome di blues. Possiamo leggere le sue parole come una specie di negativo fotografico della canzone di Rodgers e Hammerstein:

"Quando la notte sei sdraiato nel letto, e ti giri da una parte e dall'altra senza riuscire a prendere sonno, non c'è niente da fare. I blues si sono impadroniti di te... Quando ti svegli al mattino, ti siedi sulla sponda del letto, e puoi avere vicino a te padre e madre, sorella e fratello, il tuo ragazzo o la tua ragazza, ma non hai voglia di parlargli... Non ti hanno fatto niente, e tu non hai fatto niente a loro, ma che cosa importa? I blues si sono impadroniti di te".

Così commenta Arrigo Polillo nel suo classico Jazz. La vicenda e i protagonisti della musica afro-americana (Mondadori, Milano 2009, p. 43): "Avere i blues è qualcosa di diverso dall'essere triste dell'uomo bianco. E' essere afflitti da un tedio esistenziale, da una malinconia greve che non lascia spazio alle fantasticherie, vuol dire autocommiserazione, rassegnazione, vuol dire disperazione sorda, grigiore, miseria. E' una poesia fondata sulle cose di tutti i giorni, su personaggi familiari, visti in una luce realistica, con occhio disincantato. Non c'è, né ci vuol essere, nel blues, trasfigurazione lirica, che è un lusso da bianchi; non c'è dramma, perché il dramma è fatto di ombre ma anche di luci. C'è invece la consapevolezza di una tragedia in atto, che non finirà mai. Il blues singer non canta la vita, ma il non morire, parla sempre di ciò che non ha e che non avrà mai".

Ecco il senso del mi minore con cui si conclude My Favorite Things di John Coltrane. Non c'è consolazione, e non c'è neanche protesta. E' la constatazione oggettiva di una situazione fondamentalmente tragica. Il "messaggio" della canzone di Rodgers e Hammerstein è sovvertito. Vista in questa luce, non solo la canzone, ma la stessa cultura (musicale e non solo) cui essa fa riferimento, viene radicalmente messa in questione.
          Sull'"Elogio dei riformisti" di Roberto Saviano        
1. Affinità e divergenze fra Saviano e noi. Considero Gomorra uno fra i libri letterariamente più importanti di questi anni nonché fra i capolavori del giornalismo d'inchiesta italiano. Ammiro e rispetto Roberto Saviano, anche se a volte non sono stato d'accordo con lui su alcune delle sue prese di posizione (ad es. sulla politica dei governi israeliani, oppure sugli scontri di piazza che hanno contrassegnato l'ultima fase del governo Berlusconi).

Ho trovato molto superficiale e semplicistico l'articolo di Saviano uscito su "La Repubblica" del 28 febbraio, dedicato all'elogio del riformismo.

Prendendo spunto da un recente libro di Alessandro Orsini sulla storia della sinistra italiana, libro che contrappone Turati a Gramsci, Saviano traccia una riga sulla lavagna, mettendo da una parte i riformisti e dall'altra i comunisti. I primi sarebbero pacati, realisti, tolleranti e liberali, i secondi sarebbero fanatici, violenti, malati di dogmatismo e d'ideologia.

Scrive Saviano: "i comunisti hanno educato generazioni di militanti a definire gli avversari politici dei pericolosi nemici, ad insultarli ed irriderli. Fa un certo effetto rileggere le parole con cui un intellettuale raffinato come Gramsci definiva un avversario, non importa quale: 'La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato'. Invitava i suoi lettori a ricorrere alle parolacce e all'insulto personale contro gli avversari che si lamentavano delle offese ricevute [...]. Arrivò persino a tessere l'elogio del 'cazzotto in faccia' contro i deputati liberali. I pugni, diceva, dovevano essere un 'programma politico' e non un episodio isolato".

Viceversa, sempre secondo Saviano:

"in quegli stessi anni Filippo Turati, dimenticato pensatore e leader del partito socialista, conduceva una tenacissima battaglia per educare al rispetto degli avversari politici nel tentativo di coniugare socialismo e liberalismo".


Questa contrapposizione fra estremisti e riformisti, dice Saviano, si protrae fino ad oggi:

"Naturalmente, oggi, nel Pd erede del Pci, non c'è più traccia di quel massimalismo verboso e violento, e anche il linguaggio della Sel di Vendola è molto meno acceso. Ma c'è invece, fuori dal Parlamento, una certa sinistra che vive di dogmi. Sono i sopravvissuti di un estremismo massimalista che sostiene di avere la verità unica tra le mani", sono quei "pacifisti talmente violenti da usare la pace come strumento di aggressione per chiunque la pensi diversamente". Eccetera.

Quindi tutto lineare, nello schema di Saviano. Tutto semplice. Riformisti, buoni, in parlamento; comunisti, fuori dal parlamento, cattivi. Chiaro, no?

E però, se si va a verificare nel dettaglio gli esempi storici addotti da Saviano, ecco che le cose si complicano.

2. Cosa c'era prima degli assorbenti. Vediamo ad esempio la prima frase "incriminata". Di un suo avversario politico ("non importa quale", dice Saviano), Gramsci scrisse: "La sua personalità ha per noi, in confronto della storia, la stessa importanza di uno straccio mestruato".

La similitudine usata da Gramsci, al nostro orecchio di contemporanei, suona senza dubbio molto sgradevole. Intollerabilmente sessista, fra l'altro. Proviamo però a collocarla nel suo contesto. La frase è tratta da un articolo di Gramsci, allora venticinquenne, pubblicato sull'edizione torinese dell'"Avanti!" il 19 aprile 1916. In quel periodo la redazione di Torino dell'"Avanti!", di cui Gramsci era giornalista, stava conducendo una campagna di stampa sugli sprechi e sulle ruberie di cui si erano resi responsabili i promotori dell'Esposizione Universale di Torino del 1911. Come spesso succede in Italia quando si tratta di "grandi opere", anche questa era stata accompagnata da malversazioni, che Gramsci e i giornalisti dell'"Avanti!" avevano puntualmente denunciato.

Fra i bersagli di questa campagna di stampa c'era il conte Delfino Orsi, che all'epoca faceva parte della direzione della "Gazzetta del Popolo", un giornale monarchico, filogovernativo e interventista. L'articolo di Gramsci del 19 aprile 1916 è appunto una risposta ad un altro giornalista che aveva accusato l'"Avanti!" di aver attaccato Delfino Orsi non per il ruolo di quest'ultimo nello scandalo dell'Esposizione Universale, bensì invece perché Orsi era "una delle più influenti figure dell'interventismo subalpino".

Teniamo sempre presente il contesto storico. In Italia, nel 1916, lo scontro politico fra governo e opposizione era polarizzato sul problema della guerra. Era soprattutto lo scontro fra interventisti e pacifisti. Era in corso la Prima guerra mondiale, un conflitto che oggi praticamente tutti gli storici valutano come un'orrenda ecatombe, una catastrofe che segnò l'inizio del declino della civiltà europea, e che, in Italia, aprì la via al fascismo. In Italia il bilancio della guerra fu di circa 680.000 morti e quasi 500.000 invalidi permanenti. Il Partito Socialista Italiano, nel quale all'epoca militavano sia Gramsci sia Turati, era su posizioni pacifiste, e si opponeva compattamente alla guerra. A favore della guerra erano invece i nazionalisti, i liberali e il Partito Socialista Riformista Italiano, composto perlopiù da riformisti, come Bonomi e Bissolati, che erano stati espulsi dal P.S.I. già nel 1912 per il loro appoggio alla guerra di Libia.

Tale era il contesto della polemica fra l'"Avanti!" di Gramsci da una parte, e la "Gazzetta del Popolo" di Delfino Orsi dall'altra.

Quando, nell'agosto 1917, a Torino la popolazione diede vita ad una rivolta spontanea contro la guerra e contro la mancanza di pane (rivolta che fu ovviamente repressa nel sangue, con circa 50 morti e 200 feriti fra gli operai e le loro famiglie), la "Gazzetta del Popolo" di Delfino Orsi fu tra gli organi di stampa che giustificarono la repressione.

Più tardi, coerentemente, Delfino Orsi fu deputato nel Parlamento fascista, ed era ancora tale quando morì nel 1929 (mentre Gramsci era in carcere). Il gerarca Federzoni, nel suo elogio funebre pronunciato alla Camera dei Deputati l'11 dicembre 1929, disse di Orsi fra l'altro: "egli poté rinverdire i fasti patriottici della Gazzetta del Popolo, levando ancora la gloriosa bandiera del Risorgimento per le nuove battaglie dell'intervento nella grande guerra, della difesa delle aspirazioni nazionali, della rivoluzione fascista".


Delfino Orsi era appunto l'uomo che Gramsci paragonò ad uno "straccio mestruato". Un epiteto certamente poco gentile. Ma possiamo veramente dire, con Saviano, che "non importa quale" individuo egli fosse, né in quale periodo storico fosse situata la polemica fra lui e Gramsci?

Che diremmo di un giornalista il quale scrivesse, di alcuni suoi concittadini (non importa quali, direbbe Saviano), che essi sono "vigliacchi, in realtà", un "manipolo di killer", "abbrutiti e strafatti", un "branco di assassini" che "vivono come bestie"? Sono insulti pesanti e hanno ben poco di mite e di liberale. Ma se collochiamo questi epiteti nel contesto dell'articolo da cui sono tratti, scopriamo che si riferiscono ad una banda di camorristi responsabili di svariati omicidi, e che l'autore del pezzo è Roberto Saviano ("la Repubblica", 22 settembre 2008). Dobbiamo condannare il giornalista per la sua eccessiva violenza verbale? O non dobbiamo piuttosto ritenere che l'indignazione di Saviano, seppure si esprima in termini poco urbani, sia alquanto giustificata dalle circostanze?

3. La nobile arte. Vediamo, ancora, un altro passo gramsciano cui si riferisce Roberto Saviano. Si tratta dell'articolo intitolato "Elogio del cazzotto", uscito sempre sull'"Avanti!" il 12 giugno 1916. L'episodio cui si riferiva Gramsci in questo articolo era il seguente. Dei deputati socialisti, come gesto dimostrativo, avevano lanciato nell'aula di Montecitorio alcune cartoline con l'effige di parlamentari russi che erano stati deportati in Siberia a causa della loro opposizione alla guerra (c'era ancora il regime assolutista dello zar, e la Russia era alleata in guerra con le potenze della Triplice Intesa, con l'Italia, e contro la Germania e l'Impero asburgico). Un deputato interventista, Giuseppe Bevione, in quell'occasione accusò i socialisti di essere al soldo del nemico. Ne nacque un tafferuglio, durante il quale il socialista Nino Mazzoni colpì Bevione con un pugno. Questo, nello specifico, fu il "cazzotto" cui si riferisce Gramscì nel suo articolo, scrivendo fra l'altro:

"Non siamo entusiastici ammiratori del diritto del pugno; eppure quei pugni vibrati robustamente sul ceffo di Bevione ci riempiono di giubilo e di ammirazione".

Anche qui: possiamo dire che sia davvero ininfluente collocare la citazione di Gramsci nel suo contesto?

4. Vota Antonio. Veniamo ora ad un'altra delle dicotomie che Roberto Saviano delinea nel suo pezzo: quella fra opposizione parlamentare Vs. opposizione extraparlamentare. La prima riformista e "buona", la seconda estremista e "cattiva". E confrontiamo questa dicotomia con un esempio storico.

Nel giugno 1924, dopo il rapimento di Giacomo Matteotti, i parlamentari dell'opposizione antifascista decisero di disertare le aule del Parlamento, dando così luogo a quella forma di protesta extraparlamentare che passò alla storia come "secessione dell'Aventino". Fra loro c'era Filippo Turati, assieme a tutti i socialisti riformisti. C'era anche la piccola pattuglia dei deputati comunisti, che però, nel novembre 1924, verificata l'inefficacia della protesta aventiniana, decisero di rientrare in Parlamento, dove rimasero a contrastare la maggioranza fascista, praticamente da soli, per altri due anni, fino a quando il partito comunista non fu messo fuori legge. (A che tipo di pacifica dialettica parlamentare fossero avvezzi i deputati fascisti lo si può vedere consultando la voce di Wikipedia dedicata a Francesco Misiano).

Quindi, ricapitolando. Nel 1925 abbiamo il socialista riformista Turati fuori dal parlamento. In parlamento c'è una maggioranza parlamentare "estremista" fascista e una minoranza comunista (parimenti "estremista" secondo Saviano) di cui Gramsci fa parte. Comunque si voglia giudicare la situazione, si tratta di un caso in cui la realtà storica si rivela più complessa dei rigidi schematismi delineati da Saviano.

5. Conclusione. Con tutto questo discorso non voglio dire, naturalmente, che la violenza verbale nella lotta politica va sempre bene, che è sempre giustificata. Sono d'accordo con Saviano nel condannare certe forme di settarismo inutile e controproducente (di cui è un esempio il giudizio su Turati espresso da un Togliatti al peggio del suo stalinismo, citato da Saviano nel suo articolo). Né intendo affrontare discorsi astratti sul punto se sia meglio la lotta extraparlamentare o quella parlamentare.

Dico che ogni situazione fa storia a sé, che occorre giudicare caso per caso, e che generalizzazioni astratte e astoriche, come quella proposta da Saviano nell'articolo in questione, non hanno alcun significato.
          La stanza della duchessa        
Quello che segue è un racconto che ho scritto per partecipare a un concorso letterario. Le regole sono: un racconto dal titolo "La Stanza della Duchessa", della lunghezza massima di 3.600 caratteri, che contenga un riferimento alle scarpe (lo sponsor è il Museo della Calzatura di Vigevano). Il racconto dev'essere inedito, ma ne è ammessa la pubblicazione sul proprio blog. E allora, eccolo qua. La versione seguente è un po' più lunga di quella che invierò per il concorso (ho dovuto ridurre il testo per rientrare nel limite delle 3.600 battute).
Aggiornamento (25 febbraio 2012): pubblico qui di seguito la versione che ha partecipato al concorso (e che non ha vinto). La versione lunga, invece, la potete leggere su Evulon.


La notte del 7 gennaio 1463, a Parigi, dopo l'ora del coprifuoco, un uomo percorreva a grandi passi la rue Saint-Jacques deserta, diretto verso la Senna.
Era magro e allampanato, piuttosto malmesso. Portava una voluminosa borsa e, in più, teneva sotto il braccio un fardello malamente avvolto in un panno. Faceva molto freddo.
Giunto nei pressi del Petit Pont, l'uomo si fermò sotto una finestra, raccolse della ghiaia e la gettò contro i battenti. Poi chiamò con voce smorzata: "Margot! Aprimi!"
All'interno una candela si accese. L'uscio si aprì e una voce femminile mormorò: "Villon? Sei tu?"
"No, sono il re d'Inghilterra. Sei sola?"
"Sì. Stanotte non ho clienti".
"Allora dai, fammi entrare, o domattina uscendo mi troverai qui stecchito come un'aringa!"
"Grazie al cielo! Allora ti hanno scarcerato", disse Margot, guidando il suo amico su per la scala del modesto alloggio.
"Già" rispose lui, "la Suprema Corte ha accolto il mio appello. Per stavolta non finirò sulla forca. Però..."
Si interruppe, osservando con aria incerta Margot la quale, nel frattempo, si era seduta sul bordo del letto a due piazze che occupava quasi interamente la stanza.
"Come, per stavolta?" disse la ragazza. "In che altri guai ti vorresti cacciare? Siediti invece, e fammi vedere cosa c'è nel fagotto che hai portato. Un regalo per me, vero?"
François si accomodò accanto a Margot e srotolò il panno, che conteneva un paio di eleganti sandali di pelle dal tacco alto.
"Dove li hai comprati?" disse lei, sorridendo deliziata.
"Sono scarpe italiane" disse lui. "Erano sulla bancarella di un mercante lombardo, alle Halles. Non è che le ho proprio comprate. Mi sono detto: queste sono per la mia Margot! Allora mi sono avvicinato di soppiatto e..."
La donna lo zittì con un bacio. Poi spense la candela.
Intanto, fuori, iniziava a nevicare.

Quando François si svegliò (era mattina inoltrata), per prima cosa vide Margot che stava disegnando con un carboncino sul retro di un manoscritto.
"Scusa", disse Margot, "mi serviva un foglio e ho visto che la tua borsa ne era piena. E' il tuo ritratto", disse porgendo il foglio a François. "C'era scritto qualcosa di importante?"
"No", disse lui. "E' una stanza della ballata che scrissi cinque anni fa per la duchessa d'Orléans. Ma era una brutta poesia. Il tuo disegno, invece, è molto bello. Conservalo, te ne prego".
"Allora è deciso! Io la duchessa, tu il duca, e questo sarà il nostro castello!"
"Margot, ti devo dire una cosa. I giudici hanno annullato la mia condanna a morte, è vero. Però mi hanno bandito da Parigi".
La donna si avvicinò alla finestra e guardò fuori. Era tutto ricoperto di neve. "Per quanto tempo?", disse.
"Dieci anni. Devo lasciare la città entro oggi".
Margot si volse e, guardando François dritto negli occhi, disse: "Vengo con te".
Lui scese dal letto. Raggiunse Margot, che era in piedi davanti alla finestra. C'era il sole, e il riverbero illuminava i capelli di lei. Sempre guardandola negli occhi, François prese fra le sue le mani di Margot.
"Andremo in Italia", disse François. "Laggiù ci sono città accoglienti e ben governate, rette da leggi giuste. L'arte e la poesia sono onorate e apprezzate. Quello è il posto per noi! Potremmo andare a Firenze da Cosimo de' Medici, o anche a Napoli, da re Ferdinando. Oppure nel Ducato di Milano, da Francesco Sforza: mi hanno detto che lì si vive bene. Partiamo adesso!"
"Sì. E quando questa neve si sarà sciolta, noi saremo già lontano", disse Margot.


          Baricco e il postmodernismo da quattro soldi        
Sul "Primo Amore" Antonio Moresco ha pubblicato una bella lettera aperta ad Alessandro Baricco, in risposta a un'intervista concessa da quest'ultimo al "Venerdì di Repubblica".

Baricco, parlando del suo ultimo romanzo, non si limita ad esporre la sua personale poetica di scrittore, ma pretende di far assurgere quest'ultima al livello di teoria generale della letteratura valida per tutti. Moresco rimprovera giustamente a Baricco l'arroganza di tale pretesa.

Baricco non è nuovo a questo genere di smargiassate, così le chiamava il mio professore di filosofia del liceo (si riferiva alle teorie pseudo-storiciste di Francis Fukuyama, ma la definizione è adatta anche a quelle di Baricco). Nel 1992 lo stesso Baricco pubblicò per l'editore Garzanti un testo teorico sulla musica moderna (oggi reperibile in edizione Feltrinelli) dove, con piglio zdanoviano, condannava tutta la musica "atonale" in quanto non adeguata ai gusti della "gente". Nel 2003, qui, pubblicai una recensione di questo libro. La ripropongo ora qui in calce, con minime variazioni. Non mi piace molto com'è scritta, però contiene un'idea che, dopo aver letto il fondamentale libro del collettivo Wu Ming sul New Italian Epic, mi è diventata più chiara: l'idea, cioè, che il "postmodernismo da quattro soldi" sia una delle forme più pervasive e insidiose in cui si presenta oggi l'ideologia dominante. Ecco la recensione.

Alessandro Baricco, L'anima di Hegel e le mucche del Wisconsin. Una riflessione su musica colta e modernità, Garzanti, Milano 1992, pp. 101.

Avvertenza per gli estimatori di Alessandro Baricco: la presente è una stroncatura.

1. Riassunto dei contenuti del libro

Nel primo capitolo, intitolato L'idea di musica colta, Baricco individua l'origine del concetto di musica colta nell'idealismo romantico dell'Ottocento, la cui figura principale, Beethoven, stabilisce il paradigma a cui tutti i successivi compositori, nonché gli interpreti e il pubblico, si attengono: "una musica impegnata, spirituale e difficile" (p. 19). Tale concetto è oggi, secondo Baricco, sopravvissuto a se stesso, dato che ne sono venuti meno i presupposti storici, ideologici e sociali ("qualcuno sa cosa significa spirito?", p. 20). Ma gli esecutori e i fruitori della musica colta si ostinano a riproporre questa concezione ormai superata, e a riproporre i capolavori del passato in forma mummificata e inerte, secondo un malinteso concetto di fedeltà al testo, fondamentalmente perché - sempre secondo Baricco - hanno "paura" della modernità.

Nel secondo capitolo, come alternativa alla prassi corrente, Baricco propone la "sua" idea di interpretazione. La musica "colta" del periodo classico si proponeva di organizzare il caos entro un preciso ordine formale; compito dell'interprete di oggi è, secondo Baricco, di far esplodere tale ordine per far sì che le "schegge" del materiale musicale si possano ricomporre secondo nuove geometrie provvisorie, momentanee, ogni volta diverse, secondo costellazioni di senso sempre rinnovate, piacevoli e sorprendenti.

Il terzo capitolo è dedicato alla musica atonale del Novecento. Baricco parte da un'audace constatazione: ma questa musica, dopo più di settant'anni, ancora non ha un suo pubblico! Gli ascoltatori, per quanto si sforzino, non la apprezzano e non la capiscono! Hanno torto loro? No, naturalmente: hanno invece avuto torto Schoenberg e i suoi successori (tutti quelli che hanno composto musica atonale, vale a dire i tre quarti dei compositori del Novecento da Berg a Webern fino alla scuola di Darmstadt e oltre).

Baricco spiega il perché: esistono "invalicabili limiti fisiologici" (p. 55) che impediscono all'orecchio umano di apprezzare la musica atonale. Infatti ogni brano musicale, continua Baricco, altro non è che un "meccanismo di piacere" (ibid.) basato su un gioco di previsione da parte dell'ascoltatore/risposta da parte della musica: se si cancella la logica tonale, sparisce l'orizzonte della previsione e si elimina il "piacere dell'ascolto" (p. 56).

La musica seriale è ormai superata, e anche qui Baricco non manca di dare la sua spiegazione sociologico-storica: l'atonalità di Schoenberg e seguaci nasce come espressionistico grido di orrore di fronte alla tragica realtà dei massacri e dei totalitarismi del Novecento. Ma nel secondo dopoguerra, "una volta sfumata quella follia" (p. 63) e venuti meno i conflitti ideologici e sociali che caratterizzarono la prima metà del secolo, anche tale giustificazione per l'atonalismo viene a mancare. Perciò non ci sono più motivi validi per i quali i compositori debbano ostinarsi a frustrare "le legittime aspettative del pubblico" (p. 65) continuando a proporre musica così inascoltabile, e perpetuando "lo strappo profondo e grottesco tra quella musica e la gente" (p. 66).

Occorre dunque richiamare i compositori "ai doveri della modernità" (p. 67), "ricreare una sintonia col sentire collettivo. Con una certezza: la modernità è innanzitutto uno spettacolo" (p. 73) e la gente vuole innanzitutto divertirsi, anche nelle sale da concerto: i musicisti devono dunque accettare "l'allegra realtà di un'umanità inconsapevolmente e sanamente drogata" (p. 70), di una modernità dove "la spettacolarità del reale e quella delle forme di rappresentazione si inseguono in un'escalation per la quale anche l'orribile diventa meraviglia" (ibid.).

Nell'ultimo capitolo del suo libro, Baricco propone ai compositori contemporanei due modelli da seguire: Puccini e Mahler. Secondo Baricco, questi due autori avrebbero accettato la concezione moderna di spettacolarità, senza temere di adottare un linguaggio musicale primitivo, né d'infarcire le loro opere di elementi volgari o di cattivo gusto, pur d'intercettare il bisogno di spettacolo dell'ascoltatore odierno, precorrendo così l'estetica del cinema.

2. Critica

Sui primi due capitoli non c'è molto da dire: si tratta di luoghi comuni che Baricco espone come se si trattasse di trovate sue; interpreti come Pierre Boulez (nella sua attività di direttore d'orchestra) e Maurizio Pollini adottano da sempre prassi esecutive antiformalistiche senza bisogno di attendere lezioncine da parte di Alessandro Baricco: di propriamente suo c'è solo un certo superficiale edonismo.

Circa i restanti capitoli del libro, premesso che reputo agghiacciante ognuna delle frasi o espressioni di Baricco che sopra ho citato tra virgolette (reazione molto soggettiva, lo ammetto), la prima osservazione critica da fare su questo testo è che Baricco propone un'estetica normativa, vale a dire un'estetica che pretende di prescrivere agli artisti come devono lavorare (non dovete più scrivere musica atonale, dovete farvi capire dalla "gente", ecc).

Ora, ogni estetica normativa è un'aberrazione, indipendentemente dal suo contenuto. Se poi si vuole valutare quest'ultimo, bisognerà osservare che Baricco si accosta ad Andrej Zdanov, il "teorico" sovietico del realismo socialista: anche lui pretendeva dai compositori una musica dal linguaggio semplice, tradizionale, accessibile alle grandi masse popolari. Zdanov avanzava tale pretesa in nome del superiore interesse del socialismo, Baricco in nome della "modernità" e della fine delle ideologie, ma il risultato non cambia. Baricco, nella sua irritante e dilettantesca superficialità, non sembra neanche rendersi conto del totalitarismo implicito nella pretesa che gli artisti debbano conformare la loro produzione ai gusti della "gente".

D'altra parte neppure si capisce bene quale pubblico Baricco abbia in mente: il pubblico che frequenta le sale da concerto è così esiguo che non vale neanche la pena che i musicisti si affannino per compiacerlo: e peggio per tale pubblico se non riesce ad apprezzare Anton Webern. Viceversa, il pubblico che non ha mai messo piede in un auditorium e non ascolta Schoenberg e Stockhausen, nella sua stragrande maggioranza non ascolta neppure Mahler e Puccini, ed evidentemente non per motivi ascrivibili al solo linguaggio musicale.

In ogni caso, dal fatto che la lettura di questo libro non mi ha impedito neppure per un minuto di continuare ad ascoltare il mio CD con i pezzi per pianoforte di Schoenberg, deduco che quella degli "invalicabili limiti fisiologici" è una colossale sciocchezza, con cui Baricco cerca malamente di giustificare la propria opposizione ideologica alla musica d'avanguardia.

La sua valenza ideologica è in realtà l'unico aspetto un poco interessante di questo libro. Esso, con la sua esaltazione del disimpegno, delle gioie del consumismo e della "gente" che vuole divertirsi, appare come un esempio tipico di quella versione euforico-ebetudinaria del postmoderno che ha furoreggiato nel nostro paese durante tutti gli anni '80: un'epoca nella quale a molti intellettuali non è parso vero di poter finalmente riproporre (nell'aggiornatissimo linguaggio filosofico post-strutturalista) l'antico, tradizionale qualunquismo italiano. Appare tristemente ironico che alcuni di quegli intellettuali si scaglino oggi dalle pagine dell' "Unità" o di "Repubblica" contro le impreviste (ma prevedibili) conseguenze politiche della loro stessa filosofia.

P.S. Ad un certo punto del suo testo, Baricco inserisce alcune oscure insinuazioni a proposito di presunte "coperture politiche" di cui gli artisti dell'avanguardia musicale avrebbero goduto nel nostro paese. Sorge allora la tentazione di leggere questo libro, il cui valore teorico-critico è nullo, in chiave direttamente pratica: forse Baricco si è proposto di approntare un "manifesto" per i musicisti della cosiddetta scuola neo-romantica?

Mi sono allora comprato un disco antologico di un esponente di questa corrente musicale, che ebbe anch'essa un effimero momento di notorietà nel corso degli anni '80: Marco Tutino, Operas, CD Aura Music AUR421-2, 2000, Euro 4,25. Si tratta di composizioni carine, indubbiamente orecchiabili, il cui linguaggio musicale si colloca fra le colonne sonore di Bernard Herrmann e i balletti di Aaron Copland, il tutto realizzato senza troppa fantasia e con circa trent'anni di ritardo.

Bene, ho fatto un piccolo esperimento. Un brano di questo CD di Marco Tutino l'ho fatto ascoltare ad un mio coinquilino che ascolta solo reggae ed hip-hop (e che, così facendo, qualche volta supera gli invalicabili limiti fisiologici delle mie capacità d'ascolto), e poi gli ho fatto sentire qualche minuto di Contrappunto dialettico alla mente di Luigi Nono (1968). Nessuno dei due brani gli è piaciuto, ma ha trovato di gran lunga più interessante quello di Nono.
          Una pagina che Thomas Mann non ha mai scritto        
"Gli occidentali hanno forma, ma non hanno profondità", sentenziò Deutschlin. "I russi hanno profondità, ma non hanno forma. L'una e l'altra le abbiamo soltanto noi tedeschi".

"Bella frase, Deutschlin", disse Adrian. "Dovresti ripeterla domattina durante la lezione di ginnastica: il professore ne sarà contentissimo".

Deutschlin rise nervosamente. Era sempre difficile capire se Adrian parlasse sul serio o celiasse e, nel secondo caso, se avesse o meno l'intenzione di burlarsi del suo interlocutore.

Adrian proseguì: "E cosa mi diresti di un popolo allo stesso tempo caotico e superficiale? Un popolo presso cui non esistono ruoli, né regole definite e stabili. Dove il linguaggio stesso non conosce significati precisi e sempre uguali, e dove non ci si può intendere, né si può fare affidamento sulla parola di chicchessia, né è possibile l'arte, se questa presuppone un codice di comunicazione fra gli artisti e il pubblico. Dove tutto ciò che si dice, o si fa, rimane senza conseguenze. Dove si può essere indifferentemente il peggiore dei mascalzoni o la persona più santa, senza che ciò influisca affatto sulla reputazione e sulla carriera. Dove la politica non è altro che una farsa senza fine in cui il governo finge di governare, l'opposizione finge di opporsi, e ognuno si fa gli affari suoi..."

"Leverkühn!" - lo interruppi. "E' orribile! Forse ho capito a quale popolo ti riferisci. Ma sei molto ingiusto. In nessun luogo si potrebbe vivere così. Stai descrivendo l'Inferno in terra".

"Credi, Zeitblom?" rispose Adrian lentamente. "Ma questo è ciò che pare a te, da bravo studente prussiano quale tu sei. Invece, a quanto ne so, quello che ti ho appena descritto è uno dei popoli più felici. O almeno, è il popolo che sembra il meno disposto a cambiare la propria situazione. Se li vedessi, come ridono e scherzano tutto il giorno..."

"Ah, basta così" intervenne ancora Deutschlin. "Finitela con le vostre chiacchiere cupe e confuse! Io so soltanto che il secolo ventesimo, iniziato or ora, sarà un'epoca di progresso e di pace, e che noi tedeschi saremo chiamati a guidare l'Europa verso un avvenire luminoso. Gli altri popoli dovranno solo riconoscere la nostra indubbia superiorità morale, e lo faranno certamente. In un modo o nell'altro".

Adrian non lo ascoltò nemmeno. Sdraiato sulla paglia come noialtri, sembrava assorto in una sua visione, le mani dietro la nuca e lo sguardo fisso in un punto sul soffitto del fienile. "L'inferno, hai detto? Interessante..."

Mentre rientravamo verso la città, lo presi da parte e gli posi una domanda. "Dimmi, Leverkühn" gli chiesi, "ma tu cosa vorresti fare dopo il diploma?"

"Non te l'ho mai detto, Serenus?" Per la prima volta mi aveva chiamato per nome. "Farò il musicista".

Pubblicato il 3 ottobre 2011 su Evulon.

          Pausa pranzo        
Torno a casa. Metto una pentola d'acqua sul fornello e lo accendo. Poi prendo un dischetto e lo metto nel lettore.

Beethoven, Sonata op. 106 nell'orchestrazione di Felix Weingartner. Royal Philharmonic Orchestra, diretta dallo stesso Weingartner. Incisione storica, del 1930. Riversata su CD, edizione economica.

Che idea bislacca, trascrivere l'Hammerklavier per orchestra. L'opera, così, non funziona. E' incongrua, fuori posto. O forse è l'arrangiamento che non va bene: tutto in legato! Come no: siccome al piano non si può fare e con l'orchestra sì, allora mettiamo il glissando un po' dovunque...

Non importa. L'op. 106 è bellissima anche così. Beethoven è l'unico musicista che riesce a commuovere anche nelle esecuzioni più impossibili, e nelle situazioni d'ascolto più precarie.

Audiocassette in edizioni da autogrill della Quinta o della Sonata al chiaro di luna ascoltate in auto, d'estate, andando verso la spiaggia, coi finestrini aperti e quasi tutta la musica che si perde nel rumore...

C'è qualcosa di disneyano, nell'orchestrazione anni '30 di Weingartner. Quando ho visto per la prima volta Fantasia? Non ricordo, ma dovevo avere quattro o cinque anni. A Milano. I miei mi portarono al cinema, sicuramente, e qualcosa deve essersi depositato profondamente nella mia memoria. La Sesta sinfonia mi sembra di conoscerla da sempre.

Questa, però, è preistoria. La storia dei miei ascolti musicali comincia invece a metà degli anni '80. Avevo (o meglio, i miei genitori avevano) un magnetofono da tavolo a cassette, di quelli che si usavano per registrare pro-memoria e appunti vocali. Io lo usavo per sentire musica. Le cassette le avevo comprate all'uscita da scuola, prima di prendere il treno che mi avrebbe ricondotto a casa.

Il corso principale della città dove frequentavo il liceo scientifico aveva due negozi di dischi. Quello della signora Esposito era il più fornito: aveva dei meravigliosi cataloghi delle principali case discografiche. I cataloghi, però, mi mettevano in imbarazzo. Avrei voluto consultarli per ore, ma non stava bene: a un certo punto bisognava scegliere e ordinare. E poi, la cassetta arrivava dopo settimane, e a quell'epoca ero molto impaziente.

Il negozio del signor Cavo (dischi ed elettrodomestici, nomen omen) era più piccolo, ma aveva la particolarità di essere praticamente sempre aperto. Arrivavi col treno la mattina presto e trovavi già la saracinesca alzata, oppure perdevi il primo treno del ritorno, e potevi comunque rifugiarti una mezz'oretta da Cavo a contemplare lo scaffale con le cassette, senza essere disturbato (era, e per quanto ne so è ancora, un uomo di una discrezione esemplare, cosa non frequente in provincia). Potevi stare lì davanti quanto volevi prima di scegliere cosa comprare, oppure anche uscire senza aver preso niente, con un semplice grazie e arrivederci.

Ma, quando avevo diecimila lire in tasca, mi piaceva sempre entrare da Cavo per poi uscirne con una cassetta di Mozart o di Beethoven ben sistemata in mezzo ai libri - che tenevo orgogliosamente legati con una cinta elastica, per distinguermi dai miei compagni che sfoggiavano zainetti Invicta dai quali, durante l'intervallo, tiravano fuori i loro dischi di musica pop.

Intanto l'acqua bolle. Mezzo cucchiaino di sale. Apro la dispensa: pennette rigate o spaghetti? Opto per gli spaghetti: cuociono prima.

"La città dove frequentavo il liceo". Ho già scritto il nome di questa città? No. Lo scrivo adesso: Locri. Provincia di Reggio Calabria.

Da una vita, la semplice domanda "Di dove sei?" mi obbliga a fornire spiegazioni complicate e, suppongo, noiose, e anche poco convincenti. Ai tempi del liceo la risposta era semplice: di Africo. Se l'interlocutore era discreto, bastava così. Altrimenti scattava l'altra domanda: "E perché parli con l'accento milanese?" - Sai, la mia famiglia abitava a Milano, poi ci siamo trasferiti in Calabria. "Ah, allora i tuoi sono milanesi". - Niente affatto, siamo calabresi da chissà quante generazioni; ma i miei erano emigrati a Milano alla fine degli anni '60. "E come mai siete tornati qui?" - Uffa...

Da quando sto al Nord, la spiegazione è diventata ancora più involuta e implausibile. Se ci penso, mi vedo in un commissariato di polizia, seduto davanti a una lampada da tavolo puntata addosso a me, mentre l'ispettore, nascosto in una minacciosa penombra, mi inquisisce. "Ricominciamo daccapo. Di dove sei?" - Di Vigevano. "Ma non parli con l'accento di Vigevano". - No, perché sono calabrese. "Ma sul documento c'è scritto che sei nato a Milano". - Sì, perché all'epoca i miei abitavano lì. "Ah. E adesso dove abitano?" - Ad Africo. "Prima hai detto a Bianco." - Sì, anagraficamente stanno a Bianco. Sono due paesi confinanti. In realtà casa dei miei è tra Africo e Bianco, sulla statale. Ma comunque è più vicina ad Africo che a Bianco, anche se, sulla carta, è nel territorio di Bianco. Però i miei sono di Africo. "Ricominciamo daccapo..."

Intanto l'op. 106 di Beethoven, trascritta da Weingartner, è finita. Devo cambiare il CD. Ho ancora una cinquantina di minuti prima di tornare in ufficio. Cosa metto?

Scelgo velocemente, prima che la pasta scuocia: Invenzioni a due e tre voci di J. S. Bach. Glenn Gould, al pianoforte.

Butto gli spaghetti nello scolapasta. Che senso ha suonare il piano facendo finta che sia un clavicembalo? Venticinque anni che ascolto Gould e me lo chiedo.

Dicembre millenovecentoottantotto. Pomeriggio. Devo studiare per l'interrogazione di matematica. Non ne ho proprio voglia. Slego il fardello dei libri di scuola e ne estraggo il mio acquisto di oggi. Una cassetta made in U.S.A., dall'elegantissima copertina nera bordata d'oro. Bach, Inventions and Sinfonias. Glenn Gould.

Metto la cassetta nel mangianastri. Una musica astratta, trasparente, cantabile. Sembra provenire dallo spazio siderale, eppure i contorni si distinguono con precisione. Una sensazione di freddo secco, fine e pungente.

Guardai fuori. Non potevo crederci: stava nevicando. La casa dei miei è sul mare; l'Aspromonte dista solo una cinquantina di chilometri, ma qui sulla costa l'inverno è mite, la neve è un evento che capita forse una volta ogni dieci anni. Capitò quella volta. Mi alzai dalla scrivania e andai alla finestra a vedere i cristalli che scendevano lentamente.

L'inverno è mite, sulla costa ionica della Calabria. La stagione peggiore è l'autunno. A fine ottobre le piogge arrivano improvvise, massicce e violente, e possono durare per settimane. Non c'è che da chiudersi in casa e aspettare che passino.

Ho sedici anni e sto correndo attraverso la piazza principale di Locri verso la stazione. Il cielo è nero, l'aria è elettrica e tra poco scoppierà un forte temporale. Stavolta ho perso troppo tempo dalla signora Esposito, non sapevo decidermi, alla fine ho comprato la Sesta sinfonia di Beethoven e i concerti K. 488 e K. 491 nell'interpretazione di Daniel Barenboim, ma ora rischio di perdere il treno. La Sesta un po' la conosco, è quella della pubblicità. Ma il Concerto in do minore. Chissà com'è. Mozart scrive raramente in minore. Ma quando lo fa, mette i brividi. Mi precipito con il cuore in gola, mentre le bobine sbattono ritmicamente contro l'involucro di plastica nascosto fra i libri.

"Secondo le testimonianze di molta gente che ha vissuto in prima persona quei tragici giorni dell'alluvione e attraverso dei libri pubblicati da alcuni scrittori del paese, il 15 ottobre 1951 rappresenta una data indimenticabile e storica per il popolo di Africo in quanto un evento imprevisto sconvolse l’esistenza di Africo e della sua frazione, Casalnuovo. Per quattro giorni consecutivi dal 15 al 18 ottobre 1951, una bufera di vento, pioggia e nevischio si abbatté ininterrottamente sui due paesi causando frane, crolli di abitazioni e la distruzione di intere colture. La gente, spaventata, si riversò in massa in chiesa, pregando Dio e il suo Santo protettore, San Leo. La catastrofe avvenne soprattutto giorno 17 con continue frane, smottamenti di terreno, pioggia battente e violenta".

"La mattina del 18 ottobre la gente ricorda un'aria rossastra su nel cielo che metteva paura solo ad osservarla. [...] Molti furono quelli che, sorpresi dal maltempo, non fecero in tempo a mettersi in salvo, perché la piena del fiume impedì loro la via del ritorno a casa. Alla fine i due paesi contarono i danni: i morti furono sei a Casalnuovo e tre ad Africo. Gran parte del bestiame fu trascinato dal fiume, le case furono per la maggior parte distrutte e sepolte, le colture non più esistenti perché trascinate dalla pioggia."

"La lenta organizzazione della vita civile e della lotta politica fu sconvolta dall'alluvione del 1951. Una frana spazzò via il paese. I morti furono pochi, ma Africo scomparve. La storia della ricostruzione è allucinante. Per tutto un decennio gli africoti cercarono il terreno per ricomporre la loro comunità. Si iniziò una lotta tra chi voleva tornare nel vecchio territorio, dove erano restate le misere proprietà, e quelli che cercavano una sistemazione nuova. La scelta di una soluzione divise i due campi, anche la sinistra. Alla fine prevalse la tesi, sostenuta da don Stilo e dalla DC, di costruire un nuovo comune in una località distante 50 chilometri dal vecchio paese. Per lunghi anni la maggioranza degli africoti visse in un campo profughi. All'inizio del 1960 era sorta Africo Nuovo".

Un bambino di nove anni. Una bambina di due anni. Che esperienza possono aver fatto della catastrofe, e poi della loro condizione di profughi? Come l'hanno vissuta? Che tracce ha lasciato su di loro?

I miei genitori mi hanno parlato pochissimo dell'alluvione e degli eventi successivi. Hanno sempre insistito affinché studiassi, hanno incoraggiato i miei interessi per la musica, la letteratura, le scienze. Mi hanno sostenuto fino al diploma, poi fino alla laurea. Ma sugli eventi del loro paese non mi hanno mai detto molto.

Mio padre non sopporta il vento. Se è notte, e fuori c'è vento, non riesce a dormire.

"Non si è mai capito - manca una documentazione e mancano anche testimonianze orali credibili - se fu la mafia calabrese a premere per ricostruire Africo nel territorio di Bianco, senza terra, senza delimitazione territoriale e stato giuridico (com'è rimasto fino al 1980), in una località dove i contadini poveri, la grande maggioranza degli abitanti, sarebbero stati privati di quei diritti civici - il legnatico, il seminativo, il pascolo - di cui godevano nel vecchio paese. Da una montagna aspra al mare. Un caso esemplare di perdita dell'identità individuale e collettiva: gli abitanti di Africo infatti non sono più pastori né contadini, odiano il mare e non sono diventati né pescatori né marinai".

Ho diciannove anni. Preparo l'esame di maturità ascoltando la Sinfonia Italiana di Mendelssohn e la Sinfonia Incompiuta di Schubert. L'incongruità della situazione mi è divenuta insopportabile: che senso ha vivere in Calabria stando sempre chiuso in casa, parlare con un ridicolo accento settentrionale e, in generale, far finta di abitare in Mitteleuropa? A questo punto, non è meglio emigrare? Spengo il registratore e accendo la radio. Trasmettono The End dei Doors. C'è l'anniversario della morte di Jim Morrison.

Alla maturità, filosofia non è uscita. Peccato. Mi sarebbe piaciuto portare Kant. Non capisco perché tutti dicono che è un pensatore difficile: a me sembra così naturale, così ovvio. Certo: lo spazio, il tempo, sono forme della nostra mente. Ma, in sé, non esistono affatto.

Spengo lo stereo, aziono la lavastoviglie. E' ora di tornare in ufficio.

(Racconto pubblicato anche su Evulon. Nota: tutti i paragrafi tra virgolette sono tratti dal sito Internet di un mio compaesano, http://www.giuseppemorabito.it tranne l'ultimo che è tratto da Corrado Stajano, L'Italia ferita. Storie di un popolo che vorrebbe vivere secondo le regole della democrazia, Cinemazero, Pordenone 2010, pag. 96).
          Mozart schedato da Buscaroli        
Va subito detto che il titolo del libro di Piero Buscaroli, La morte di Mozart (Rizzoli, Milano 1996, pp. 373) è fuorviante. L'oggetto della trattazione di Buscaroli non è, infatti, "la morte di Mozart", bensì gli ultimi dieci anni di vita del grande compositore. L'intento dichiarato di Buscaroli è quello di demolire tutta una serie di leggende, falsità e luoghi comuni che, secondo lui, si sarebbero accumulati intorno alla figura di Mozart ad opera dei suoi biografi otto e novecenteschi: il Mozart di Buscaroli sarebbe infine quello genuino ed autentico, finalmente restituitoci dopo due secoli di menzogne.

Mi sembra che il punto di vista di Buscaroli sia politicamente determinato e che questa componente politica sia un elemento essenziale del suo metodo. Infatti, Buscaroli è un nostalgico dell'ancien régime, né più né meno. Tutto ciò che deriva dall'Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, per Buscaroli, è pura e semplice aberrazione. Buscaroli non accetta nulla della modernità; del feudalesimo, invece, rimpiange ogni aspetto (per esempio anche l'elevata mortalità infantile, p. 261). Questo suo punto di vista radicalmente antimoderno dovrebbe, nelle intenzioni di Buscaroli, garantirgli una completa indipendenza dalle ideologie correnti nella nostra epoca e consentirgli così di vederci più chiaro di ogni altro biografo mozartiano prima di lui.

In altre parole, il libro di Buscaroli non si basa affatto su una ricerca archivistica che abbia prodotto fonti inedite e di prima mano. Si basa, invece, sulla reinterpretazione delle fonti già note, le quali, sotto l'occhio limpido e scevro di pregiudizi di Piero Buscaroli, rivelerebbero alfine quella verità che nessuno, prima di lui, aveva veduto.

Le fonti principali di Buscaroli sono infatti: l'epistolario mozartiano; la raccolta di documenti a cura di Erich Deutsch Mozart. Die Dokumente seines Lebens, Kassel 1961; e le prime biografie mozartiane di Schlichtegroll (1793), Niemetschek (1798), Nissen (1828) e Jahn (1856-59). Sono tutti materiali ben conosciuti e ampiamente utilizzati dalla critica mozartiana. Buscaroli esprime invece il massimo disprezzo per il W. A. Mozart di Hermann Abert (1921), opera considerata fondamentale da tutti ma non da Buscaroli il quale, naturalmente, è anche in costante e aspra polemica con quasi tutta la critica mozartiana novecentesca.

Vediamo allora, più nel dettaglio, qual è il bersaglio polemico della ricostruzione buscaroliana.

Mozart, che all'età di venticinque anni lasciò il servizio dell'Arcivescovo di Salisburgo per trasferirsi a Vienna, dove cercò di mantenersi con i proventi della sua attività di pianista e compositore, è oggi celebrato come il primo grande musicista dell'epoca borghese, colui il quale, per primo, tentò di conquistarsi lo status di libero artista, riscattando così la figura del musicista dal suo ruolo di dipendente delle corti. Nelle parole del sociologo Norbert Elias (1991): "Da outsider borghese al servizio della corte, Mozart combatté fino in fondo, con incredibile coraggio, una battaglia di affrancamento dai suoi padroni e committenti aristocratici. Lo fece di propria iniziativa, per amore della propria dignità di uomo e del proprio lavoro di musicista. E perse la battaglia [...]". Secondo Elias, Mozart perse la battaglia (e la vita) in quanto i tempi non erano ancora maturi per lui: la lotta di Mozart si svolse in una nazione, l'Austria del settecento, che si trovava "in una fase dello sviluppo sociale nella quale i rapporti di potere tradizionali erano praticamente ancora intatti".

Per l'ultrareazionario Buscaroli, questa moderna visione di Mozart come artista rivoluzionario è fumo negli occhi. Con grande insistenza, Buscaroli ci propone invece un Mozart meschino, pavido e conformista, caratterizzato dalla "evidente mancanza di superiori doti intellettuali e morali" (p. 342). "Mai anelò al riscatto sociale e politico della figura dell'artista, cercava un reddito fisso, ma alto" (p. 32). "Il libero mercato dell'arte gli si spalanca, e lui continua a sperare in un impiego a corte, meglio a Vienna, dove potrebbe, tutt'al più, raddoppiare lo stipendio di ora. Uomo libero è solo a parole [...]. I suoi sogni sono quelli di un impiegato" (pp. 183-4).

Tutto il libro di Buscaroli pullula di simili osservazioni, che in verità sono reiterate tanto spesso, quanto poco sono seriamente argomentate. E non potrebbe essere diversamente, dato che, come ho detto sopra, le fonti di Buscaroli sono le stesse dei critici mozartiani che lui tanto disprezza. Se, per loro, queste fonti disegnano una determinata figura e per Buscaroli la figura esattamente opposta, ciò dipenderebbe solo dal fatto che Buscaroli è intelligente e onesto, mentre gli altri autori sono stupidi e/o in malafede.

Un esempio del metodo argomentativo di Buscaroli lo si trova nella trattazione delle dimissioni di Mozart dalla corte arcivescovile di Salisburgo nel giugno 1781. In quella circostanza, com'è noto, il segretario dell'Arcivescovo, un tale conte Arco, per tutta risposta all'insistenza con cui Mozart continuava a chiedergli di accettare la sua richiesta di dimissioni, assestò al musicista un calcio nel sedere. Questo episodio, che ha suscitato l'indignazione unanime di tutta la posterità, viene raccontato da Buscaroli con le tecniche adottate dagli avvocati difensori di chi viene processato per stupro:
A) minimizzare. "Credette di dover ridurre alla ragione il musicista ribelle con la zotica seppur benintenzionata famigliarità elargita a sguatteri e inservienti".
B) Insinuare dubbi sulla veridicità del fatto. "E se fosse tutta invenzione [...]?"
C) Sostenere che la vittima, in fondo, se l'è cercata. "E il giovane genio dal corpo minuto [...] fece tutto quanto poteva per trarlo fuori dai gangheri" (tutte le citazioni sono dalla p. 53).
Il tutto al palese scopo di tessere l'apologia di un sistema sociale, nel quale era possibile che un Mozart venisse preso a calci dallo scagnozzo di un feudatario.

A ciò aggiungiamo il fatto che, della musica di Mozart, Buscaroli parla poco o nulla: al Don Giovanni sono dedicate in tutto 3 (tre) pagine, nelle quali Buscaroli si limita a dirci che Da Ponte copiò il libretto da Giovanni Bertati; e sai che novità! Questo ci dà la misura di quanto la lettura di questo libro possa risultare tediosa e irritante.

Questo, almeno, per le prime duecentosessanta pagine. E' solo quando Buscaroli inizia a parlare degli ultimi mesi di vita di Mozart, che il suo discorso comincia a farsi un minimo interessante. A proposito della genesi del Requiem, Buscaroli propone una tesi che, pur non essendo necessariamente giusta, non è né futile né banale. Secondo Buscaroli (il quale, per una volta, avverte onestamente il lettore di non aver prove di quanto afferma: p. 324), l'incompiutezza del Requiem non sarebbe dovuta alla morte improvvisa del compositore, bensì ad una sua scelta deliberata. Infatti, Mozart fu incaricato della composizione da un nobile musicista dilettante, il conte Walsegg-Stuppach, il quale intendeva appropriarsi della stessa paternità dell'opera: il conte voleva cioè far eseguire il Requiem (dalla propria orchestra di corte) figurandone lui come autore.

Secondo Buscaroli, quando Mozart si rese conto dei termini di questo incarico (che inizialmente aveva accettato per necessità di denaro), maturò un invincibile disgusto per il lavoro che gli era stato commissionato: la sua coscienza artistica e professionale si ribellò all'idea di dover comporre un'opera che non avrebbe mai potuto rivendicare come sua. Sarebbe questo, secondo Buscaroli, il vero motivo per cui il Requiem rimase incompiuto.

Una prova a sostegno della sua ricostruzione sarebbe costituita, secondo Buscaroli (il quale considera il Requiem di Mozart un'opera minore e mal riuscita), dalla stessa scarsa qualità musicale della composizione. Mozart, cioè, sapeva di dover scrivere un'opera che sarebbe andata sotto il nome di un musicista dilettante: perciò la scrisse in modo volutamente sciatto, adoperando ad esempio un "contrappunto opaco, scontato, da manuale" (p. 325), e alla fine si rifiutò senz'altro di completarla, meditandone probabilmente la distruzione.

Buscaroli, però, sembra non rendersi conto che quanto lui scrive in queste pagine finali, a proposito del Mozart autore del Requiem, contraddice in modo stridente quanto egli stesso ha sostenuto nel corso di tutti i capitoli precedenti. Se Mozart, dal 1781 fino all'estate del 1791, era quel piccolo-borghese pusillanime e opportunista che Buscaroli si è sforzato di dipingere, come si spiega questo improvviso scatto di orgoglio e di dignità a pochi mesi dalla morte?

A me sembra, invece, che in queste pagine finali gli occhiali dell'ideologia siano in qualche modo caduti dal naso di Buscaroli, il quale, alla fine, non può a fare a meno di riconoscere a Mozart quelle qualità umane che fin qui gli aveva ostinatamente e faziosamente negato.

Per finire, ho seri dubbi sulla valutazione critica che Buscaroli riserva al Requiem. Non trascurerei il fatto che quest'opera sembra attualmente la più popolare fra quelle del suo autore. Ad esempio, se si digita Mozart nella casella di ricerca di "YouTube", il Requiem è la prima opzione che viene proposta. Senza dubbio, ciò si deve in gran parte al film Amadeus. Ma in parte, secondo me, lo si deve anche alla relativa semplicità di fruizione del Requiem che Buscaroli, a suo modo, evidenzia, pur senza comprenderne le ragioni. Non dimentichiamo che Mozart, poco prima di morire, fu testimone dell'enorme successo del suo Flauto Magico, un'opera scritta per un teatro della periferia di Vienna e destinata ad un pubblico popolare.

Forse Mozart, dopo aver volutamente sfidato il gusto dell'aristocrazia, e dopo l'amara esperienza del mancato sostegno da parte del pubblico borghese, negli ultimi mesi di vita iniziò a intravedere la possibilità di rivolgersi ad un pubblico interamente nuovo, posto al di fuori delle classi dominanti del presente e dell'immediato futuro. E cominciò a orientare la sua scrittura musicale all'obiettivo di conquistare ed educare, se necessario anche calibrando il livello di complessità compositiva, questo nuovo pubblico.

(Trovate la presente recensione anche su Evulon).
          Stella rossa sull'Europa        
"Buongiorno, Anne. Buon anno".
"Buongiorno, Valentin. Buon anno anche a te. Novità?"
"Sì. Un nuovo arrivo. Sabato notte. Hai il colloquio già fissato per le undici. Trovi tutti i dettagli in agenda".
Anne Dupont, psicologa del Centro di Prima Accoglienza di Calais, entrò nel suo ufficio, accese il terminale e consultò la sua agenda elettronica.

Lunedì 5 gennaio 2011, ore 11,00. Colloquio con Monsieur Philip Brasser. Cittadino britannico. Età 38. Celibe. Operazione di salvataggio in mare, Canale della Manica, acque internazionali, 3 gennaio u.s. Condizioni fisiche buone. Non parla francese. Attribuzione provvisoria: codice blu.

Bene, pensò Anne. Un rifugiato politico. Iniziare l'anno nuovo con un codice blu era di buon auspicio. Il colloquio era di lì a due ore. Non c'erano altri impegni per la giornata. Completò con calma alcuni referti clinici iniziati la settimana precedente, fece una partita a Tetris, chattò con alcuni amici in Internet. Quando fu il momento, si aggiustò il make-up e si recò in sala colloqui.

Era una stanza non troppo ampia, arredata come un normale studio specialistico ma con qualche accorgimento per mettere gli ospiti a proprio agio: colori pastello, luci soffuse, lettino basso, comoda poltrona. Su quest'ultima, di fronte alla scrivania della dottoressa, era già seduto il signor Brasser.

"Good morning, Mr. Brasser. Prima di tutto, come sta?"
La domanda non era solo formale. L'uomo appariva molto provato. I tanti capelli bianchi, la pelle del viso magro solcata da numerose rughe, le profonde occhiaie dietro le lenti spesse, lo facevano sembrare più vecchio di dieci anni rispetto alla sua età anagrafica. Al posto degli abiti che indossava al momento del suo salvataggio, fradici e inservibili, gli avevano fornito un nuovo completo, che era tuttavia di due numeri più largo e accentuava la gracilità del suo fisico. Gli tremavano le mani.
Quegli scafisti maledetti, pensò Anne.
"Adesso sto meglio, grazie. Certo, suppongo che la notte passata all'addiaccio su quel canotto non abbia migliorato granché la mia cera. Ma ho fatto una buona dormita, qui da voi, e la vostra cucina è ottima". La sua voce era ferma, con una sfumatura d'ironia. "Solamente, non sono riuscito a procurarmi neppure una sigaretta, dottoressa..."
"Dupont. Ma può chiamarmi Anne. Temo che non ne troverà neppure in futuro. Nell'Unione non se ne producono più. Fino a qualche tempo fa, le importavamo dal suo paese".
"Oh, già, ora ricordo. Le esportazioni cessarono sei anni fa. Troppo pochi fumatori, qui da voi. Non c'era abbastanza profitto. Lo so perché all'epoca lavoravo in un'agenzia di rating".
"Lei è analista finanziario?"
Il signor Brasser rise. "No. Laureato in agraria. Da Troody's ero operatore al call center. Ogni grande compagnia ha il suo. E' la mansione che ho sempre svolto, durante tutta la mia carriera. Ho lavorato per almeno trenta società diverse, ogni volta per non più di sei mesi. Si imparano tante cose, sa?"
"Non ho dubbi. Ma veniamo al punto. Lei ha chiesto lo status di rifugiato politico. Data la sua provenienza, certamente la sua richiesta sarà accettata. Lei diventerà fra breve, a tutti gli effetti, cittadino dell'Unione delle Repubbliche Socialiste d'Europa. Già adesso, comunque, lei è libero di circolare in tutto il territorio dell'Unione, ed eventualmente anche di tornare da dove è venuto..."
"No grazie! Non ci tengo affatto".
"Dicevo per dire. In genere, qui da noi i rifugiati si integrano abbastanza in fretta. Tuttavia, non si può escludere che, all'inizio, lei si trovi un po' spaesato. Il nostro sistema sociale è molto diverso da quello da cui lei proviene. A sua richiesta, lei può fruire di adeguata assistenza psicologica e culturale, per superare eventuali difficoltà di adattamento. In questa fase iniziale, se vuole, mi consideri pure come suo referente".
"Oh. E quanto dura questa... fase iniziale?"
"Può finire anche subito, se crede. L'unico suo obbligo, se intende rimanere nell'Unione, è di iscriversi nelle liste di collocamento e nelle graduatorie per gli alloggi. Non credo che le sarà difficile trovare un lavoro e una casa. Se lei non ha esigenze particolari, penso che troverà una sistemazione accettabile nel giro di un paio di settimane. Fino ad allora, comunque, può rimanere qui, o spostarsi in una delle altre strutture di prima accoglienza nel territorio dell'Unione".
"Sembra magnifico. Dov'è la fregatura?"
"Ecco. Era proprio ciò che intendevo. Non c'è nessuna fregatura, per quanto lei sia abituato a pensare che debba per forza esserci. Non pretendo che lei mi creda. Presto se ne accorgerà da sé".

Non c'erano straordinari da fare, quel giorno. Alle tredici, Anne spense il computer, salutò i colleghi che arrivavano per il turno pomeridiano e, senza passare dalla mensa, prese l'elio-tram che, serpeggiando silenziosamente lungo la costa, la portò a casa sua in dieci minuti. Era una magnifica giornata di sole. Il mare era inusualmente calmo, in quei giorni. Una fortuna, per Brasser. Aveva evitato il triste destino di tanti boat-people che partivano clandestinamente dalla riva inglese ma non riuscivano a raggiungere i nostri mezzi di soccorso nelle acque internazionali.

Anne abitava da sola. Si preparò un leggero pranzo macrobiotico, poi un caffé d'orzo. Accese la radio; la spense. Si guardò nello specchio del soggiorno. Sorrise. Tutto sommato, si piaceva. Si chiese come sarebbe stato il suo sembiante, alla sua età, se anziché in Europa continentale fosse vissuta in quell'inferno che doveva essere Londra. I profughi le avevano raccontato storie orribili. Inquinamento, degrado. Se andava bene, orari lavorativi di dieci o dodici ore. Altrimenti, la disoccupazione, l'emarginazione e la pazzia. Oppure, per una ristretta minoranza, la ricchezza e il potere, ma a costo di rinunciare a qualsiasi barlume d'umanità. Un'altra forma di follia, in fondo.

Mercoledì 7 gennaio, ore 10,00. Secondo colloquio con Monsieur Brasser.

Quella mattina l'aspetto di Mr. Brasser era molto migliorato. Anne glielo disse.
"Grazie, Dottoressa. Lei è gentile quanto bella".
Anne Dupont ignorò il complimento.
"Se ho chiesto un nuovo colloquio" continuò Brasser, "non è per ottenere assistenza psicologica".
"Davvero? E perché, allora?"
"Ho due domande da porle".
"Le risponderò, se posso. Ma prima, permetta che le faccia io una domanda. Cosa sa, lei, dell'Unione?"
"Poco, in realtà. So che dapprima ci fu la Rivoluzione d'Ottobre, in Russia, nel 1917. Poi, tra il '18 e il '20, il capitalismo fu abbattuto in Germania, in Ungheria e in Italia. In rapida successione, tutte le colonie europee in Asia e in Africa conquistarono l'indipendenza. L'India nel 1925, la Cina nel '27, e così via. Poco dopo fu la volta dell'Algeria e del Marocco, e a quel punto la rivoluzione scoppiò anche in Francia e in Spagna. Alla fine degli anni '30, tutta l'Europa continentale era socialista.
Frattanto, il crollo di Wall Street nel 1929 aveva gettato l'America nella crisi più nera. Le elezioni presidenziali del 1940 furono vinte da Charles Lindbergh, un fanatico antisemita che instaurò negli U.S.A. una dittatura razzista, appoggiata dal grande capitale. Presto quel regime si circondò di una serie di stati-satellite che coprivano tutta l'America del Sud e del Nord.
Negli anni '80, quelle dittature iniziarono ad implodere, dapprima in America Latina e poi in Canada. Quando nel 1989 cadde il Muro di Tijuana, finalmente il capitalismo crollò negli stessi Stati Uniti. Da allora, secondo la nostra propaganda, il Regno Unito di Gran Bretagna è rimasto l'ultimo baluardo del libero mercato e della civiltà, contro la barbarie socialista che ha travolto tutto il resto del globo. Questo è quanto".
"Bene - disse la dottoressa - a parte la faccenda del baluardo, il quadro storico è corretto. Non le sarà stato facile ricostruirlo..."
"No, infatti. Da noi, formalmente, la cultura è libera, e ognuno può leggere ciò che vuole. Si possono prendere in prestito, nelle poche biblioteche rimaste, anche testi di Marx o di Lenin, e persino di Fabio Volo. Non è vietato. Di fatto, però, ci sono materie che non conviene approfondire troppo. Se si viene a sapere che lei fa certe letture e che ha determinate idee (e si viene a sapere sempre), non speri di trovare lavoro tanto facilmente. Io me la sono cavata con i call center, solo perché le mie origini non sono troppo umili. Quando avevo vent'anni, i miei riuscirono persino a mandarmi all'università. Certo, oggi non potrei più frequentarla. Da allora le rette sono decuplicate."
"Ah, lei ha letto Fabio Volo? Complimenti. Da noi, molti lo considerano un autore troppo difficile".
"Sì, è molto rigoroso e denso, ma se si ha tempo da dedicargli, è un pensatore affascinante. Le consiglio la Critica del tempo unidimensionale, se non l'ha ancora letta. A me ha aperto la mente. In realtà, uno dei motivi per cui mi sono deciso ad espatriare è che anche studiare per conto proprio da noi è diventato impossibile. Troppo costoso, da quando il dizionario è stato privatizzato".
"Il dizionario?"
"Sì. Tutti i sostantivi che iniziano per vocale appartengono alla Mircosoft. Quelli che iniziano per consonante sono del gruppo Murdogh. Gli avverbi sono di Merdaset, e così via. Per leggere o per usare comunque le parole bisogna pagare il noleggio ai legittimi proprietari. Quando lei scrive una e-mail, oppure quando chatta o quando telefona, un sistema di contatori automatici calcola la cifra e l'addebita sul suo conto. Ottimo sistema, fra l'altro, per controllare i contenuti della comunicazione. Io, per esempio, ho fatto quindici giorni di carcere per uso illecito di marchio registrato, la volta che in una mia mail ho scritto che la Cocca Colla mi faceva schifo".
"Senta, Mr. Brasser. Quali sono i suoi progetti? Cosa intende fare, ora che è venuto qui da noi?"
"Primo, togliermi una curiosità che mi ha tormentato a lungo. Ed è la prima delle due domande che volevo farle, si ricorda?"
La dottoressa Dupont sbuffò. "Va bene. Spari".
"La domanda è: perché non ci avete invaso? Come avete potuto lasciarci a mollo in quella fogna?"
Anne si appoggiò sullo schienale della sedia. "Beh, alcuni partiti in seno all'Internazionale erano per dichiarare guerra. Ma infine prevalse l'idea che il socialismo non può essere imposto con i carri armati. Se ci avessero attaccato, ci saremmo difesi. Per fortuna non accadde. Oggi, poi, molti sostengono che una pluralità di sistemi sociali diversi non è necessariamente un male. In India, in Giappone e in Sud America, dove la transizione al comunismo è molto avanzata, stanno già smantellando le strutture dello Stato, per sostituirle con vari tipi di organizzazione non statuale. In Europa e in Africa ci troviamo ancora nella fase socialista, in vari stadi di sviluppo a seconda dei territori. Forse è bene che ci siano delle zone dove ancora vige il capitalismo."
"Sarà un bene per voi, che ci osservate dall'esterno come se fossimo allo zoo! Ma per noi che siamo in gabbia è un altro discorso".
"Lei ora non è più in gabbia. Comunque, mi sembra che il suo atteggiamento nei confronti del suo paese d'origine sia un po' troppo negativo, non crede?"
"Mi dica lei cosa ci vede di bello, in quel letamaio", ribatté Brasser.
"Beh, che so... Avete una scena musicale molto vivace. Un sacco di gruppi pop, rock, punk, post-punk... Wim Wenders ci ha fatto anche un film. Poi, comunque, il vostro sistema ha ancora una base di consenso popolare".
"Si riferisce a West End London Social Club, vero? Quel film mi dà la nausea! Le televisioni del regime lo replicano senza tregua. L'unico film d'autore trasmesso in prima serata, e senza interruzioni pubblicitarie."
"Ecco, ad esempio - lo interruppe la dottoressa - Perché lei parla di televisioni di regime? Da voi ci sono sei o sette canali, se non sbaglio, tutti privati e in concorrenza fra loro..."
"... e trasmettono tutti le stesse schifezze. Non si distinguono l'uno dall'altro. Anne, lei non ha capito: da noi l'economia è allo sfascio, la società è in piena decadenza, la cultura è morta e sepolta. L'unica attività che va a gonfie vele è la manipolazione del consenso per mezzo dei mass-media. Quella è l'unica industria che non conosce crisi!"
"Non volevo farla arrabbiare. Si calmi. Lei ora è al sicuro. Andrà tutto bene. Respiri profondamente, e mi faccia la seconda domanda che voleva pormi".
"Mi scusi. La domanda è questa. Lei è libera stasera? Ho letto sul giornale che in un cinema d'essai a Dunkerque proiettano L'Atalante di Jean Vigo. E' una vita che desidero vedere quel film, e mi chiedevo se... lei volesse venire con me a vederlo, ecco."


Pubblicato su Evulon in due puntate: la prima il 7 gennaio 2011 qui, e la seconda il 12 gennaio 2011, qui.
          Radici        
"Sai" dico, "sono scaduti i diritti d'autore sulle opere di Freud".
E' domenica e sono le nove del mattino. Anna sa che, prima di colazione, non sono in grado di dire nulla che abbia un senso compiuto. Se è di buon umore, mi asseconda nel mio delirio. Oggi è di buon umore.
"Perché?", mi risponde. "Vuoi cominciare a tradurre Freud?"
"Magari. Purtroppo non so il tedesco. No, è per spiegare come mai mi sono alzato così presto. Ieri pomeriggio sono entrato in libreria e ho visto che la Newton Compton ha pubblicato questa edizione economica del saggio di Freud su Mosè..."
"Quello sul Mosè di Michelangelo? Ma non l'avevi già letto?"
"No, non quello sulla statua. E' una monografia proprio su Mosè il personaggio biblico. E' l'ultima grande opera di Freud, pubblicata nel 1938, un anno prima della morte. Non l'avevo ancora letta, perché l'edizione Bollati Boringhieri costa una barbarità e non mi andava di prenderla in prestito in biblioteca. Sai, i libri di Freud sono di quelli che voglio possedere. Comunque niente, ieri l'ho comprato e l'ho finito proprio poco fa. Senza zucchero, il tuo caffellatte, vero?"
"Tre cucchiaini, grazie".
"Mi prendi in giro?"
"Certo. Ma raccontami un po' questo libro, sono curiosa. E' assurdo come l'altro, quello sulla statua di Michelangelo? Quello dove Mosè, di ritorno dal Sinai, vedeva il suo popolo adorare il vitello d'oro, s'incazzava e stava per spezzare le tavole della legge, ma subito si tratteneva, e proprio in quel momento Michelangelo era lì che lo 'fotografava' con lo scalpello, e dietro un cespuglio c'era il professor Freud, col suo taccuino, che analizzava l'intera performance..."
"Dai, non essere così cattiva. Diciamo che, in quel saggio, Freud ha dato una sua interpretazione, un po' audace, di una celebre scultura rinascimentale. Comunque anche W. H. Auden, in una sua poesia, ha scritto che Freud a volte era assurdo e che ciò non diminuisce affatto la sua grandezza".
"Sarà. Intanto neppure il tuo Freud è riuscito a spiegare ad Auden la verità sull'amore".
"Tesoro! La verità sull'amore non la conosce nessuno. Tranne tu ed io, naturalmente".
"Naturalmente. Ma non mi hai ancora detto cos'ha di tanto speciale questo libro, che ti ha buttato giù dal letto poco dopo l'alba".
"E' presto detto. Hai presente Mosè, no? Il patriarca, il fondatore della religione ebraica, il profeta che guidò il suo popolo nell'esodo dall'Egitto verso la Palestina, che ricevette da Dio i dodici comandamenti, eccetera. Bene, Freud sostiene che Mosè, in realtà, non era affatto ebreo. Era egiziano".
"Ma va'?"
"Proprio così. Secondo Freud, Mosè era un nobile, o forse un alto sacerdote egiziano, seguace del dio Aton. Come ricorderai, il faraone Akhenaton aveva tentato di introdurre in Egitto il monoteismo, sostituendo al culto degli dèi la religione dell'unico dio solare Aton. Ma la sua riforma religiosa, molto avanzata per quei tempi, non ebbe fortuna. Quando Akhenaton morì, il politeismo riprese il sopravvento in Egitto. Il clero, che era stato represso ed esautorato da Akhenaton, morto il faraone, si vendicò ferocemente. Fu una reazione terribile: tutte le tracce del culto di Aton furono spazzate via. Persino il nome Aton fu cancellato dai monumenti".
"Sì, mi ricordo. Anche il faraone Tutankh-Aton, il giovane erede di Akhenaton, dovette cambiare nome, riconvertirsi alla vecchia religione e chiamarsi Tutankhamon. E forse neanche questo bastò a salvargli la vita, poverino! Probabilmente lo ammazzarono e lo chiusero nella tomba con quella bellissima maschera funebre tutta d'oro..."
"...quella che abbiamo visto cinque anni fa al museo del Cairo..."
"... durante il nostro viaggio di nozze. A proposito, fra poco è il nostro anniversario, Tato. Dove andiamo a festeggiarlo?"
"Mah, in Egitto ci siamo già stati. Ti porto a Vienna, a visitare la casa di Freud?".
"Anche a Vienna ci sono già stata".
"Ma io no. Comunque, stavo dicendo: Mosè era un fedele del dio Aton. La nuova religione gli piaceva proprio, e non si rassegnò alla restaurazione politeista. Era in contatto con questa popolazione di nomadi, che vivevano nel deserto, ai margini della società egiziana, chiamati Habiru...".
"Gli Ebrei?"
"Proprio loro. Mosè ne fece il suo popolo. Li convertì alla religione monoteista, diede loro nuove leggi, insegnò loro tutto ciò che sapeva, e li condusse con sé nell'esodo fuori dall'Egitto, verso la terra promessa."
"Ciumbia! Sembra una puntata di Voyager. Quali altre sensazionali rivelazioni ci sono, nel tuo libro? Nel senso: Mosè era egiziano, e poi? Shakespeare era siciliano? Le sinfonie di Mozart le ha scritte un veneto? Atlantide altro non era che la Sardegna? E qualcosa sul Graal? Non dirmi che non c'è niente sul Graal. Cioè, scusa, Tato, ma è una teoria un po' delirante..."
"Sshh! Se ridi così forte, svegli la bambina. Sì, hai ragione, è delirante. Proprio in ciò consiste la genialità di Freud. Lui ragionava come i suoi pazienti. Altrimenti non sarebbe mai riuscito a guarirli, no? Tramite lui, la Follia torna a parlare, dopo tre secoli di censura... E lascia perdere Voyager: non c'entra niente. Freud credeva in ciò che diceva, e non gli interessava fare audience".
"Boh. Ma li guariva, i suoi pazienti?"
"Certo che li guariva! Guarda, mi hai fatto talmente arrabbiare che mi sono mangiato tutti i pistokeddos".
"I savoiardi di Atlantide? Ma se te ne mangi un'intera confezione ogni mattina. Sei forte, Tato. Però spiegami una cosa. Allora, siamo nel 1938. Mezza Europa è sotto dittature fasciste, Hitler sta per annettersi l'Austria, lo stesso Freud deve scappare a Londra per sfuggire alla persecuzione, e in questa situazione tragica per il suo popolo, il professore non trova di meglio che pubblicare un libro dove sostiene che il fondatore dell'ebraismo non era ebreo? A me pare una mezza vigliaccata, non capisco come fai a parlarne con tutto questo entusiasmo".
"Ma caspita, Anna, è proprio questo il punto! Senti: chi ha vinto le ultime elezioni?"
"Non capisco cosa c'entra".
"Come, che c'entra? Ma lo senti, quello che dicono? 'Padroni a casa nostra. Ognuno a casa sua. Il Suolo. Il Sangue. La Razza. Le Tradizioni. Le Radici. Il Territorio. Radicarsi nel Territorio'... Dio, quanto ce la menano co' 'sta storia del territorio! Tutti a ribadire come un disco rotto che bisogna Radicarsi nel Territorio, come se non fossimo esseri umani, ma olmi, o platani, o che so io. E come se non fossero stati proprio loro a devastarlo e distruggerlo, 'sto cazzo di territorio, da quarant'anni in qua, a furia di capannoni e svincoli e tangenziali e inceneritori e ripetitori, centri commerciali e colate immonde di cemento, fabbriche aperte e poi chiuse, e sempre zero solidarietà, zero giustizia, zero cultura, zero arte e zero umanità... Talmente spaventati e abbrutiti e rimbecilliti da questo schifo che loro stessi hanno prodotto, da non saper fare altro che cercare spasmodicamente qualche capro espiatorio, cui far scontare tutta la loro bile e la loro frustrazione... E prima i meridionali, e poi i tossici, e poi gli albanesi, e ora gli islamici..."
"Adesso sei tu che rischi di svegliare la bambina".
"Sì. Scusami. Preparo un altro caffè. O preferisci un po' di spremuta d'arancia?"
"Spremuta, grazie. Quando parli di quelli là, mi sembri tuo padre".
"Che cosa brutta che hai detto..."
"Perché? Mi sta simpatico, tuo padre. Ma non mi hai ancora spiegato cosa c'entra tutto questo con Freud".
"Niente, tranne il fatto che tutta quella ripugnante retorica del Sangue e del Suolo era esattamente la stessa di cui si riempivano la bocca gli antisemiti al tempo di Freud. Sai cosa dicevano? Questo, dicevano: che ogni razza ha un proprio suolo d'origine, a cui è legata da un vincolo spirituale e mistico; che la qualità del suolo determina la qualità della razza; che gli ebrei non hanno patria, non hanno territorio e quindi non hanno dignità, sono nomadi e sbandati, vivono da parassiti degli altri popoli, eccetera eccetera."
"Beh, oggi gli ebrei ce l'hanno, il loro Stato".
"E infatti i razzisti di oggigiorno non se la prendono più tanto con gli ebrei (almeno per ora), quanto soprattutto con gli zingari e con i migranti. Ma gli argomenti sono più o meno gli stessi. Ed è contro questi argomenti che Freud mette in campo il suo Mosè. Considera questo: gli dèi che le popolazioni del Medio Oriente veneravano, a quell'epoca, erano divinità nazionali; ogni popolo aveva le sue, e queste facevano tutt'uno con il loro territorio. Erano divinità guerriere, rozze, sanguinarie, che accompagnavano ciascun popolo nella sua lotta per la supremazia sugli altri popoli."
"Ma era proprio così o lo dice Freud?"
"Non lo so. Non m'intendo di storia delle religioni. Comunque, Freud sostiene che il dio di Akhenaton e di Mosè era un dio molto diverso dagli altri dèi suoi contemporanei. Era un dio illuminista, per così dire. Anzi, quasi kantiano. Pacifista. Un dio universalista: non gli importava la nazionalità dei suoi fedeli. Non gliene fregava niente di cerimonie, riti, preghiere, statue o amuleti. Non pretendeva templi dove essere adorato, né una casta di sacerdoti per servirlo. Nemmeno prometteva alcuna vita dopo la morte. A questo dio, importava solo una cosa: che ci si comportasse bene. Che si vivesse una vita secondo ragione, verità e giustizia. Tutto qui. E' questa, secondo Freud, l'essenza del monoteismo ebraico: solo una personificazione della Ragione e della legge morale. L'aspetto etnico o nazionale o 'razziale' è così poco importante, nella concezione freudiana del monoteismo, che lo stesso fondatore dell'ebraismo non è ebreo. E allora il paradosso è che, con questo libro, l'ateo, scientista e razionalista Freud ha reso alla religione e alla cultura dei suoi padri l'omaggio più elevato che per lui fosse concepibile..."
"Bello. Ma è tutta una contraddizione. Prima non hai detto che tramite Freud la follia trova finalmente voce? Adesso te ne esci con questo panegirico della Ragione illuminista. Poi, scusa Tato, ma mi sembra tutta una diatriba tra maschi. Il dio di Freud, così ragionevole e tollerante, contro i rozzi e violenti dèi guerrieri delle mitologie pagane, va bene. Però le dee? La Grande Madre Mediterranea, per esempio, che fine ha fatto? E Iside? E poi, non capisco questa cosa dell'iconoclastia: cosa avete contro le cerimonie, i riti, e anche contro la magia, le statue e gli amuleti? Non so, sarà anche una bella cosa, questo famoso monoteismo, un grande progresso, non discuto, ma non so perché mi fa venire in mente la caccia alle streghe... Vado a svegliare la bambina, vah! Ché se no si fa tardi".
"No! Aspetta un minuto".

Pubblicato il 7 maggio 2010, qui: http://www.evulon.net/news.php?extend.3368
          '..If you can’t see this next crisis coming, you’re not paying the right kind of attention .. Financial politicians..' (no replies)        
'..If you can’t see this next crisis coming, you’re not paying the right kind of attention..'

'This Fed has already engineered the next crisis, just as Greenspan kept rates too low for too long, ignored his regulatory responsibility, and engineered the housing bubble and subprime crisis. If you can’t see this next crisis coming, you’re not paying the right kind of attention. The Trump Fed is going to have to deal with that crisis, but we still have many questions as to what a Trump Fed will actually look like or do.'

John Mauldin (Source, Jun 25, 2017)


'..Their empathy circuits get turned off.'

'Powerful people everywhere routinely make decisions that hurt others. We see it in central bankers, politicians, corporate CEOs, religious groups, universities – any large organization. The old saying is right: Power really does corrupt. And corruption is a barrier to sustainable economic growth. This is more than a political problem; it has a serious economic impact.

Recent psychological research suggests that powerful people behave remarkably like traumatic brain injury victims. Controlled experiments show that, given power over others, people often become impulsive and less sensitive to risk. Most important, test subjects often lose empathy, that is, the ability to understand and share the feelings of others.

..

Powerful people also lose a capacity called “mirroring.” When we observe other people doing something, our brains react as if we were doing the same thing. It’s why, when you watch a sporting event, you may unconsciously mimic a golf swing or the referee’s hand signals. Some portion of your brain thinks you are really there. But when researchers prime test subjects with powerful feelings, their mirroring capacity decreases.

You can see why this is a problem. The Protected-class members of the Federal Open Market Committee must feel quite powerful when they gather in that fancy room to make policy decisions. It’s no wonder they forget how their decisions will affect regular working-class people: Their empathy circuits get turned off.'

- Patrick Watson, The Wedge Goes Deeper, June 30, 2017


'..I now feel that it's highly likely we will face a major financial crisis, if not later this year, then by the end of 2018 at the latest..'

'Re-entering the news flow was a jolt, and not in a good way. Looking with fresh eyes at the economic numbers and central bankers’ statements convinced me that we will soon be in deep trouble. I now feel that it's highly likely we will face a major financial crisis, if not later this year, then by the end of 2018 at the latest. Just a few months ago, I thought we could avoid a crisis and muddle through. Now I think we’re past that point. The key decision-makers have (1) done nothing, (2) done the wrong thing, or (3) done the right thing too late.

Having realized this, I’m adjusting my research efforts. I believe a major crisis is coming. The questions now are, how severe will it be, and how will we get through it? With the election of President Trump and a Republican Congress, your naïve analyst was hopeful that we would get significant tax reform, in addition to reform of a healthcare system that is simply devastating to so many people and small businesses. I thought maybe we’d see this administration cutting through some bureaucratic red tape quickly. With such reforms in mind I was hopeful we could avoid a recession even if a crisis developed in China or Europe.

..

One news item I didn’t miss on St. Thomas – and rather wish I had – was Janet Yellen’s reassurance regarding the likelihood of another financial crisis. Here is the full quote.

Would I say there will never, ever be another financial crisis? You know probably that would be going too far, but I do think we’re much safer, and I hope that it will not be in our lifetimes and I don’t believe it will be. [emphasis added]

I disagree with almost every word in those two sentences, but my belief is less important than Chair Yellen’s. If she really believes this, then she is oblivious to major instabilities that still riddle the financial system. That’s not good.

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Financial politicians (which is what central bankers really are) have a long history of saying the wrong things at the wrong time. Far worse, they simply fail to tell the truth. Former Eurogroup leader Jean-Claude Juncker admitted as much: “When it becomes serious, you have to lie,” he said in the throes of Europe’s 2011 debt crisis.'

- John Mauldin, Prepare for Turbulence, July 9, 2017


'..Market distortions – including valuations, deeply embedded complacency, and Trillions of perceived safe securities – have become only further detached from reality. And the longer all this unstable finance flows freely into the real economy, the deeper the structural maladjustment.'

'This week marks the five-year anniversary of Draghi’s “whatever it takes.” I remember the summer of 2012 as if it were yesterday. From the Bubble analysis perspective, it was a Critical Juncture – for financial markets and risk perceptions, for policy and for the global economy. Italian 10-year yields hit 6.60% on July 24, 2012. On that same day, Spain saw yields surge to 7.62%. Italian banks were in freefall, while European bank stocks (STOXX600) were rapidly approaching 2009 lows. Having risen above 55 in 2011, Deutsche Bank traded at 23.23 on July 25, 2012.

It was my view at the time that the “European” crisis posed a clear and immediate threat to the global financial system. A crisis of confidence in Italian debt (and Spanish and “periphery” debt) risked a crisis of confidence in European banks – and a loss of confidence in European finance risked dismantling the euro monetary regime.

Derivatives markets were in the crosshairs back in 2012. A crisis of confidence in European debt and the euro would surely have tested the derivatives marketplace to the limits. Moreover, with the big European banks having evolved into dominant players in derivatives trading (taking share from U.S. counterparts after the mortgage crisis), counter-party issues were at the brink of becoming a serious global market problem. It’s as well worth mentioning that European banks were major providers of finance for emerging markets.

From the global government finance Bubble perspective, Draghi’s “whatever it takes” was a seminal development. The Bernanke Fed employed QE measures during the 2008 financial crisis to accommodate deleveraging and stabilize dislocated markets. Mario Draghi leapfrogged (helicopter) Bernanke, turning to open-ended QE and other extreme measures to preserve euro monetary integration. No longer would QE be viewed as a temporary crisis management tool. And just completely disregard traditional monetary axiom that central banks should operate as lender of last resort in the event of temporary illiquidity – but must avoid propping up the insolvent. “Whatever it takes” advocates covert bailouts for whomever and whatever a small group of central bankers chooses – illiquid, insolvent, irredeemable or otherwise. Now five years after the first utterance of “whatever it takes,” the Draghi ECB is still pumping out enormous amounts of “money” on a monthly basis (buying sovereigns and corporates) with rates near zero.

..

Thinking back five years, U.S. markets at the time were incredibly complacent. The risk of crisis in Europe was downplayed: Policymakers had it all under control. Sometime later, the Financial Times - in a fascinating behind-the-scenes exposé - confirmed the gravity of the situation and how frazzled European leaders were at the brink of losing control. Yet central bankers, once again, saved the day – further solidifying their superhero status.

I’m convinced five years of “whatever it takes” took the global government finance Bubble deeper into perilous uncharted territory. Certainly, markets are more complacent than ever, believing central bankers are fully committed to prolonging indefinitely the securities bull market. Meanwhile, leverage, speculative excess and trend-following flows have had an additional five years to accumulate. Market distortions – including valuations, deeply embedded complacency, and Trillions of perceived safe securities – have become only further detached from reality. And the longer all this unstable finance flows freely into the real economy, the deeper the structural maladjustment.'

- Doug Noland, Five Years of Whatever It Takes, July 29, 2017


'..This whole episode is likely to end so badly that future children will learn about it in school and shake their heads in wonder at the rank stupidity of it all, just like many of us did when we learned about the Dutch Tulip mania.'

'While I've written about numerous valuation measures over time, the most reliable ones share a common feature: they focus on identifying "sufficient statistics" for the very, very long-term stream of cash flows that stocks can be expected to deliver into the hands of investors over time. On that front, revenues are typically more robust "sufficient statistics" than current or year-ahead earnings. See Exhaustion Gaps and the Fear of Missing Out for a table showing the relative reliability of a variety of measures. In April 2007, I estimated that an appropriate valuation for the S&P 500 stood about 850, roughly -40% lower than prevailing levels. By the October peak, the prospective market loss to normal valuation had increased to about -46%. As it happened, the subsequent collapse of the housing bubble took the S&P 500 about -55% lower. In late-October 2008, as the market plunge crossed below historically reliable valuation norms, I observed that the S&P 500 had become undervalued on our measures.

Again attempting to “stimulate” the economy from the recession that followed, the Federal Reserve cut short-term interest rates to zero in recent years, provoking yet another episode of yield-seeking speculation, where yield-starved investors created demand for virtually every class of securities, in the hope of achieving returns in excess of zero. Meanwhile, Wall Street, suffering from what J.K. Galbraith once called the “extreme brevity of the financial memory,” convinced itself yet again that the whole episode was built on something more solid than quotes on a screen and blotches of ink on paper..

..

..greater real economic activity was never the likely outcome of all this quantitative easing (indeed, one can show that the path of the economy since the crisis has not been materially different than what one could have projected using wholly non-monetary variables). Rather, Ben Bernanke, in his self-appointed role as Mad Hatter, was convinced that offensively hypervalued financial markets - that encourage the speculative misallocation of capital, imply dismal expected future returns, and create temporary paper profits that ultimately collapse - somehow represent a greater and more desirable form of “wealth” compared with reasonably-valued financial markets that offer attractive expected returns and help to soundly allocate capital. Believing that wealth is embodied by the price of a security rather than its future stream of cash flows, QE has created a world of hypervaluation, zero prospective future returns, and massive downside risks across nearly every conventional asset class.

And so, the Fed created such an enormous pool of zero interest bank reserves that investors would feel pressure to chase stocks, junk debt, anything to get rid of these yield-free hot potatoes. That didn’t stimulate more real, productive investment; it just created more investors who were frustrated with zero returns, because someone had to hold that base money, and in aggregate, all of them had to hold over $4 trillion of the stuff at every moment in time.

When you look objectively at what the Fed actually did, should be obvious how its actions encouraged this bubble. Every time someone would get rid of zero-interest base money by buying a riskier security, the seller would get the base money, and the cycle would continue until every asset was priced to deliver future returns near zero. We’re now at the point where junk yields are among the lowest in history, stock market valuations are so extreme that we estimate zero or negative S&P 500 average annual nominal total returns over the coming 10-12 year horizon, and our estimate of 12-year prospective total returns on a conventional mix of 60% stocks, 30% Treasury bonds, and 10% Treasury bills has never been lower (about 1% annually here). This whole episode is likely to end so badly that future children will learn about it in school and shake their heads in wonder at the rank stupidity of it all, just like many of us did when we learned about the Dutch Tulip mania.

Examine all risk exposures, consider your investment horizon and risk-tolerance carefully, commit to the flexibility toward greater market exposure at points where a material retreat in valuations is joined by early improvement in market action (even if the news happens to be very negative at that point), fasten your protective gear, and expect a little bit of whiplash. Remember that the “catalysts” often become evident after prices move, not before. The completion of this market cycle may or may not be immediate, but with the median stock at easily the most extreme price/revenue ratio in history, and a run-of-the-mill outcome now being market loss on the order of -60%, the contrast between recent stability and likely future volatility could hardly be more striking.'

- John P. Hussman, Ph.D., Hot Potatoes and Dutch Tulips, July 31, 2017


Context

(2017) - '..a deeply systemic debt crisis akin to the aftermath of 1929 .. the stage has now been set..'

(Banking Reform - Monetary Reform) - '..debt is our biggest security threat..'

'..the Next 30 Years: “Everything is Deflationary”..'

          'We have no experience in stopping a nuclear war.' - Sidney Drell (no replies)        
'..My greatest concern is the lack of public awareness about this existential threat, the absence of a vigorous public debate about the nuclear-war plans of Russia and the United States, the silent consent to the roughly fifteen thousand nuclear weapons in the world. These machines have been carefully and ingeniously designed to kill us. Complacency increases the odds that, some day, they will. The “Titanic Effect” is a term used by software designers to explain how things can quietly go wrong in a complex technological system: the safer you assume the system to be, the more dangerous it is becoming.'

'The harsh rhetoric on both sides increases the danger of miscalculations and mistakes, as do other factors. Close encounters between the military aircraft of the United States and Russia have become routine, creating the potential for an unintended conflict. Many of the nuclear-weapon systems on both sides are aging and obsolete. The personnel who operate those systems often suffer from poor morale and poor training. None of their senior officers has firsthand experience making decisions during an actual nuclear crisis. And today’s command-and-control systems must contend with threats that barely existed during the Cold War: malware, spyware, worms, bugs, viruses, corrupted firmware, logic bombs, Trojan horses, and all the other modern tools of cyber warfare. The greatest danger is posed not by any technological innovation but by a dilemma that has haunted nuclear strategy since the first detonation of an atomic bomb: How do you prevent a nuclear attack while preserving the ability to launch one?

..

..the Cuban Missile Crisis, when a series of misperceptions, miscalculations, and command-and-control problems almost started an accidental nuclear war—despite the determination of both John F. Kennedy and Nikita Khrushchev to avoid one. In perhaps the most dangerous incident, the captain of a Soviet submarine mistakenly believed that his vessel was under attack by U.S. warships and ordered the firing of a torpedo armed with a nuclear warhead. His order was blocked by a fellow officer. Had the torpedo been fired, the United States would have retaliated with nuclear weapons. At the height of the crisis, while leaving the White House on a beautiful fall evening, McNamara had a strong feeling of dread—and for good reason: “I feared I might never live to see another Saturday night.”

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The personnel who command, operate, and maintain the Minuteman III have also become grounds for concern. In 2013, the two-star general in charge of the entire Minuteman force was removed from duty after going on a drunken bender during a visit to Russia, behaving inappropriately with young Russian women, asking repeatedly if he could sing with a Beatles cover band at a Mexican restaurant in Moscow, and insulting his military hosts. The following year, almost a hundred Minuteman launch officers were disciplined for cheating on their proficiency exams. In 2015, three launch officers at Malmstrom Air Force Base, in Montana, were dismissed for using illegal drugs, including ecstasy, cocaine, and amphetamines. That same year, a launch officer at Minot Air Force Base, in North Dakota, was sentenced to twenty-five years in prison for heading a violent street gang, distributing drugs, sexually assaulting a girl under the age of sixteen, and using psilocybin, a powerful hallucinogen. As the job title implies, launch officers are entrusted with the keys for launching intercontinental ballistic missiles.

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..A recent memoir, “Uncommon Cause,” written by General George Lee Butler, reveals that the Pentagon was not telling the truth. Butler was the head of the U.S. Strategic Command, responsible for all of America’s nuclear weapons, during the Administration of President George H. W. Bush.

According to Butler and Franklin Miller, a former director of strategic-forces policy at the Pentagon, launch-on-warning was an essential part of the Single Integrated Operational Plan (siop), the nation’s nuclear-war plan. Land-based missiles like the Minuteman III were aimed at some of the most important targets in the Soviet Union, including its anti-aircraft sites. If the Minuteman missiles were destroyed before liftoff, the siop would go awry, and American bombers might be shot down before reaching their targets. In order to prevail in a nuclear war, the siop had become dependent on getting Minuteman missiles off the ground immediately. Butler’s immersion in the details of the nuclear command-and-control system left him dismayed. “With the possible exception of the Soviet nuclear war plan, [the siop] was the single most absurd and irresponsible document I had ever reviewed in my life,” Butler concluded. “We escaped the Cold War without a nuclear holocaust by some combination of skill, luck, and divine intervention, and I suspect the latter in greatest proportion.” The siop called for the destruction of twelve thousand targets within the Soviet Union. Moscow would be struck by four hundred nuclear weapons; Kiev, the capital of the Ukraine, by about forty.

After the end of the Cold War, a Russian surprise attack became extremely unlikely. Nevertheless, hundreds of Minuteman III missiles remained on alert. The Cold War strategy endured because, in theory, it deterred a Russian attack on the missiles. McNamara called the policy “insane,” arguing that “there’s no military requirement for it.” George W. Bush, while running for President in 2000, criticized launch-on-warning, citing the “unacceptable risks of accidental or unauthorized launch.” Barack Obama, while running for President in 2008, promised to take Minuteman missiles off alert, warning that policies like launch-on-warning “increase the risk of catastrophic accidents or miscalculation.” Twenty scientists who have won the Nobel Prize, as well as the Union of Concerned Scientists, have expressed strong opposition to retaining a launch-on-warning capability. It has also been opposed by former Secretary of State Henry Kissinger, former Secretary of State George Shultz, and former Senator Sam Nunn. And yet the Minuteman III missiles still sit in their silos today, armed with warheads, ready to go.

William J. Perry, who served as Secretary of Defense during the Clinton Administration, not only opposes keeping Minuteman III missiles on alert but advocates getting rid of them entirely. “These missiles are some of the most dangerous weapons in the world,” Perry wrote in the Times, this September. For many reasons, he thinks the risk of a nuclear catastrophe is greater today than it was during the Cold War. While serving as an Under-Secretary of Defense in 1980, Perry also received a late-night call about an impending Soviet attack, a false alarm that still haunts him. “A catastrophic nuclear war could have started by accident.”

Bruce Blair, a former Minuteman launch officer, heads the anti-nuclear group Global Zero, teaches at Princeton University, and campaigns against a launch-on-warning policy. Blair has described the stresses that the warning of a Russian attack would put on America’s command-and-control system. American early-warning satellites would detect Russian missiles within three minutes of their launch. Officers at norad would confer for an additional three minutes, checking sensors to decide if an attack was actually occurring. The Integrated Tactical Warning/Attack System collects data from at least two independent information sources, relying on different physical principles, such as ground-based radar and satellite-based infrared sensors. If the norad officials thought that the warning was legitimate, the President of the United States would be contacted. He or she would remove the Black Book from a briefcase carried by a military aide. The Black Book describes nuclear retaliatory options, presented in cartoon-like illustrations that can be quickly understood.

..

Although the Air Force publicly dismissed the threat of a cyberattack on the nuclear command-and-control system, the incident raised alarm within the Pentagon about the system’s vulnerability. A malfunction that occurred by accident might also be caused deliberately. Those concerns were reinforced by a Defense Science Board report in January, 2013. It found that the Pentagon’s computer networks had been “built on inherently insecure architectures that are composed of, and increasingly using, foreign parts.” Red teams employed by the board were able to disrupt Pentagon systems with “relative ease,” using tools available on the Internet. “The complexity of modern software and hardware makes it difficult, if not impossible, to develop components without flaws or to detect malicious insertions,” the report concluded.

In a recent paper for the Royal United Services Institute for Defence and Security Studies, Andrew Futter, an associate professor at the University of Leicester, suggested that a nuclear command-and-control system might be hacked to gather intelligence about the system, to shut down the system, to spoof it, mislead it, or cause it to take some sort of action—like launching a missile. And, he wrote, there are a variety of ways it might be done.

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Strict precautions have been taken to thwart a cyberattack on the U.S. nuclear command-and-control system. Every line of nuclear code has been scrutinized for errors and bugs. The system is “air-gapped,” meaning that its networks are closed: someone can’t just go onto the Internet and tap into a computer at a Minuteman III control center. At least, that’s the theory. Russia, China, and North Korea have sophisticated cyber-warfare programs and techniques. General James Cartwright—the former head of the U.S. Strategic Command who recently pleaded guilty to leaking information about Stuxnet—thinks that it’s reasonable to believe the system has already been penetrated. “You’ve either been hacked, and you’re not admitting it, or you’re being hacked and don’t know it,” Cartwright said last year.

If communications between Minuteman control centers and their missiles are interrupted, the missiles can still be launched by ultra-high-frequency radio signals transmitted by special military aircraft. The ability to launch missiles by radio serves as a backup to the control centers—and also creates an entry point into the network that could be exploited in a cyberattack. The messages sent within the nuclear command-and-control system are highly encrypted. Launch codes are split in two, and no single person is allowed to know both parts. But the complete code is stored in computers—where it could be obtained or corrupted by an insider.

Some of America’s most secret secrets were recently hacked and stolen by a couple of private contractors working inside the N.S.A., Edward Snowden and Harold T. Martin III, both employees of Booz Allen Hamilton. The N.S.A. is responsible for generating and encrypting the nuclear launch codes. And the security of the nuclear command-and-control system is being assured not only by government officials but also by the employees of private firms, including software engineers who work for Boeing, Amazon, and Microsoft.

Lord Des Browne, a former U.K. Minister of Defense, is concerned that even ballistic-missile submarines may be compromised by malware. Browne is now the vice-chairman of the Nuclear Threat Initiative, a nonprofit seeking to reduce the danger posed by weapons of mass destruction, where he heads a task force examining the risk of cyberattacks on nuclear command-and-control systems. Browne thinks that the cyber threat is being cavalierly dismissed by many in power. The Royal Navy’s decision to save money by using Windows for Submarines, a version of Windows XP, as the operating system for its ballistic-missile subs seems especially shortsighted. Windows XP was discontinued six years ago, and Microsoft warned that any computer running it after April, 2014, “should not be considered protected as there will be no security updates.” Each of the U.K. subs has eight missiles carrying a total of forty nuclear weapons. “It is shocking to think that my home computer is probably running a newer version of Windows than the U.K.’s military submarines,” Brown said.In 2013, General C. Robert Kehler, the head of the U.S. Strategic Command, testified before the Senate Armed Services Committee about the risk of cyberattacks on the nuclear command-and-control system. He expressed confidence that the U.S. system was secure. When Senator Bill Nelson asked if somebody could hack into the Russian or Chinese systems and launch a ballistic missile carrying a nuclear warhead, Kehler replied, “Senator, I don’t know . . . I do not know.”

After the debacle of the Cuban Missile Crisis, the Soviet Union became much more reluctant to provoke a nuclear confrontation with the United States. Its politburo was a committee of conservative old men. Russia’s leadership is quite different today. The current mix of nationalism, xenophobia, and vehement anti-Americanism in Moscow is a far cry from the more staid and secular ideology guiding the Soviet Union in the nineteen-eighties. During the past few years, threats about the use of nuclear weapons have become commonplace in Moscow. Dmitry Kiselyov, a popular newscaster and the Kremlin’s leading propagandist, reminded viewers in 2014 that Russia is “the only country in the world capable of turning the U.S.A. into radioactive dust.” The Kremlin has acknowledged the development of a nuclear torpedo that can travel more than six thousand miles underwater before devastating a coastal city. It has also boasted about a fearsome new missile design. Nicknamed “Satan 2” and deployed with up to sixteen nuclear warheads, the missile will be “capable of wiping out parts of the earth the size of Texas or France,” an official news agency claimed.

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Russia’s greatest strategic vulnerability is the lack of a sophisticated and effective early-warning system. The Soviet Union had almost a dozen satellites in orbit that could detect a large-scale American attack. The system began to deteriorate in 1996, when an early-warning satellite had to be retired. Others soon fell out of orbit, and Russia’s last functional early-warning satellite went out of service two years ago. Until a new network of satellites can be placed in orbit, the country must depend on ground-based radar units. Unlike the United States, Russia no longer has two separate means of validating an attack warning. At best, the radar units can spot warheads only minutes before they land. Pavel Podvig, a senior fellow at the U.N. Institute for Disarmament Research, believes that Russia does not have a launch-on-warning policy—because its early-warning system is so limited.

For the past nine years, I’ve been immersed in the minutiae of nuclear command and control, trying to understand the actual level of risk. Of all the people whom I’ve met in the nuclear realm, Sidney Drell was one of the most brilliant and impressive. Drell died this week, at the age of ninety. A theoretical physicist with expertise in quantum field theory and quantum chromodynamics, he was for many years the deputy director of the Stanford Linear Accelerator and received the National Medal of Science from Obama, in 2013. Drell was one of the founding members of jason—a group of civilian scientists that advises the government on important technological matters—and for fifty-six years possessed a Q clearance, granting him access to the highest level of classified information. Drell participated in top-secret discussions about nuclear strategy for decades, headed a panel that investigated nuclear-weapon safety for the U.S. Congress in 1990, and worked on technical issues for jason until the end of his life. A few months ago, when I asked for his opinion about launch-on-warning, Drell said, “It’s insane, the worst thing I can think of. You can’t have a worse idea.”

Drell was an undergraduate at Princeton University when Hiroshima and Nagasaki were destroyed. Given all the close calls and mistakes in the seventy-one years since then, he considered it a miracle that no other cities have been destroyed by a nuclear weapon—“it is so far beyond my normal optimism.” The prospect of a new cold war—and the return of military strategies that advocate using nuclear weapons on the battlefield—deeply unnerved him. Once the first nuclear weapon detonates, nothing might prevent the conflict from spiralling out of control. “We have no experience in stopping a nuclear war,” he said.

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Donald Trump and Vladimir Putin confront a stark choice: begin another nuclear-arms race or reduce the threat of nuclear war. Trump now has a unique opportunity to pursue the latter, despite the bluster and posturing on both sides. His admiration for Putin, regardless of its merits, could provide the basis for meaningful discussions about how to minimize nuclear risks. Last year, General James Mattis, the former Marine chosen by Trump to serve as Secretary of Defense, called for a fundamental reappraisal of American nuclear strategy and questioned the need for land-based missiles. During Senate testimony, Mattis suggested that getting rid of such missiles would “reduce the false-alarm danger.” Contrary to expectations, Republican Presidents have proved much more successful than their Democratic counterparts at nuclear disarmament. President George H. W. Bush cut the size of the American arsenal in half, as did his son, President George W. Bush. And President Ronald Reagan came close to negotiating a treaty with the Soviet Union that would have completely abolished nuclear weapons.

Every technology embodies the values of the age in which it was created. When the atomic bomb was being developed in the mid-nineteen-forties, the destruction of cities and the deliberate targeting of civilians was just another military tactic. It was championed as a means to victory. The Geneva Conventions later classified those practices as war crimes—and yet nuclear weapons have no other real use. They threaten and endanger noncombatants for the sake of deterrence. Conventional weapons can now be employed to destroy every kind of military target, and twenty-first-century warfare puts an emphasis on precision strikes, cyberweapons, and minimizing civilian casualties. As a technology, nuclear weapons have become obsolete. What worries me most isn’t the possibility of a cyberattack, a technical glitch, or a misunderstanding starting a nuclear war sometime next week. My greatest concern is the lack of public awareness about this existential threat, the absence of a vigorous public debate about the nuclear-war plans of Russia and the United States, the silent consent to the roughly fifteen thousand nuclear weapons in the world. These machines have been carefully and ingeniously designed to kill us. Complacency increases the odds that, some day, they will. The “Titanic Effect” is a term used by software designers to explain how things can quietly go wrong in a complex technological system: the safer you assume the system to be, the more dangerous it is becoming.'

- Eric Schlosser, World War Three, By Mistake, December 23, 2016


Context

The International Day for the Total Elimination of Nuclear Weapons

          KDE 4.2 - progress in a year        

KDE Project:

More than a year ago I wrote a post about KDE 4.0, I was quite unsatisfied with how in was and that we are going to release a product that has defects and in the eyes of the users will be a step back. I actually switched to KDE4 as my main desktop sometime during the 4.1 developing cycle. Since then I use KDE trunk on one machine and whatever my distro (openSUSE) provides on another one. There is always a shock when I have to use the distro packages. They did a very good job on integration and in many cases the distro package looks more polished than my self compiled one, still I was always liked the trunk version better. The improvement between 4.1.x and 4.0.x and 4.x.x and 4.1.x is just so big, using the older version is like going back several years. Not talking when I use KDE 3.5 on some other machines. I miss KDE 4.2 a lot in that case. Was it good that we released 4.0 a year ago? I think it was bad from PR point of view, but probably needed to actually have a 4.2 like the one will appear soon in the wild.
Yes, there are still issues, yes there are some applications that aren't ported or their port is not up to the expectations (yet). Luckily, unless your distribution did it wrong, it is possible to run the KDE3 applications under KDE4, without much hassle.
In the previous blog I complained about performance. My system is almost the same, except the video card is a newer one. And buying a new card at that time caused more trouble, and virtually no visible speedup at that time. Meantime the drivers improved (also due to KDE!), KDE improved (both kwin and plasma), and now I can use my system with effects enabled without thinking about performance. The current performance problems are actually caused by the flash plugin and its wrappers, in many case they start to use 100% CPU power. I'm not sure it can be fixed by us or the wrapper developers, what I know that both Konqueror and Firefox suffer from this problem. I just had to close down Firefox running in a KDE3 session because the X server for that session used completely one core.
I'm happy now with KDE4 and trunk already has some improvements compared to 4.2 that I enjoy. :) I'm amazed by the progress of KDE, aren't you amazed as well?

PS: If you miss Quanta being ported and you know C++/Qt, you should help. The only way to make it a KDE4 application is to finish the port, it won't happen magically if noone works on it. :(


          Call for developers: Quanta Plus and KDEWebDev        

KDE Project:

Time is passing by. Sometimes I'm also amazed that it was more than 5 years ago when I wrote my first KDE application and soon after I joined the Quanta Plus project. And a few months later Quanta Plus become part of the KDE releases, I think with version 3.1.
Probably many of you know that I worked full time on Quanta in the past years, thanks to Eric Laffoon and many other supporters, who made this possible. But things have changed, and I cannot spend all my time anymore on this beloved project. I don't abandon it, just realized that alone it would take just too much time to get a release for KDE 4.x series out in time. Therefore I call for help, I'd like to ask the community, existing developers or users with some C++ knowledge, developers who would like to find a challenging project in the open source world to come, join us. Help to make Quanta4 a reality and make many users happy throughout the world. You don't have to be afraid of the size of the project, one of the goals of Quanta4 is to have a modular code, build up as KDevPlatform (KDevelop) plugins.

There are other projects inside the KDEWebDev module that need help, some even maintainers:

- Kommander: just take a look at www.kde-apps.org and you will be amazed by the number of Kommander scripts uploaded by the users. Help to have a good Kommander for KDE4 as well!
The executor is already ported, but we have lots of new ideas waiting to be implemented.

- KFileReplace: useful search and replace tool, unfortunately without a current maintainer. It works, but needs some love.

- KImageMapEditor: don't let web developers without a KDE image map editor!

Of course our priority would be Quanta Plus and Kommander, but if you are interested in either of the above, just contact us on our developer list.


          KDE4: is it usable for you?        

KDE Project:

I know it is not so nice to complain and bash a project when you don't contribute to it. And yes until now, I did not contributed to the KDE4 desktop as I wished. I compiled it regularly and used the libraries, but did not run the KDE4 desktop or KDE4 version of the applications except KDevelop and Quanta.
But as 4.0 is approaching, I decided that it is time to test, use, report bugs and even make fixes to it. I use KDE since a long time (~7 years), I think I always compiled from source, and for several years I compiled from CVS/Subversion regularly. I wasn't afraid to use the alpha/beta/whatever version as my daily desktop.
But with KDE4 somehow I feel lost. I tried a few days ago to start a KDE4 session. After getting through some issues that the libraries were not found unless LD_LIBRARY_PATH is modified (and knotify even with this setup has problem to find libkaudiodevicelist.so), I finally got it running. Well, it looks nice at first. So what to do there? I can start the KDE4 applications from the Run Command dialogbox. This dialog is a nice improvement over the old version, especially the autocompletion is handy.
In my version the menu was still missing, which isn't nice, but I don't care that much. What I care more is the speed, or to be exact, the lack of it. I blamed first the debug version of the libraries and the desktop, so I did a complete fresh build without debug information (a sidenote: my KDE3 is compiled WITH debug info and works fast enough). Sadly, it isn't faster. An example: right click on the desktop, and until the menu is shown, 3-4 seconds can pass. During this time Plasma and XOrg are heavily using the CPU. Moving around a window makes again ~58% CPU load (by kwin). Moving the mouse over the taskbar gives me 60% CPU usage by plasma AND 50% CPU usage by XOrg.
This slowness if everywhere on the desktop. I click somewhere and it takes some seconds until it reacts. The "natural" reaction is to click again, which makes things worse. What is the reason of this slowness, I don't know. But I am worried about it, because I have a fairy decent computer here, everything is fast except my video card: AMD Opteron 180 Dual Core (2.4Ghz), 2GB Dual Channel RAM, 7200RPM SATA HDD, Nvidia FX5500 card (with the binary drivers). The card isn't the state of the art one, but should be more than enough for desktop usage. I tried compiz with it, and it works OK. I can see the reaction lag with compiz as well (compared to the KDE3 version of kwin, which is lightning fast), but it is still quite usable.
I tried to remove kwin and use another window manager. This made at least the window operations faster, but the desktop was still slow.
That's about the speed.
Now about the usability side: I have no idea if what I tried is implemented at all or not, if there are plans to do them for the final release or not, but certainly I can say that as it is now, it is close to be unusable. There is the panel on the bottom with the taskbar and the clock. The taskbar let's say works, but I couldn't figure out what really a left/right click on an empty area of the taskbar does. It minimizes/restores the running applications, but I don't see the logic. I also don't know how to move around the taskbar on the panel. I don't know how to move the panel. It is possible to add new applets to the desktop, but I don't know how to move those applets to a panel. Moving them around on the screen is terribly slow.
There is also an Unknown Applet on my panel which "could not be created". I have no idea what it is or how it appeared there.
I also saw some bugs, like black boxes on top of windows appearing when you move a window over an applet, but this kind of issues are just simple bugs, acceptable at this stage of the development.
Unfortunately this experience can have only one outcome: I cannot use KDE4 as my daily desktop. Not even as a testing desktop.
So the solution is to test only the libraries and the applications. Luckily it is pretty easy to have a setup where you can run KDE4 applications under KDE3. Well, the first and one of the most important applications is Konqueror. I'm writing this blog from Konqueror4. Altough I feel a slowness here as well (when navigating through the menus, for example), this isn't a big issue, it is usable. I saw some rendering bugs, an ugly infinite loop when loading a certain page, but I saw similar issues with the old Konqui as well.
There is a problem with the editor area where I write the blog text (home bring to the beginning of the text, not the beginning of the line, mouse scrolling does not work) and the closing buttons on the tabs do not work, but again, in beta stage these are "normal" bugs.
For the applications the solution is to report the bugs or try to fix them. :) I will happily report them.

My conclusion: as it is now, the KDE4 desktop should not be released. Luckily we have some months left until the final release, so who knows, it might really be usable. I have more confidence in the base libraries and the applications. I think there only some polish is needed, in general they should be usable, but as I said, I didn't test many of them either. But what I started up for a quick test seemed to work.


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          Un cheval dans la salle de bain, Dirck Gently, Détective Holistique tome 1, Douglas Adams        
J'ai découvert il y a peu la série Dirk Gently produite par BBC America et disponible chez nous sur Netflix. C'est en voyant le "d'après Douglas Adams" que j'ai fait le rapprochement avec l'auteur du Guide du Voyageur Galactique. Comme j'ai bien aimé la série TV, et qu'un ami m'a filé le premier tome de la série littéraire, je me suis dis pourquoi pas.

Un cheval dans la salle de bain, Dirk Gently, Détective Holistique tome 1, Douglas Adams

Editeur : Folio
Collection : SF
Année de parution : 2003
Titre en Vo : Dirk Gently's Holistic Detective Agency
Année de parution en VO : 1987
Nombre de pages: 375

A lire si :
- Vous aimez le non-sens
- Vous n'avez pas peur d'être perdu entre personnages et lieux
- Vous voulez une enquête qui n'en est pas vraiment une du moins par sa forme.

A ne pas lire si :
- Vous voulez de la cohérence partout

Présentation de l'éditeur :

De Sherlock Holmes à Philip Marlowe, il existe une longue tradition de détectives privés brillants, astucieux, à qui on ne la fait pas. Malheureusement, Dirk Gently n'en fait pas partie. Plus intéressé par la télékinésie, la physique quantique et les pizzas froides que par la chasse minutieuse aux indices, Dirk Gently emploie pour ses enquêtes des méthodes, disons... particulières, avec des résultats, disons... inattendus. Dirk Gently est un détective holistique. Chargé - sans fierté excessive - de retrouver un chat disparu, Gently va être confronté à un fantôme ahuri, un voyageur temporel, un secret dévastateur plus ancien que l'humanité et qui menace de la mener à une fin prématurée... et à un cheval, qui trône nonchalamment dans une salle de bains. En plus, le petit chat est mort.

Mon avis

Douglas Adams est un auteur dont je ne sais généralement que penser. Il est l'un de ces auteurs anglais qui manie à la perfection l'humour et le non-sens mais dont les histoires ont parfois du mal à me toucher (et cela même si je n'ai lu que les 3 premiers tomes de H2G2, qui m'ont semblé parfaitement inégal à cause de cela). Mais comme je le disais, un copain m'a refilé ce livre (et la suite de H2G2 aussi d'ailleurs) et j'ai vraiment adoré la série de 2016. Alors je me suis dit pourquoi pas. Surtout que j'avais bien besoin d'une lecture fraiche comme ça ces derniers temps.

J'aurais bien du mal à vous parler de l'histoire en elle-même tant elle part dans tous les sens. Je crois qu'Adams avait juste envie de se faire bien plaisir en y mettant un peu tout et n'importe quoi. Un tout et n'importe quoi qui pourtant ne l'est pas tant que ça. Douglas Adams a mélangé un certain nombre de genre pour réussir à créer une presque parfaite enquête policière. Et pourtant, cela ne semblait pas gagner du tout au départ.

L'interêt du roman, outre son humour, ce sont ses personnages. Et malheureusement, j'ai eu un peu de mal avec certain. Comme Richard, héros sans le savoir de ce premier tome. Enfin, héros... Disons que je n'apprécie que peu les personnages qui se laissent porter par les évènements, ce qui est son cas. Heureusement, Dirk Gently, qui n'apparait que plus tard, a eu toute mon attention. J'ai tout simplement adoré ce personnage qui semble tellement mais tellement à côté de la réalité. Là où Richard est pragmatique, lui est complètement hors réalité. Ses conversations sont juste énormes tant elle semble surréaliste. Il en va de même avec le professeur Reg Chronotis, vieil homme qui ne se souvient pas de tout et qui se répète bien souvent. J'ai vraiment aimé les personnages un peu loufoques de l'histoire, bien moins les plus pragmatiques. 

Et malheureusement il en va de même sur tout le livre. A chaque fois qu'on perd l'aspect humoristique, j'ai décroché du livre. Parce que ces moments-là sont particulièrement lent. Du moins, c'est l'impression que j'ai eu. De même, toute l'histoire du moine électrique, bien qu'amusante, m'a presque semblé de trop. Et c'est là quelque chose qui m'arrive souvent avec Douglas Adams, il en fait parfois trop (une impression que j'ai d'ailleurs retrouvé dans la série TV). Du coup, l'histoire en souffre pour moi. 

Il est amusant de lire les lignes d'Adams. J'ai passé un bon moment avec ce premier tome des aventures de Dirk Gently. Mais j'aurais aimé moins de longueur, plus de Dirk aussi. J'ai apprécié les réflexion sur l'absurdité du domaine informatique, celles sur la mort (qui se rapprocheraient presque  de Pratchett) ou encore l'importance de la musique. J'ai moins aimé pas mal de passage trop "sérieux" par rapport au reste, tout comme les longueurs (le monologue de Gordon au répondeur de sa soeur est parfaitement soporifique...). Finalement, c'est donc une lecture un peu en demie teinte, agréable à lire la plupart du temps mais parfois trop longue.

Pour finir, un petit mot sur la série ? Elle ressemble au livre tout en étant bien différente. Je l'ai trouvé bien plus déjantée, plus drôle aussi. La personnalité de Dirk est bien la même mais tout le reste est différent. L'histoire de Dirk a été entièrement revu, je suppose pour plaire un peu plus à un public plus jeune. Malgré les différences, l'esprit du roman est tout de même bien là. On retrouve Dirk, un compagnon qui se laisse un peu porter par ce qui lui arrive, du voyage dans le temps et ce côté un peu absurde du nonsense anglais. Après, est-ce que j'ai préféré le livre à la série ? Et bien, disons que j'ai trouvé dans les deux de quoi me plaire. Je ne saurais les départager.

          Les Blaireaux se cachent pour Mourir, A gauche après l'asile, Saison 1, épisode 1, Jessie        
Premier achat de l'OPMORSE (d'ailleurs, cette semaine, ce sont les livres dont vous êtes le héros qui sont en promos)(j'ai chroniqué il y a un moment Plongée sur R'Lyeh y a un moment de ça)(toute mon enfance les LDVELH), cet épisode d'une série qui se veut loufoque aura fait mon week-end.

Les Blaireaux se cachent pour Mourir, A gauche après l'asile, Saison 1, épisode 1, Jessie

Editeur : Walrus
Collection : Pulp
Année de parution : 2016
Format : epub

A lire si : 
- Vous voulez du déjanté
- Vous voulez une enquête
- Vous voulez une héroine qui n'a pas la langue dans sa poche

A ne pas lire si :
- Vous n'aimez pas Lovecraft
- Vous voulez du calme et de la sérénité.

Présentation de l'éditeur : 

Comment décrire l’indescriptible ? Il se passe beaucoup de choses à Arkham, ce qui n’est pas pour déplaire à Casey Bolton, détective privée de l’occulte à la tête d’une agence qui se voit confier d’étranges enquêtes. Entourée de curieux spécimens plus ou moins aptes à mener à bien les noirs desseins des Grands Anciens, la jeune femme doit démêler d’extravagantes affaires... s ans jamais perdre son style (tout le reste pourra être négocié).
À ceux qui ont toujours su qu’HPL n’était pas devenu fou pour rien, ce livre va vous donner raison : aucune chance que vous sortiez indemne de la lecture des aventures de Casey Bolton. Les éditeurs et surveillants du Walrus Institute déclinent quant à eux toute responsabilité concernant la perte de vos points de santé mentale, mais s’engagent à prodiguer les meilleurs soins à Jessie, l’auteure de cette truculente fresque haute en couleur.

Mon avis

Qu'il va être compliqué de donner mon avis sur ce premier épisode d'une série qui je l'espère va continuer. Mais on va essayer, hein. Après tout, je suis là pour ça, hein. Donc allons-y.

Prenez un peu beaucoup de Lovecraft, son univers, ses dieux emblématiques..., prenez ensuite une détective qui n'a pas réellement de chance et qui ouvre parfois un peu trop sa gueule, une étudiante trop parfaite, un footballeur américain coqueluche de son équipe qui broute méchamment le gazon, un humeur parfois douteux, de l'action, de l'occulte et vous obtiendrez "A gauche après l'asile", un bon pulp comme Walrus aime publier, comme j'aime les lire. Barré complet et tellement addictif. 

Jessie c'est inspiré du jeu de rôle "L’appel de Cthulhu" et des divers écrits de Lovecraft pour nous pondre sa série. Mais si on ne connait pas l'oeuvre de Lovecraft (ou comme moi, le jeu de rôle), ce n'est pas bien grave. Bon, on va rater deux trois références surement, mais on va quand même bien profiter de l'épisode. Ce qui est agréable. Pas besoin de connaitre par cœur la bibliographique horrifique de Lovecraft pour lire A Gauche après l'Asile. Et ça c'est bien. 

D'ailleurs, on finit rapidement par oublier le monsieur pour Casey Bolton. Casey, c'est tout une histoire. Un personnage comme je les apprécie. Forte en bouche, quelque peu barrée, la réplique facile, tout comme la critique et par qu'envers les autres (même si), la courtoisie en berne. Et elle n'a pas la seule à m'avoir plu. Son équipe est loin d'être ennuyante, entre une tueuse à gage androgyne, une étudiante blonde bien trop parfaite et son garde du corps à la poitrine imposante et j'en passe vu que pour l'instant, nous ne les avons pas tous rencontrer. Ben oui, c'est un épisode d'introduction, faut laisser quelques surprises pour les autres. D'ailleurs, si l'équipe semble déjà bien particulière, elle n'est pas seule. Les personnages secondaires sont tous aussi succulents. Mention spéciale d'ailleurs à Soeur Marie que j'espère découvrir un peu plus dans les autres épisodes (pis je veux le reste de l'équipe aussi)

On ajoute donc à des références fort sympathiques (d'ailleurs, même si l'action se déroule dans les années 1920 et quelques les références à notre culture sont trouvables)(style vampire qui clignote et scintille par exemple), des personnages déjantés, une écriture rapide et non dépourvue d'humour. Un combo gagnant avec moi et qui fait de cette série un vrai petit plaisir pour amateur de pulp walrusien.
Et en plus de ça, si jamais vous n'en avez pas eu assez, on peut retrouver tous les jours des textes d'environ 100 mots sur le blog de l'auteure qui tournent autour de la série (même si parfois l'autrice fait référénce à une saison future, me semble pas qu'il y ait de gros spoiler) : le névronomicon.

          Mémoires d'une jeune fille rangée, Simone de Beauvoir        
A trente et un ans, je me lance enfin pour lire du Simone de Beauvoir. Je voulais découvrir la femme par ses écrits. Et quoi de mieux pour ce début de découverte que les mémoires de ses jeunes années ?

Mémoires d'une jeune fille rangée, Simone de Beauvoir

Editeur : Folio
Collection : /
Année de parution : 2008
Nombre de pages : 473

A lire si :
- Vous voulez découvrir Simone de Beauvoir
- Vous aimez les autobiographies

A ne pas lire si :
- Vous aimez quand il y a beaucoup de dialogue

Présentation de l'éditeur : 

Je rêvais d'être ma propre cause et ma propre fin ; je pensais à présent que la littérature me permettrait de réaliser ce vœu. Elle m'assurerait une immortalité qui compenserait l'éternité perdue ; il n'y avait plus de Dieu pour m'aimer, mais je brûlerais dans des millions de cœurs. En écrivant une œuvre nourrrie de mon histoire, je me créerais moi-même à neuf et je justifierais mon existence. En même temps, je servirais l'humanité : quel plus beau cadeau lui faire que des livres ? Je m'intéressais à la fois à moi et aux autres ; j'acceptais mon "incarnation" mais je ne voulais pas renoncer à l'universel : ce projet conciliait tout ; il flattait toutes les aspirations qui s'étaient développées en moi au cours de ces quinze années.

Mon avis

Simone de Beauvoir est particulièrement connue pour son engagement féministe, sa vie avec Sartre et bien sûr son oeuvre littéraire et philosophique. Mais si je connais tout cela (enfin pas vraiment son oeuvre puisque je n'avais pour l'instant rien lu d'elle), elle restait pour moi un mystère. Alors pour la connaitre, j'ai voulu commencé non par un de ses romans mais par ses premières mémoires. Parce qu'elle en a écrit d'autres. Mémoires d'une jeune fille rangée relate sa vie de sa naissance à la fin de ses études, soit jusqu'à ses vingt et un ans.

Il est souvent compliqué de donner son avis sur des mémoires. Soit on apprécie le personnage soit pas du tout. L'auteur se livre,  livre ses souvenirs, parfois les enjolive, parfois pas. C'est un exercice difficile pour lui mais aussi finalement pour le lecteur. On se demande ce qui est vrai, ce qui a pu être ajouté par la suite, si les souvenirs sont exacts. On cherche l'auteur au moment de l'écriture avec ses idées plus mûres, avec le contexte de l'époque d'écriture. J'aime les autobiographie personnellement pour tout cela. Non pour découvrir la vérité sur certaines années de l'auteur, mais pour voir comment il se souvient de tout cela, comment plus tard, il se voit.

Il y a dans ce livre beaucoup de la Simone de Beauvoir plus âgée, dans la manière dont elle écrit, dont elle voit les choses, dont elle se revoit. Au lieu d'une succession de faits et gestes, marquant ou non, elle part d'une chose, parfois anodine, pour développer sa pensée. Ici, nous ne connaîtrons pas complètement son enfance, son adolescence. Nous ne suivrons pas ses pas, du moins pas tous. Et c'est assez appréciable de la voir porter son jugement d'adulte sur l'enfant qu'elle a été. Sans parler du fait que je préfère largement lire ses interrogations que ce qu'elle a pu faire.

Surtout que de part sa formation de philosophe, elle s'interroge beaucoup sur pas mal d’événements de sa vie. Sans parler du fait qu'elle a toujours cherché sa vérité sur la vie. La jeune Simone, ses interrogations, la manière dont elle voit le monde, tout cela est vraiment passionnant. J'ai aimé voir comment elle a construit sa pensée, au fur et à mesure des années, des rencontres aussi. J'ai adoré son amitié avec Zaza, la distance et en même temps le rapprochement suivant les époques de leur vie. J'ai aimé voir la jeune Simone un peu trop élitiste quant à ses amitiés, voire juste quant aux gens qu'elle croise. Elle m'a souvent rappelé une autre personne (moi-même en fait) qui se jugeait supérieure aux autres parce qu'elle se passionnait pour la littérature et des questionnements plus métaphysiques que les jeunes de son âge. Je crois d'ailleurs que c'est cela que j'ai le plus aimé en cette Simone de Beauvoir jeune. Une certaine ressemblance avec celle que j'ai été, sans aller dire en même temps que je suis comme elle. J'ai aimé retrouvé les mêmes problèmes chez elle que chez moi à l'adolescence, cette quête d'une vie qui mérite d'être vécu et n'ont pas subie. Et c'est amusant de se dire que quelques 80 ans plus tôt, les préoccupations de la jeunesse n'était pas si loin des nôtres.

Pour finir, parlons un peu de la Simone de Beauvoir féministe qui commence à voir le jour dans ses lignes. Elle, fille de la bourgeoisie dont le seul rôle semble être de faire un bon mariage (arrangé de préférence), se révolte contre tout cela. Elle veut être l'égale des hommes. A une époque où cela n'est pas si simple, elle va pourtant essayer et même parfois y arriver. Et même si elle ne met alors pas le mot, on sent la féministe en elle. Son féminisme se construit petit à petit parfois par à coup. Elle le voit alors comme une lutte contre ses parents, contre sa classe sociale, contre une vie qui ne lui rapporte rien. En fait rien ne la prédestiné à être la féministe que l'on connait. Des parents bourgeois, une mère pratiquante et parfaitement soumise à son mari, qui inculque à ses filles la même éducation qu'elle a pu avoir, une famille où l'homme est toujours vu comme le supérieur. Ce sera surement les paroles de son père, qui lui disait qu'elle avait un cerveau d'homme, qui la menera dans cette quête de l'égalité hommes-femmes.

Au final, je sors de ma lecture avec une grande opinion de la jeune Simone de Beauvoir et de l'autrice qu'elle est devenue. J'ai adoré son écriture, sa manière de voir les choses, de se revoir aussi, sans en faire forcément trop. Elle livre son enfance sans trop l'enjoliver, voire même en étant très critique sur elle-même. Cette première approche de Beauvoir a été un plaisir et je compte bien la lire encore et encore (j'ai le choix, des romans, d'autres mémoires...). 





          Thé entre amies, Gourmandises, épisode 1, Jessy K. Hyde        
Vous le savez, je lis peu de romance. Mais celle-ci avec son format sériel, son univers victorien, sa jolie couverture m'attirait quand même. De la romance F/F (première fois d'ailleurs pour moi), du thé, du victorien et même une petite touche de steampunk, ça pouvait me plaire, nous sommes d'accord. Est-ce que c'est le cas ? C'est ce que nous allons voir.

Thé entre amies, Gourmandises, épisode 1, Jessy K. Hyde

Editeur : Pandorica
Collection : /
Année de parution : 2017
Format : AZW

A lire si :
- Vous voulez de la romance F/F victorienne
- Vous aimez le thé !
- Vous voulez une romance qui ne fait pas de la romance pour de la romance

A ne pas lire si :
- Vous n'aimez pas le format sériel

Présentation de l'éditeur :

Depuis son mariage, Émilie Tréval est une épouse modèle et une femme aimante, soucieuse de plaire à son mari et le satisfaire... mais cela ne suffit pas, il ne lui témoigne aucune passion.
Elle va faire la connaissance de la sulfureuse Alba, qui va rapidement combler le vide affectif d’Émilie et lui faire découvrir amour et plaisir inédits. Dans un Londres alternatif, industriel et victorien, l’heure du thé se fait gourmande et sensuelle.

Mon avis

Je l'avoue, jusque là, je ne voulais pas lire de romance homosexuelle. Pas parce que justement elles le sont, mais plutôt à cause du bon gros stéréotype. Je suis plus que pour les romances F/F ou M/M mais il faut que ce soit bien fait et pas que ça tombe comme un gros cheveux sur la soupe. Alors forcément, je vais souvent à reculons dans ce genre de lecture. Et même si de prime abord, celle-ci devait me plaire, ben, je suis partie à reculons quand même. On ne se refait pas. Et puis en fait, j'ai vite faire demi-tour pour me plonger dedans.

Pourtant, dès le premier paragraphe, je fut conquise. L'écriture est pleine de détails, agréable. On découvre notre héroïne, Emilie Tréval, vingt quatre ans, quelques soucis dut à son mariage et son envie de le faire repartir du bon pied et si possible dans le lit conjugal. Une héroïne qui ressemble assez aux autres héroïnes de romance finalement, douce, peu sûre d'elle quand à ses sentiments (enfin pas tous). Alors qu'elle veut faire une surprise à son époux en l'attendant sur le quai de la gare, elle va rencontrer Alba de Guise, duchesse de son état, qui lui fait grande impression. Lorsque la duchesse l'invite à venir boire le thé chez elle, Emilie accepte, sans se douter qu'elle va en apprendre bien plus sur être femme que ce qu'elle ne pense. La duchesse de Guise s'est mise en tête d'aider Emilie après avoir vu sur le visage de celle-ci la tristesse que lui confère son statut d'épouse délaissée. Elle décide donc de faire l'éducation sexuelle de la jeune fille, du moins si celle-ci accepte. Une proposition qui ne déplaît pas à Emilie malgré de nombreux doutes. C'est ainsi que la jeune femme va découvrir le plaisir qu'elle peut avoir sans forcément passer par un homme.

Les deux personnages principaux sont intéressants bien que pour l'instant nous n'en savons pas grand chose sur la duchesse de Guise (si ce n'est qu'elle est remariée et que sa réputation est apparemment sulfureuse). Nous nous concentrons plus sur Emilie et sa découverte du plaisir. Quant aux maris, de l'une et de l'autre, nous ne les voyons que fort peu. Nous restons vraiment sur les deux femmes. Après, je trouve que leur relation va un peu vite. Mais le format sériel de quatre épisodes se lisant en à peine plus d'une heure y est pour beaucoup. Et étrangement, moins qui apprécie la lenteur dans les relations, je dois bien avouer que là, cette rapidité ne me gêne pas (justement parce que c'est un format sériel court). Et puis, malgré la rapidité, c'est bien fait.

J'ai parlé déjà de l'écriture de l'autrice, je vais en reparler. L'environnement victorien de la série empêche certaines choses que l'on peut retrouver dans la romance plus contemporaine et ici il se retrouve parfaitement respecté. Pas de vulgarité mal placé, pas de descriptions crue. Tout est dans le détail, la retenue aussi. Les descriptions, nombreuses, sont agréables à lire (le parc à côté de la gare par exemple). Tous les sens sont à l'appel, rendant le tout très vivant. De plus, les scènes plus érotiques du livre sont plus dans la suggestion, dans le ressenti une fois de plus. Ce n'est pas crue, ce n'est pas ultra imagée. Non, il y a beaucoup de place pour l'imagination de lecteur. C'est vachement agréable, je dois dire.

Autre chose d'agréable dans ce premier épisode et qui je suppose restera dans les trois autres, ce sont les thèmes assez féministes. Alba ne va pas apprendre à Emilie le plaisir sans son consentement. Elle le répétera d'ailleurs souvent, elle dirige mais c'est Emilie qui commande. Un non est un non, pas un oui déguisé. Quelque chose que certain auteur de romance (pas que d'ailleurs) devrait prendre en compte, pas mal d'homme aussi d'ailleurs... Si c'est le principal thème sur lequel je m'attarderais, sachez qu'il y en a d'autre, tout aussi intéressant. Mais je vous laisse les découvrir.

Pour finir, ce premier épisode m'a donc beaucoup plu. Il est agréable à lire, explicite sans trop l'être non plus, avec une touche féministe qui me plait beaucoup. Je vais lire les trois autres épisodes durant l'été (petit plaisir estival donc) du coup (oui, le premier date d'avril et les autres sont déjà sortis, je suis donc en retard). Bref, de la romance érotique agréable et pas niaise, dans un beau décors, que demander de plus ?
          Mr Gwyn, Alessandro Baricco        
Baricco me manquait. Du coup, je n'ai pas tiré au sort pour ma nouvelle lecture comme je peux le faire souvent, et j'ai pris le premier Baricco qui me tombait sous la main. C'est tombé sur Mr Gwyn.

Mr Gwyn, Alessandro Baricco

Editeur : Folio
Collection ; /
Année de parution : 2015
titre en VO : Mr Gwyn
Année de parution en Vo : 2011
Nombre de pages : 215

A lire si :
- Vous aimez les personnages un peu spéciaux
- Vous aimez les tranches de vies

A ne pas lire si :
- Vous avez du mal avec la grossophobie 
- Vous espérez lire les portraits que dresse Gwyn

Présentation de l'éditeur :

Romancier britannique dans la fleur de l'âge, Jasper Gwyn a à son actif trois romans qui lui ont valu un honnête succès public et critique. Pourtant, il publie dans The Guardian un article dans lequel il dresse la liste des cinquante-deux choses qu'il ne fera plus, la dernière étant : écrire un roman. Son agent, Tom Bruce Shepperd, prend cette déclaration pour une provocation, mais, lorsqu'il appelle l'écrivain, il comprend que ça n'en est pas une : Gwyn est tout à fait déterminé. 
Simplement, il ne sait pas ce qu'il va faire ensuite. Au terme d'une année sabbatique, il a trouvé : il veut réaliser des portraits, à la façon d'un peintre, mais des portraits écrits qui ne soient pas de banales descriptions. Dans ce but, il cherche un atelier, soigne la lumière, l'ambiance sonore et le décor, puis il se met en quête de modèles. C'est le début d'une expérience hors norme qui mettra l'écrivain repenti à rude épreuve. Qu'est-ce qu'un artiste ? s'interroge Alessandro Baricco, dans ce roman intrigant, brillant et formidablement élégant.
Pour répondre à cette question, il nous invite à suivre le parcours de son Mr Gwyn, mi-jeu sophistiqué mi-aventure cocasse. Et, s'il nous livre la clé du mystère Gwyn, l'issue sera naturellement inattendue.

Mon avis

Mr Gwyn est un personnage un peu particulier. Un matin, le voilà qui décide qu'il n'écrira plus. Et pour sceller ce pacte avec lui-même, il publie un article des choses qu'il ne fera plus jamais. La dernière, c'est donc écrire des romans. Une décision qui consterne son agent et quelques lecteurs. A partir de là, Jasper Gwyn pense qu'il va pouvoir commencer une nouvelle vie. Il s'en va pendant quelques temps avant de revenir sur Londres et au détour d'une conversation, de décider qu'il sera un copiste. Il va copier les gens. Faire leur portrait par écrit.

L'idée de départ est interessante et le déroulement du roman tout autant. Nous allons suivre Gwyn a la découverte de son nouveau métier, découvrir l'homme étrange qu'il est. En même temps, Baricco en profite pour écrire au sujet de l'écrivain, cet étrange personne, et plus particulièrement au final de l'artiste. Il fait ça avec toute la poésie que je lui connais. Cette partie-là du roman, qui finalement l'occupe tout entier est vraiment passionnante. J'ai réellement ressentie ce qui peut à un moment où un autre faire un artiste, un écrivain. Il n'y a pas à dire, Baricco aime son métier et le lui rend bien. Encore plus lorsqu'on se rend compte que les portraits qu'écrit Gwyn, et que nous ne lirons pas (sauf peut-être dans Trois Fois dès l'Aube qu'il faut que je sorte du coup de ma PAL), ressemble surement beaucoup à ce que l'auteur lui-même peut écrire. 

De plus, entre le personnage de Gwyn, passablement perché quand même, celui de son agent, Tom, qui cherche à tout prix à le refaire écrire des romans et Rebecca, assistante de Tom et surtout premier modèle de Gwyn, Baricco nous offre des portraits différents et pour les deux premiers plutôt bien fait. Pour la troisième, je vais y revenir. Surtout que c'est un personnage que j'ai beaucoup aimé, la lectrice, amie, qui ferait beaucoup de chose pour l'écrivain qu'elle apprécie. Elle aurait pu être parfaite, elle l'est en réalité, si Baricco ne s'était pas "amusée" avec son physique.

Mais ce livre, plein de qualité à mes yeux, a un défaut que je n'arrive pas à laisser passer. Il faut dire que lorsque je suis tombée sur ce paragraphe-là, juste à la moitié du livre, j'ai eu une grande envie de le refermer et de ne pas le rouvrir. Ce n'est pas le physique de Rebecca en lui-même, loin de là. Rebecca est grosse. Et pour moi, c'était juste génial. Une grosse, héroïne d'un livre. C'est rare. Mais voilà, il a fallu que Baricco, cet auteur que j'apprécie, dont je loue la manière d'écrire, s'adonne à de la bonne vieille grossophobie avec elle. Sans parler d'une bonne dose de patriarcat (seul les hommes ont des noms de famille par exemple, et ce sont eux qui dominent le livre). Un paragraphe et me voilà à me demander pourquoi ?. Mais vraiment. J'aurais tellement aimer que ce paragraphe-là soit démonté juste après. Sauf que non. Du tout. Je n'arrive pas à croire que ce soit vraiment là ce que pense Baricco des gros.

Et vraiment, ce paragraphe-là a faillit gâcher toute ma lecture. Parce que plus qu'autre chose, il m'a touché et pas dans le bon sens. Ce qu'il écrit, c'est ce que j'ai pu entendre, que les grosses ne méritent pas l'amour, juste les connards. Qu'elles devraient déjà être bien contente d'avoir un homme. Ce qu'il a de très con en plus de ça, c'est qu'il n'apporte rien ce paragraphe. Du tout. Et que sans lui, l'histoire aurait été encore meilleure du coup pour moi. Parce que sans lui, Baricco dressait un parfait portrait de Rebecca, et des autres personnages. Avec la finesse et la poésie qui le caractérise. Alors, je sais très bien que ce paragraphe risque grandement de ne toucher personne d'autres que les gros et les grosses, il n'empêche que je fais partie de cette population-là et que j'aurais préféré ne pas avoir à le lire. 

Pourquoi ? Parce que le livre aurait été un coup de coeur. Parce que la poésie de Baricco est toujours là, son sens de l'observation, sa vision de la nature humaine est bien là. Parce que Gwyn et lui aurait pu être les mêmes personnes. Mais voilà, pour moi, ça gâche tout. J'ai lu la fin du roman avec appréhension, me demandant ce que j'allais encore me prendre dans la tête. Et je suis surement passée à côté d'une bonne partie du roman. Alors que j'ai aimé l'histoire, la surprise de la fin aussi (qui n'en était pas vraiment une d'ailleurs). Quel dommage. 

Monsieur Baricco, la prochaine fois que vous voulez utiliser une personne grosse dans vos romans, renseignez-vous avant, je vous prie. Ne nous sommes pas des Rebecca en puissance. Nous sommes comme vous et les autres personnes. Pas juste un corps gros, une difformité. Voilà, c'est tout.



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          Registre seu celular ao entrar no Uruguai        
Recentemente fiz uma viagem para Punta del Este e, como sempre, contei com um simcard pré-pago do país com um bom plano de dados 3g para me manter conectado.
Chegando no aeroporto, enquanto minha esposa pa$$seava no free-shop, reparei num aviso da alfândega uruguaia que dizia que caso o viajante pretendesse usar seu aparelho celular com algum simcard do país era obrigatório o registro do mesmo.
O processo é simples, basta levar o aparelho celular no guiche da alfândega uruguaia que fica jundo das máquinas de raio-x antes de sair do local de retirada de bagagem. Lá um funcionário preencherá um formulário com os dados do aparelho e pedirá sua assinatura.
Leva aproximadamente 24 horas para que o celular esteja liberado para funcionar com qualquer simcard uruguaio.
Em Punta del Este acabei comprando um simcard da Ancel e ativando um plano de dados de 1GB válidos por 5 dias por U$148, aproximadamente R$15,00. Só para comparar, a internet wifi do hotel custava US$10 por hora...
          Por que as pessoas não acreditam???        
Passei o Ano Novo na praia e como sempre a viagem de ida ou de volta é uma loteria no que tange ao trânsito. Para minimizar os problemas, sempre que vou para o litoral uso muito o Google Maps com a camada de trânsito em São Paulo ativa, o meu site "Vamos a la playa" com as imagens das câmeras das rodovias e agora o "Tempo de Viagem" da Ecovias, que mostra a estimativa do tempo gasto para se chegar aos destinos do litoral.
Mas o que mais me intriga é que mesmo com toda a informação que temos, algumas pessoas insistem em ignorá-las e tomar decisões equivocadas...
Uns parentes nossos passaram o Ano Novo conosco e sairam de São Paulo no dia 30 de dezembro. Na rodovia dos Imigrantes existem vários painéis de informações que mostram o mesmo conteúdo do site da Ecovias, o tempo de viagem estimado, além de orientações mais "diretas" como "Rodovia Anchieta LIVRE".
Pois bem... nossos parentes viram os painéis indicando que o trânsito na rodovia dos Imigrantes estava congestionado, viram o painel um pouco antes da interligação Anchieta-Imigrantes indicando que a primeira estava com trânsito bom e... foram pela Imigrantes e demoraram 2 horas num trecho que normalmente leva 30 minutos...
Ao chegarem, perguntei por que não seguiram as informações que a concessionária estava mostrando. A resposta: não acreditavam que elas eram verdadeiras...
          Saiba quanto tempo você vai ficar na Anchieta-Imigrantes        
Sempre reclamei que as concessionárias das rodovias falhavam em não oferecer ferramentas para que usuários de internet móvel possam saber as condições do tráfego. Tanto que criei um site com as imagens das câmeras das estradas que levam ao litoral.
Assim, gostaria de mostrar um site criado pela Ecovias que mostra o tempo estimado de viagem entre a capital paulista e os principais destinos do litoral, o Tempo de Viagem.

O uso do mesmo é simples, basta acessar o site com o seu celular e selecionar o ponto de origem da viagem, São Paulo capital ou algumas das principais cidades do litoral. Na tela seguinte, será apresentada uma estimativa do tempo de viagem do trecho escolhido. Simples e sem frescuras!
Para acessá-lo, digite o endereço http://tempodeviagem.ecovias.com.br ou use o QRcode abaixo:
qrcode
          Vivo Internet Pré        
A Vivo acabou de lançar pacotes de dados para seus clientes pré-pagos, disponíveis tanto para quem tem uma linha de voz quanto para quem adquirir o kit de modem mais linha exclusiva para dados.
São 3 opções de pacotes:
1. Vivo Internet Diário, com um custo de R$12,00 e limite de tráfego de 150MB;
2. Vivo Internet Semanal, com um custo de R$35,00 e limite de tráfego de 250MB;
3. Vivo Internet Mensal, com um custo de R$130,00 e limite de tráfego de 1GB.
Em todos os casos, caso se atinja o limite de tráfego a velocidade cairá para 128kbps.
Para ativar o pacote de sua linha pré-paga, envie a palavra "DIARIO", "SEMANAL" ou "MENSAL" por SMS para o número 8200. O sistema enviará um SMS de confirmação que deverá ser respondido com a palavra "SIM".
Os pacotes, após ativados, não podem ser cancelados.
Na minha opinião os preços estão um pouco salgados, mas trata-se de uma boa maneira de manter-se conectado, por exemplo, numa viagem de férias e não ficar dependendo do WiFi caro dos hotéis...
Mais informações podem ser encontradas no site da Vivo.
          Roda de Leitura para Bebes         

Bebês já compreendem o que está sendo lido. Não é porque os olhos buscam outra coisa que eles nãoestão juntos nesse momento. A criança precisa muito do movimento, e o movimento a ajuda a pensar. Ela pode estar longe, mas ao ouvir uma frase diferente ou um verso que se repete, perceber algo. Nessa roda propomos um encontro de relaxamento onde a contadora vai narrando enquanto mãe e crianças se conectam. Nessa roda semanal pensamos em ter alguns convidados realizando a leitura e também girar a função de contador entre os participantes, tornando esse um momento de desenvolvimento pessoal. Podem participar gestantes e bebes de todas as idades, ideal até 3 anos.
Inicia 02 de Setembro as 16-30 H

          A casa nova da Ninho        

Ninho <3


A Ninho mudou. Ganhou um espaço lindo, com quintal só para criançada, espaço de brincar com muitos brinquedos escolhidos cuidadosamente, agenda de atividades e um café delicia que se chama Tico-Tico no Fubá Café e Piquenique se aninhou dentro dela. A casa nova é vizinha da primeira, muro com muro, impossível se perder.

A felicidade é gigante, um sonho que aconteceu, um caminho todinho percorrido com muiitooo amor e perseverança. Mães, mulheres empreendedoras, agora com toda seguraça do mundo podemos dizer que esse é nosso espaço, nosso ninho, canto cuidado e idealizado.

Nossos filhos podem fazer parte, os maridos ajudam, os amigos ficam na torcida e os fornecedores...há, esse é outro ponto que preciso comentar, um mais bacana que o outro, companheiros e tão guerreiros quanto a gente, porque convenhamos, no Brasil, pra crescer tem que ter muita determinação e qualidade.

Agradeço muito cada um de vocês que fazem parte dessa história, cada pessoinha que veio aqui, cada dica, contato e ajuda. Obrigada! A nova loja Ninho é pra vocês, curtam muito!

Olha que fofura a comunicação do Tico-Tico- puro orgulho!



          Ninguém é perfeito!        

Ninguém é perfeito

por Natalia Bordalo

Correria... tanta coisa pra fazer, e parece sempre faltar tempo. Não sei se agente desenvolve muitos interesses, ou se vivemos fugindo do essencial. De qualquer maneira, fim de ano se aproxima e parece que esse sentimento só cresce, bem como as famosas listas do que fazer. E para muitos o resultado é estresse.

Uma das raízes do estresse em nosso dia-a-dia se resume a acreditar que tudo deve ser feito de maneira excepcional, se não perfeitamente. E como toda boa mãe (e pai), somos muitas vezes nossos piores algozes. As expectativas que temos de nós mesmos são tipicamente muito maiores do que o que os outros jamais terão de nós.

A perfeição tem que ficar de fora das nossas listas!

Se você é uma mãe de crianças pequenas, pré-adolescentes, ou de adolescentes, é importante refletir que esses anos maternais são assaz passageiros. E um belo dia chegará o momento em que a casa estará tranquila e quieta. Enquanto isso, agente fica-se sentindo como se todas as tarefas nunca são feitas e que de alguma forma, porque há brinquedos espalhados pela casa, espelhos com manchas de pasta de dente, você não está dando conta do recado. Mas está.

É muito mais importante passar 5 minutinhos sentada calmamente, enquanto um pequeno cochila ou os maiores estão na escola, para inspirar e expirar, para renovar-se com uma postura de yoga ou simplesmente se perder num devaneio do que passar esse tempinho precioso lavando, esfregando, cozinhando ou arrumando. Vamos desacelerar minha gente, está tudo bem. Nada tem que ser perfeito. Relacionamentos veem em primeiro lugar. Então, se uma criança (uma amiga ou você mesma) precisa de um dengo extra ou do seu ouvido atento, coloca isso no topo da sua lista e afaste-se do e-mail que você está escrevendo, do blog que está lendo, da panela que está esfregando ou da sujeira que está te encarando (nóia!).

Tudo vai se ajeitar, e isso é perfeito.
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Esse texto lindo da Natalia me lembrou de um livro que foi muito útil na criação da minha filha mais velha que é super critica e perfeccionista desde de muito pequena!

 

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          Mulheres & Autoestima        

Olá, Divas? Tudo bem?
Primeiro quero parabenizar cada uma de vocês! Na semana da mulher, não podia deixar de lembrar o quanto maravilhosa é você, Diva!
Mulher que consegue rir e chorar ao mesmo tempo, sem borrar a maquiagem!
Limpa a casa, vai para academia, vai ao mercado, trabalha e ainda cuida do filho e do marido.
Sem descer do salto.
Ou sem descabelar.
Mas mesmo descabelando, descendo do salto e de cara lavada, você é maravilhosa! Simplesmente por ser você!
Então, falemos sobre ter muita AUTOESTIMA.
Post completo na  A Confraria das Divas



          Hábitos que ajudam a emagrecer        

Olá, Divas! Tudo bem?
Quanto tempo, depois de tantas festas, de férias, muita praia e sol.
Apesar ainda estarmos no verão e bebermos muito mais líquido e comermos comidas mais leves, que tal aproveitarmos para começarmos adquirir hábitos muito mais saudáveis para o resto do ano também?
Hábitos estes que podem ajudar a emagrecer, depois de um período de muita comilança, que é necessário a desintoxicação no organismo.




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          Seios pequenos estão em alta        
Olá, Divas! Como estão?
Espero que ótimas!
Hoje vou falar sobre um assunto que incomoda muita mulher: o tamanho dos seios. Eu mesma, antes de me conhecer melhor e aceitar o que sou, tinha muita vontade de colocar silicone, mas percebi que isso não me faria uma pessoa melhor. Que o tamanho não mudaria nada na minha vida, então, desisti totalmente. E, para falar a verdade, o maior responsável por essa mudança foi o sexo masculino, o homem! Sim! Eles, todos os dias, nos mostram que gostam da gente, exatamente como somos. Com nossas celulites, estrias e seios pequenos!
E se algum homem te exigir um silicone, uma barriga tanquinho ou perfeição, o mande catar coquinho, porque esse é o tipo que não serve para você, Diva. Sai fora o quanto antes!
Leiam o post completo na  A Confrariadas Divas



          Elevando a autoestima na luta contra o câncer        
Tudo bem, Divas?
Como foi o fim de ano? Tenho certeza que passaram lindas e arrasando!
Já estava com saudades da companhia de vocês! E que tal, para começar o ano de 2017, que já chega com muita esperança que vai ser bem melhor que 2016, falarmos de autoestima?
Mas, dessa vez, quero falar da autoestima para as mulheres em geral, de todas as idades que estão enfrentando ou já enfrentaram uma doença. Doença essa que infelizmente apareceu com muita força em 2016: o câncer.  Principalmente o de mama.
Nunca tive tantos conhecidos e amigos com essa doença como no último ano e sabemos o quanto ela prejudica a autoestima. Então, vamos juntas ver o que podemos fazer para melhorar isso. Para você, Diva que está passando por isso ou conhece alguém que está, aí vão, com muito carinho, as dicas!
Confiram no site da  A Confraria das Divas



          Banana e seus benefícios – Incorpore a banana na sua dieta        

banana e seus benefícios

Banana e seus benefícios

Banana e seus benefícios: Não é só pelo seu rico sabor, mas também tem muitos benefícios para a saúde, a banana é uma fruta que não pode faltar na sua dieta, você pode adotar fazendo sobremesa de banana em diferentes maneiras. A banana ajuda a combater a depressão, inúmeras doenças e otimiza o funcionamento do nosso cérebro. Por isso e muito mais eu vou mostrar-lhe alguns benefícios dessa fruta.

benefícios da banana

Banana ajuda a prevenir o Câncer

Estudos dizem a banana contém uma substância química natural que ajuda a prevenir vários tipos de câncer. Quanto mais maduro, melhor a banana.

Banana ajuda a relaxar o corpo

Sim, você ouviu, acredite ou não, a banana contém uma proteína que o corpo converte em serotonina para ajudar a relaxar o corpo e a sua mente. Mais uma razão para você incorporar na sua dieta.

Você pode gostar também:

Os benefícios de banana

 

Banana é livre de gordura, colesterol e grande fonte de Potássio

Banana não contém gordura ou colesterol, é um substituto ideal para a manteiga ao fazer cookies, para torná-los mais saudáveis. Também contém um elevado teor de potássio. O potássio é bom para o bom funcionamento dos músculos e nervos, bem como manter um equilíbrio saudável de fluidos no corpo.

Você tem todas as razões felizes para incorporar banana em sua dieta. Comer em bolos de banana, Pudim de Banana, smoothies, lanches para o café ou sobremesa.

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          Receitas com banana        

Receitas com banana

As receitas de banana é uma opção prática e saborosa para você preparar em casa. Elas levam ingredientes simples, ou seja, baratos e fáceis de comprar e ainda possuem propriedades saudáveis. Embora existam muitas variações, os doces de banana possui um objetivo especial: tirar proveito do maravilhoso sabor dessa fruta tropical tornando ainda mais irresistível. A maioria das receitas de banana é uma ótima opção de lanche ou sobremesa. Acompanhe a seguir o passo a passo de todas as receitas com banana:


Bolo de banana de liquidificador

Receitas com banana: Quer fazer bolo de banana rápido de liquidificador? Então confira a receita:

bolo de banana 11

bolo de banana ingredientes

Como fazer Bolo de Banana

Modo de preparo do Bolo

1. Coloque no liquidificador os ovos, o óleo, o açúcar e, por último, o leite. Bata bem todos os ingredientes, até obter uma mistura homogênea.

2. Acrescente, aos poucos, a farinha de trigo no liquidificador ligado. Por fim, adicione o fermento. Reduza a velocidade do liquidificador e bata apenas para que a massa possa incorporar o fermento.

3. Prepare o caramelo para o seu bolo de banana. Para fazer isso, basta colocar o açúcar para derreter em uma panela e depois juntá-lo com água quente. Deixe a calda engrossar.

4. Unte uma assadeira com margarina e farinha de trigo. É importante que o modelo seja sem furo central.

5. Despeje o caramelo por toda a forma untada, espalhando uniformemente.

6. Corte as bananas em fatias compridas e coloque-as sobre o caramelo.

7. Adicione a massa à assadeira e leve o bolo para assar, em forno médio pré-aquecido, por cerca de 40 minutos.

8. Pronto! Agora é só esperar amornar para desenformar. Quando você virar o bolo de cabeça para baixo, as bananas vão ficar por cima. Salpique canela e corte em pedaços para servir.

Não esqueça: O ideal é desenformar morno e ao tirar do forno virar com um prato para que escorra a calda.

Bolo de Banana Passo a passo

Quer mais dicas para fazer o seu bolo de banana? Assista ao vídeo abaixo e veja uma outra versão do Bolo de Banana:

[embed width="550" height="700"]https://www.youtube.com/watch?v=lJ2eA4s50qg&feature=youtu.be[/embed]


Bolo de banana caramelizado

bolo de banana caramelizado

Aprenda como fazer um bolo de banana caramelizado, umas das receitas com banana que pode ser servida no lanche da tarde para toda a família. Além do modo de preparo ser bem simples e rápido, os ingredientes utilizados nessa receita também são baratos e fáceis de encontrar. Segue o passo a passo!

bolo de banana caramelizado ingredientes

Como fazer bolo de banana

1- Inicie a receita preparando a massa. No recipiente da batedeira, coloque o açúcar, a margarina e as gemas. Misture os ingredientes com uma colher e, em seguida, bata bem.

2- Acrescente o leite à massa e bata por mais alguns minutos.

3- O próximo passo é colocar a farinha de trigo, aos poucos, para não dificultar o trabalho da batedeira.

4- O preparo da massa do bolo não para por aí. Você deve juntar as claras em neve e, por último, o fermento em pó. Bata bem os ingredientes, até obter uma massa homogênea. Reserve.

5- Agora chegou a hora de fazer a calda. Coloque o açúcar e a água em uma panela, depois, leve esses ingredientes ao fogo médio. Mexa até obter uma consistência de caramelo. O ideal é deixar ferver a calda por 10 minutos.

6- Providencie uma assadeira retangular. Unte-a com a calda caramelizada, distribuindo a mistura uniformemente.

7- Corte as bananas no sentido comprido e distribua as fatias sobre a superfície com caramelo da assadeira.

8- Despeje a massa sobre as bananas fatiadas.

9- Leve o bolo para assar em forno médio (180 graus) por 30 minutos.

10- O último passo da receita consiste em desenformar. Enquanto o bolo ainda estiver morno, vire-o sobre um prato e dê leve batidinhas no fundo da assadeira.


 Doce de banana

sobremesa de banana

Doce de banana é uma maravilhosa sobremesa. Mais um para a listinha de receitas com banana. Confira o passo a passo desse delicioso doce.

doce de banana ingredientes

Receita de doce de banana

Modo de Fazer a calda:

  1. Descasca as bananas, corta em rodelas não muito finas.
  2. Caramelize o açúcar em uma panela e coloca a água para fazer a calda.
  3. Coloca as bananas e deixe ferver por pouco tempo.
  4. Deixe em um prato e reserve.

Modo de Fazer creme:

  1. Coloque todos os ingredientes numa panela (com exceção da maisena), mexer sempre até ferver.
  2. Acrescentar a maisena (diluída em um pouco de leite) e continuar mexendo para não criar bolas. Ao ponto de bem cremoso e consistente, desligar.
  3. Despejar sobre as bananas que estão no prato.

Suspiro:

  1. Bater as 3 claras em neve, em seguida 6 colheres (sopa) de açúcar e fazer merengue para suspiro.
  2. Despejar sobre o creme e fazer picos colocando uma colher aleatoriamente e puxando para cima.
  3. Colocar em forno médio somente para dourar os picos do suspiro. (o forno médio é em torno de 140c)

Depois de gelado sirva a sobremesa de banana. Sua família vai adorar. Você tem todas as razões felizes para incorporar banana em sua dieta com receitas de banana. Comer em bolos de banana, Pudim de Banana, smoothies, lanches para o café ou sobremesa.


Sorvete com banana Sautée

sorvete com banana sautée

sorvete com banana sautée ingredientes

Modo de Preparo:

  1. Coloque uma frigideira grande, aqueça a manteiga e doure a banana.
  2. Junte o açúcar, a água, o suco de limão e o cardamomo.
  3. Deixe cozinhar até formar uma calda encorpada.
  4. Sirva quente com sorvete de creme. Sua família vai adorar.

 

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          Mousse de banana        

Quer aprender a fazer receita de mousse de banana? Então saiba que a receita é bem simples, prática e rápida. Essa sobremesa pode ser preparada bananas nanicas. O resultado é um doce cremoso, suave e com sabor irresistível.

Receita de Mousse de banana

A mousse de banana leva, basicamente, bananas e creme de leite. É possível, ainda, trabalhar com outros ingredientes para tornar a sobremesa mais consistente e com sabor incomparável. Por exemplo: colocando bolachinhas ao redor, polvilhar um pouquinho de canela em pó por cima e rodelas de banana. Além da sobremesa ficar mais bonita, ela fica saborosa e suave.

receita de mousse de banana

Como fazer Mousse de banana

Vamos aprender a fazer receita de mousse de banana? Acompanhe a seguir o passo a passo da receita: (Para um bom resultado, é importante obedecer todas as quantidades de ingredientes).

receita de mousse de banana

  1. Misture os 3 primeiros ingredientes e leve ao fogo baixo, mexendo sempre até desmanchar as bananas (15 minutos aproximadamente).
  2. Junte a duas folhas de gelatina previamente amolecida em água fria e mexa até dissolver.
  3. Misture calmamente o restante dos ingredientes e coloque em taças.
  4. Leve a geladeira por algumas horas.
  5. Sirva decorando as taças com rodelas de bananas, canela em pó e algumas bolachinhas em volta (Fica mais bonito e saboroso).

mousse de banana 4

Qualquer cozinheiro iniciante pode se arriscar no preparo da mousse de banana. A receita rende, em média, seis porções. Receita do Dia agradece a sua visita. Bom apetite!

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          Bolo de banana com canela e cobertura de chocolate        

bolo de banana com canela

O bolo de banana com canela e cobertura de chocolate é um doce que consegue deixar qualquer um com água na boca. Além de ser saboroso, ele também tem a vantagem de ser super fácil e rápido de preparar. Leia a matéria e confira o passo-a-passo da receita.

Receita de Bolo de banana com canela

Considerado um prato típico da culinária brasileira, o bolo de banana possui diferentes variações. Ele pode ser mais fofinho ou molhadinho e até mesmo levar alguns ingredientes que combinam perfeitamente com o sabor dessa fruta tropical, como é o caso da canela. Nos últimos tempos, uma receita que tem feito muito sucesso é aquela que leva cobertura de chocolate.

[caption id="attachment_4903" align="alignnone" width="606"]Prepare um delicioso bolo de banana com cobertura de chocolate. (Foto: Divulgação) Prepare um delicioso bolo de banana com cobertura de chocolate. (Foto: Divulgação)[/caption]

Confira a seguir uma receita de bolo de banana com canela e cobertura de chocolate:

Como fazer bolo de banana com canela

Modo de Preparo

Bolo de banana e canela com cobertura de chocolate 1

1. Pré-aqueça o forno à 200º C.

2. No liquidificador, coloque os ovos, a canela, o açúcar, o óleo e as bananas picadas. Bata bem até obter uma mistura homogênea e reserve.

3. Em uma tigela funda, adicione a mistura preparada no passo anterior, juntamente com a farinha de rosca e o fermento em pó. Mexa bem todos os ingredientes, com o auxílio de um fuê.

4. Providencie uma assadeira retangular, de preferência com medidas de 32 x 22 cm. Passe um pouco de margarina no interior desse recipiente e polvilhe farinha de rosca.

5. Despeje a massa do bolo de banana na assadeira untada.

6. Coloque o bolo para assar, em forno pré-aquecido, por aproximadamente 1 hora.

7. Enquanto o bolo de banana estiver assando, aproveite para preparar a cobertura. Numa panela, coloque a margarina, o chocolate em pó, o açúcar e o leite. Leve essa mistura ao fogo e mexa até começar a engrossar. É, basicamente, a mesma cobertura usada no bolo de cenoura.

8. Verifique se o bolo já está assado, fazendo o teste do palito. Se estiver no ponto, retire-o do forno e desenforme.

9. Cubra o bolo de banana e canela com uma deliciosa calda de chocolate.

Bolo de banana e canela com cobertura de chocolate

10. Pronto! Agora é só polvilhar chocolate granulado, cortar em quadradinhos e servir.

Viu só como é fácil fazer o bolo de banana com canela e cobertura de chocolate? Agora é só selecionar os ingredientes e começar a preparar. Essa receita leva 50 minutos para ficar pronta e tem um rendimento de 20 porções. Bom apetite!

Receita do Dia agradece pela sua visita.

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          Bolo de banana caramelizado        

como fazer bolo de banana

Aprenda como fazer um bolo de banana caramelizado, uma delícia que pode ser servida no lanche da tarde para toda a família. Além do modo de preparo ser bem simples e rápido, os ingredientes utilizados nessa receita também são baratos e fáceis de encontrar.

Receita de bolo de banana caramelizado

[caption id="attachment_3675" align="alignnone" width="602"]Aprenda a fazer um delicioso bolo de banana caramelizado. (Foto: Divulgação) Aprenda a fazer um delicioso bolo de banana caramelizado. (Foto: Divulgação)[/caption]

O bolo de banana já é um velho conhecido dos brasileiros, afinal, estamos falando de uma iguaria feita com a fruta mais popular do nosso país. A versão caramelizada dessa receita leva uma deliciosa calda de açúcar e conta, ainda, com uma decoração com bananas maduras.

[caption id="attachment_4537" align="alignnone" width="550"]receita de bolo de banana caramelizado Corte as bananas em fatias compridas.[/caption]


Receita de bolo de banana caramelizado

Não sabe como fazer um delicioso bolo de banana caramelizado? Então acompanhe a receita a seguir:

Como fazer bolo de banana

1- Inicie a receita preparando a massa. No recipiente da batedeira, coloque o açúcar, a margarina e as gemas. Misture os ingredientes com uma colher e, em seguida, bata bem.

2- Acrescente o leite à massa e bata por mais alguns minutos.

3- O próximo passo é colocar a farinha de trigo, aos poucos, para não dificultar o trabalho da batedeira.

4- O preparo da massa do bolo não para por aí. Você deve juntar as claras em neve e, por último, o fermento em pó. Bata bem os ingredientes, até obter uma massa homogênea. Reserve.

5- Agora chegou a hora de fazer a calda. Coloque o açúcar e a água em uma panela, depois, leve esses ingredientes ao fogo médio. Mexa até obter uma consistência de caramelo. O ideal é deixar ferver a calda por 10 minutos.

6- Providencie uma assadeira retangular. Unte-a com a calda caramelizada, distribuindo a mistura uniformemente.

7- Corte as bananas no sentido comprido e distribua as fatias sobre a superfície com caramelo da assadeira.

8- Despeje a massa sobre as bananas fatiadas.

9- Leve o bolo para assar em forno médio (180 graus) por 30 minutos.

10- O último passo da receita consiste em desenformar. Enquanto o bolo ainda estiver morno, vire-o sobre um prato e dê leve batidinhas no fundo da assadeira.

Viu só como é simples e prático preparar um bolo de banana caramelizado? Você levará em média uma hora para concluir a receita e o rendimento é de aproximadamente 12 porções. Receita do Dia agradece a sua visita. Bom apetite!

Você pode gostar também:

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          Cuca rápida de banana e canela        

cuca rápida de banana e canela

Receita de Cuca rápida

A cuca rápida muito comum na região Sul do Brasil, de forte colonização alemã, passou a ser a designação de uma receita de bolo que leva uma farofinha doce por cima. A receita de hoje é diferente já que é recheada de banana e canela.

Ingredientes:

Massa:
4 xícaras (chá) de farinha especial
1 xícara (chá) de azeite
2 xícaras (chá) de açúcar
2 xícaras (chá) de leite morno
2 ovos
1 colher (sopa) cheia de fermento em pó

Recheio:
4 bananas maduras

Farofa:
1 xícara (chá) de farinha
1 xícara (chá) de açúcar
1 colher (sopa) de canela
2 colheres (sopa) de margarina

Modo de fazer:

Massa:
Coloque os ingredientes secos em um pote, menos o fermento, misture com uma colher, logo acrescente os outros ingredientes e bata na batedeira até a misturar bem, a massa fica um pouco firme, é assim mesmo. Se você gosta de canela na massa, você pode colocar 2 colheres de sopa de canela em pó e misture. E finalizando misture o fermento delicadamente. Pré-aqueça o forno em temperatura média. Coloque a metade da massa em cada forminha untada e enfarinha. Forre com as bananas cortadas bem fininhas e em seguida cubra com o restante da massa. Coloque a farofa por cima e leve ao forno aproximadamente 30 à 50 minutos. DICA: se você quiser, pode fazer um uma forma grande com a mesma quantidade de ingredientes.

Farofa:
Misture a farinha, açúcar e a canela, acrescente a manteiga, misture e amasse com as pontas dos dedos, até formar uma farofa

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          Switch: trapela la scheda delle specifiche tecniche della console        
CPU, GPU, schermo e quant'altro.
          Avery Coco Porter 22oz        
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Copious quantities of coconut coupled with time basking in bourbon barrels complement the chocolaty and sumptuous nature of this delectable porter.

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          The geometry that could reveal the true nature of space-time        
The discovery of an exquisite geometric structure is forcing a radical rethink of reality, and could clear the way to a quantum theory of gravity
          Quantum gravity detector will use atom clouds to survey for oil        
A commercial device that uses quantum technology to detect subtle differences in gravity, should be able to detect coal, oil or pipes underground
          Boa Esperança        
Enquanto estou aqui, aproveitando minhas férias, não parei de ler as notícias, na maioria ruins, que o Brasil e também o mundo têm produzido. É assustador e a vontade é de permanecer pra sempre aqui nesse canto ainda preservado do planeta Terra. Mas como dizia Guimarães Rosa, o que a vida quer de nós é […]
          Not a New Year's Resolution        

I have been getting on really well with my crochet blanket in browns, creams and beiges. I can get on with it if I'm watching TV and it will encourage me to watch more DVDs as I can crochet and watch a screen at the same time, but I can't crochet and read at the same time! I have DVDs I got for Christmas presents years ago that are still in their wrappers so I'm definitely going to make sure they get watched in 2017. It's not a New Year resolution though....


It was cold on Saturday but at least it was bright and sunny. I walked to Aldi and back again and into to town to pick up a parcel and walked 6.5 miles in total. If I manage to walk again on Sunday I'll have completed my thrice weekly walking plan for the first time this year. I want to try and do this this every week. It's not a New Year's resolution though just a plan I want to carry out...

On my walk I visited the Beds Garden Carers charity shop where they have a small clothing area upstairs. I bought 3 tops for 50p each; one is a white fitted shirt, another a brown and cream top - I lack brown tops  -and the last item was by Yasmin Le Bon and is a beautiful, white, embroidered sleeveless tunic. It's for my cousin Doirin in Ireland as I think she'll like it.


I bought this top the first time I ever visited the Bedford Guildhouse charity shop which was last year sometime; but I'd never got round to wearing it. It's by John Rocha and I liked the turquoise and yellow floral print. Jeans also charity shopped, as are the necklace and bangles. The earrings I bought in Topshop in 2002 and the watch was a 2012 Christmas present from daughter.


Boots from Lidl


Yellow cardigan online retail; 2015 Christmas present from OH.


Because this is a blog about (my) real life here's how I looked on Sunday. Same jeans as Saturday; no make up. T shirt charity shopped in Donegal 50 cents; cardigan M&S charity shopped; all jewellery charity shopped.

I suppose the New Year is a time for reflection on the old year gone out and I thought I'd share some of my thoughts with you about what I've learned since I started blogging. Please feel free to skip this part if you want...

Thoughts on Blogging in no particular order....

The blogging world of style/fashion/older style and fashion seems to be filled with incredibly kind, supportive and lovely bloggers most of whom have a terrific sense of humour.

I had no idea how time consuming blogging would be. Not only do you write and edit the blog, but there's the taking of photographs;  then the uploading of same. Then there's all those wonderful blogs to read and comment on. I doubt I could do this if I worked, so thank goodness I'm retired!

People like it when you respond to their comments on your blog.

Taking photographs wearing different outfits has taught me so much about what suits me; what works and what doesn't; what flatters and what doesn't. Sometimes I have a mental image of what an outfit will look like on - and it may look ok in the mirror - but a more objective perspective can be gained by looking at a photograph of me wearing it.

I've learned that my style and taste in clothes has changed as I've get older.  For example, I've learned to love orange and yellow; avoid mid calf length skirts/dresses and the importance of accessories.

 I've improved my layering skills and learned to try new things; OTK boots for example.

I spend too much money in the charity shops on clothes.

It's better to concentrate on quality rather quantity when charity shopping.

Invest in padded hangers. I buy them whenever I see them in charity shops at reasonable prices.

As I have  too many  a lot of clothes I've had to organise them so I can see what I have and therefore wear. I organise my clothes by type; blouses/shirts/tops together for example, then by colour. Occasionally, I find something I have no memory of buying and it's been in the wardrobe for ages hidden between things.

I button at least one button on shirts/blouses when I hang them up to prevent its fellow getting tangled up inside. This is particularly relevant as I have too much a lot  on my rails.

It doesn't matter how much storage space I have I will find clothes to fill it.

I usually plan next day's outfit just before I go to bed; although occasionally inspiration strikes sooner - see below. I hang everything up ready for the morning and sometimes I even get the ironing of the outfit done the same evening!

Sometimes an idea for an outfit pops into my mind, and as I can't rely on my memory I have now started to write them down. So far, I've managed to write down 9 outfit ideas since Saturday 14th January 2017; when I first thought to do this. This will be so useful on those occasions when I think "what the heck can I wear today"?


This is what I wore to the Red Cross shop on Monday. Everything is charity shopped except the boots which were bought with Christmas vouchers from Debenhams about three Christmases  ago.


Skirt; £1.00 rail Barnardo's Great Denham; scarf and lace top charity shopped; green cardigan by Benetton; charity shopped years ago.


Beads, bangles and watch; charity shopped. Earrings, Bedford market.

You may remember that I was trying to keep track of my spending in the charity shops and did it for the month of November. What I learned from this was that I spend far too much and I really want to cut down.

 I'm going to spend a weekend in Devon with my friend Hilary at the end of January and at Easter I'll be going to Ireland, so I have an incentive to save as much as I can for these two trips. My plan, therefore, is to a) spend only in the Red Cross charity shop or only on the £1.00 rails in any other charity shop; b) don't visit any charity shops on my free afternoons or for a day out - at least not till I get to Devon!

So today I put my plan into action (note it's not a New Year resolution). I bought a pair of green cords at the Red Cross shop for £1.00. I have a green pair already, but they're a little too short in the leg and have a miniscule hem so I can't let them down. It will be one pair of trousers in and one pair out. At the 3:16 shop which I pass on my way home I bought; a blue and white striped M &S shirt and an Old Navy blue and white pleated skirt for the summer. Both were a £1.00 each.


On Tuesday I was at the foodbank and went to town in the afternoon. On Wednesday, I walked with the group and we walked 6.5 miles from the village of Clophill to Haynes and back. After the walk we went for a meal to celebrate 20 years of Wednesday walking with the Ivel Valley Walkers. I've been walking for almost three years with this group.

This is what I changed into in the car after the walk. The top from New Look was one of the 50p tops I bought on Saturday in the Bedford Garden Carer's charity shop.


Long sleeved brown top F & F, charity shopped. Leggings; M & S, retail; boots Sainsbury's, retail.


All jewellery charity shopped.

On my way back from the meal I drove through Ampthill so I stopped off and had a look in Barnardo's. I was so proud of myself; I only spent £1.49 and bought a red pair of capri pants for the summer and a blue spotted top.

Photos by middle grandson
On Thursday I went out for lunch with my friend, Ann. We had a good catch up. It will be a year this Thursday since her husband had a stroke and she has been caring for him ever since. It was good for her to have a break from the house and usual routine.


Everything I'm wearing is charity shopped. Boots, leggings, tunic (M&S) and short sleeved cardigan.

All jewellery charity shopped except earrings; Sainsburys and watch bought with Christmas money from New Look.

Friday was busy. I took the children to school and the youngest grandson had an assembly which I stayed for. When that was over I went for a 6.5 mile walk. The weather was great; cold 2.5 degrees but very sunny and bright. When I came back I changed then went and did the food shopping (booooring). Picked up children from school then took youngest grandson and his dad home after 5. Then there was dinner to make and finally - chill time!


A selfie taken after the assembly - specially requested by grandson!


This is Friday's outfit. Everything charity shopped except boots from Lidl.


Knitted dress; Dorothy Perkins; probably the Red Cross; shirt unknown but charity shopped in the Red Cross. Wine coloured tights charity shopped somewhere...


All jewellery charity shopped except watch which was bought in New Look with Christmas money.

I went to see my son on Saturday and on Sunday I'm  hoping to go for a walk and recce my walk for the Ramblers.


Everything charity shopped except the OTK boots - on line retail and the watch, New Look and the necklace which was a Christmas present from one of my brothers about five years ago.


Skirt, M&S; top by Cavita bought in the Mercy in Action Charity shop in Olney last week. Jacket by Country Casuals and bought in the Red Cross for £1.99. Scarf; charity shopped.


Earrings and bangle charity shopped.

          Chose promise, chose due...        
la première offensive de l'hiver a touché nos contrées...
Le paysage derrière la maison ce matin...
Pas sûr qu'elle tienne bien longtemps mais elle fera au moins le bonheur des enfants aujourd'hui pour la réunion des guides et nutons!

Quant à moi, je projette de m'installer au coin du feu

pour avancer mon gilet à manches 3/4


Bon week-end!


          Quantico Saison 2        

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          A Sweeter Hops        

Federal scientists have bred a new, antimicrobial-rich hops variety for tea

Food for Thought

Brewers prize hops for the characteristic bitter flavors they impart to ales, lagers, and other beers. But aficionados of another class of brews—certain herbal teas—would prefer their hops bitterfree. And federal scientists may have come up with just what the doctor ordered.

"People have used hops medicinally for a long time. It's a fairly ancient remedy," notes plant physiologist Barbara M. Reed with the U.S. Department of Agriculture, in Corvallis, Ore.

The bitter tonic made from hops has putative sedative, hypnotic, and antianxiety properties. Hops tea has been offered as a folk remedy for conditions ranging from fever and insomnia to bruises and cancer, according to a report by botanist James A. Duke, who has authored several books on medicinal plants. A quick browse on the Internet will turn up numerous sources of hop tea.

The new cultivar, named Teamaker, may produce an especially palatable brew owing to a unique ratio of certain acid components. Moreover, the components that predominate in Teamaker have long-established antimicrobial properties. Indeed, their germ-fighting function appears to have won the appreciation of brewers more than a millennium ago, notes John A. Henning, who leads hop genetics and breeding at a USDA research center, also in Corvallis. Beer producers realized that when their recipe included hops, brews not only proved tasty, but had a longer shelf life.

Hops breeder Alfred Haunold and his colleagues at the Corvallis center will formally register their debittered cultivar this month.

What brewers of all stripes refer to as hops are actually the cone-shaped dried female flowers of the Humulus lupulus L. plant. Inside are glands that contain flavorful oils and some fairly bitter water-soluble components.

To extract the flavorings for use in beer, or merely to make a cup of tea, brewers boil the cones to release their characteristic flavorings. However, the altered chemistry of USDA's new hop has dramatically boosted the production of flavorings possessing natural, antibiotic properties.

In fact, the elevated antibiotic attributes of the new hop might open new markets for this crop, observes Henning. For instance, sugar producers might turn to it as a preservative to prevent microbial degradation of their product during processing. Alternatively, he notes, manufacturers and others may substitute it for the formaldehyde used to control pests and fungal growth in everything from animal feed and plywood to tissues that are being stored for use in research.

Alpha vs. beta

The key flavor compounds in hops trace to two families of chemicals: water-soluble alpha acids, and beta acids that develop in the plants' essential oils. Breweries prize the alpha acids for their hearty, if bitter, taste: These serve as a natural foil to the sweet compounds that develop in many beers. Indeed, some brewers just buy isolated hop-derived alpha acids and dispense with the beta acids entirely.

The new Teamaker hop derives from experiments several decades ago when Haunold wanted to see the extent to which he could preferentially maximize a plant's production of alpha or beta acids. One successful beta-rich cultivar proved virtually devoid of alpha acids. A technician who tasted it jokingly said the bitterfree product would be great for tea—eventually giving rise to its name.

In the January Journal of Plant Registrations, Henning, Haunold, and their coauthors describe Teamaker's pedigree—at least as much as is known. Most of its initial ancestors appear to have come from old English lines, such as cultivars known as Fuggle and Late Grape. However, Henning points out, because these lines are rich in alpha acids, there must have also been beta-rich ancestors. He now suspects that these were probably wild U.S. hops that pollinated their English cousins growing openly in Oregon fields, early in the last century.

Currently, U.S. farmers produce some 55 million pounds of hops annually. Since the big market for hops has always been beer, the alpha acids-shy Teamaker languished in a few test plots for decades. A beer company or two checked the variety out, but ultimately exhibited no commercial interest.

Recently, however, interest in beta acids—and their antimicrobial prowess—has been growing, independent of hops' use in beer. For instance, European sugar refiners have begun buying beta-acid extracts—essentially leftovers from alpha-acid production for breweries—as a bitterfree, all-natural preservative for use during manufacturing. At the same time, some feed suppliers have begun substituting beta acids for low-dose antibiotics as a livestock growth-promoting dietary additive. Feed producers couldn't use conventional hops directly, Henning notes, because the alpha acids' bitter taste would have soured the animals' interest in their chow.

However, with Teamaker, the hop is essentially alpha acids-free: It certainly has the lowest quantity of alpha acids of any commercially available hop.

Teamaker is available to breeders through the National Clonal Germplasm Repository—essentially a federal library with holdings that include more than 510 different hops. Some are wild natives collected throughout the United States. Others are cultivated varieties collected from throughout the world.

But if the idea of bitterfree hops appeals, Henning says, stay tuned. In a year or two his group expects to announce a new and improved variety. Think of it, he says, as bitter-Terminator 2.


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Citations

John A. Henning

Forage Seed and Cereal Research

U.S. Department of Agriculture

Agricultural Research Service

3450 SW Campus Way

Corvallis, OR 97331

Barbara M. Reed

National Clonal Germplasm Repository

U.S. Department of Agriculture

Agricultural Research Service

33447 Peoria Road

Corvallis, OR 97333-2521
Further Reading

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Duke, J.A. 1983. Humulus lupulus L. In Handbook of Energy Crops . Available at [Go to].

          Cleaning Up after Livestock        

Food for Thought

As any pet owner knows, the more food that goes into an animal's mouth, the more wastes that eventually spew out the other end. The bigger the animal, the bigger its appetite. So imagine the volumes of manure—often tainted with germs—that farmers must manage for even a small feedlot with perhaps 3,500 head of cattle.

Ordinarily, beef producers house their animals in pens—some the size of football fields or larger. They're designed to leave each animal about 80 square feet of space. Cattle wastes just fall to the ground and collect—often for a month or more—before feedlot crews periodically scrape away the muck. After composting, the dried manure will be applied to fields as a rich fertilizer.

The real problem develops when it rains. Then, a manure-rich, watery slurry can drain off the fields. Conventionally, feedlot managers would divert this liquid into huge, smelly ponds or lagoons—some 10-feet deep or more, explains Bryan L. Woodbury, an agricultural engineer with the U.S. Department of Agriculture's Meat Animal Research Center in Clay Nebraska.

His team has been developing a literally greener alternative to pond storage for manure-laced runoff from feedlot pens. The new system directs that runoff into a foot-deep drainage basin. Leading out of it are a series of narrow pipes. Because the interior diameters of these pipes are small, rain-deposited wastes temporarily back-up in this glorified drainage ditch. It typically takes hours for all of the liquids to fully drain out through the pipes. While they wait, solids in the rain-manure slurry tend to settle out as sediments that will accumulate on the basin's bottom.

Exiting liquids, meanwhile, flow gently into a mildly sloping field of grass, where the animal wastes will fertilize the plants' growth. At the end of the season, farmers harvest that grass as hay, bale it, and then feed it back to the herd.

For much of the past decade, Woodbury's team has tinkered with the system's design to optimize gravity's removal of solids from the initial rain-manure slurry and the pace at which fertilizing water enters the hayfield. In terms of those features, the system appears ready for prime time—at least in the Midwest, Woodbury says.

However, what hadn't been evaluated was the fate of germs that were shed by cattle along with those wastes. If the brief holding of the manure-water slurry and its subsequent release into fields promoted the growth of disease-causing microorganisms, those germs might eventually find their way into plants (see Not Just Hitchhikers). That would risk re-exposing animals that later dined on the tainted hay.

A new investigation now indicates that although the raw manure often hosts germs, most of the nasty microbes hitchhiking in it appear to settle out along with sediments in the initial holding basin. Bugs that remain suspended in the water long enough to travel on to the fields don't appear to survive there long, Woodbury and his colleagues report in the Nov. 1 Journal of Environmental Quality.

Indeed, the researchers note, while their new data "indicate that there is some risk for hay contamination, it appears to be low." For instance, on one day that hay was cut—two weeks after a major rainfall that shunted diluted manure into the field—only four of 10 tested soil samples hosted Escherichia coli O157.

Yet only one of the 30 samples of loose hay that was cut that day from parts of the field that had received manure-fertilized rainwater tested positive for that E. coli strain. Microbiologists also failed to later detect that E. coli O157 in hay following its baling and storage.

That's encouraging news because this bacterium has a long track record of causing disease. It was, for instance, responsible for the major food poisonings associated with tainted spinach in September 2006—an outbreak that sickened more than 200 people, killing five. These microbes can set up housekeeping in the bovine gut, causing no harm to the animal. However, germs shed in the cow's feces can infect people or crops that contact it.

The Nebraska researchers also probed for evidence of Campylobacter, another bacterium shed by cattle that can provoke gut-wrenching illness. And although three of 10 field-soil samples tested positive after one major rain, none did 2 weeks later. The germ also failed to show up in loose or baled hay.

Similarly, even though the test herd of 750 cattle had been periodically shedding large quantities of Cryptosporidium and Giardia—two common parasites responsible for substantial human disease, especially in persons with weakened immune systems—biologists found none of these microbes in field soil, much less the hay that had been grown on it.

Woodbury and his colleagues conclude that their vegetative filtering of manure washed off of feedlots is effective in dramatically sequestering and ultimately removing several of the major families of microbes responsible for human, food-related illness.

What they don't yet know is whether there will be significant rainfall constraints to their system's efficacy. Will arid regions benefit from it? Will very wet areas send so much fertilizer to hayfields that they burn the grass? "That's what we're in the process of testing right now," Woodbury says. "The jury's still out."

Other advantages

Earlier tests showed that the short-term basin storage of wastes upstream of the hayfield removes about half of the nitrogen in manure and almost all of the phosphorus, Woodbury says. That's important because one of the primary problems associated with fertilization of farm fields has been their release during rains of any unused nitrogen and fertilizer into streams.

Eventually, the fertilizing effects of these nutrients in surface waters can fuel the growth of algae that ultimately suck most of the oxygen out of large patches of coastal waters, creating what are colloquially termed dead zones (see Limiting Dead Zones).

The new waste-sanitizing system's basin also removes most of the solid material suspended in the rain-manure slurry. This means that about once a year, people must excavate the buildup from the basin. However, what they remove is no longer a waste, but yet another fertilizing amendment for farm fields.

Oh, and Woodbury points to another potential advantage of his team's new system—something that he refers to as the "white picket fence effect." When people see a picket fence out front, they focus on that pleasant feature, and not every detrimental facet of a house or yard. Well, nobody views a big, smelly lagoon filled with bovine fecal material as the farm equivalent of a white picket fence, he says. A hayfield, on the other hand: That's almost Norman Rockwell Americana.


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Citations

Bryan L. Woodbury

Roman L. Hruska U.S. Meat Animal Research Center

Agricultural Research Service

U.S. Department of Agriculture

P.O. Box 166, Spur 18D

Clay Center, NE 68933-0166
Further Reading

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          Troubling Meaty 'Estrogen'        

High temperature cooking can imbue meats with a chemical that acts like a hormone

Food for Thought

Women take note. Researchers find that a chemical that forms in overcooked meat, especially charred portions, is a potent mimic of estrogen, the primary female sex hormone. That's anything but appetizing, since studies have linked a higher lifetime cumulative exposure to estrogen in women with an elevated risk of breast cancer.

Indeed, the new finding offers a "biologically plausible" explanation for why diets rich in red meats might elevate breast-cancer risk, notes Nigel J. Gooderham of Imperial College London.

At the very high temperatures reached during frying and charbroiling, natural constituents of meats can undergo chemical reactions that generate carcinogens known as heterocyclic amines (see Carcinogens in the Diet). Because these compounds all have very long, unwieldy chemical monikers, most scientists refer to them by their abbreviations, such as IQ, MeIQ, MeIQx, and PhIP.

Of the nearly two dozen different heterocyclic amines that can form, PhIP dominates. It sometimes accumulates in amounts 10 to 50 times higher than that of any other member of this toxic chemical family, Gooderham says. Moreover, he adds, although heterocyclic amines normally cause liver tumors in exposed animals, PhIP is different: "It causes breast cancer in female rats, prostate cancer in male rats, and colon cancer in both." These are the same cancers that in people are associated with eating a lot of cooked meats.

However, the means by which such foods might induce cancer has remained somewhat elusive. So, building on his team's earlier work, Gooderham decided to probe what the heterocyclic amine did in rat pituitary cells. These cells make prolactin—another female sex hormone—but only when triggered by the presence of estrogen. Prolactin, like estrogen, fuels the growth of many breast cancers.

In their new test-tube study, Gooderham and coauthor Saundra N. Lauber show that upon exposure to PhIP, pituitary cells not only make progesterone, but also secrete it. If these cells do the same thing when they're part of the body, those secretions would circulate to other organs—including the breast.

But "what was startling," Gooderham told Science News Online, is that it took just trace quantities of the heterocyclic amine to spur prolactin production. "PhIP was incredibly potent," he says, able to trigger progesterone production at concentrations comparable to what might be found circulating in the blood of people who had eaten a couple of well-done burgers.

The toxicologist cautions that there's a big gap between observing an effect in isolated cells growing in a test-tube and showing that the same holds true in people.

However, even if PhIP does operate similarly in people, he says that's no reason to give up grilled meat. Certain cooking techniques, such as flipping hamburgers frequently, can limit the formation of heterocyclic amines. Moreover, earlier work by the Imperial College team showed that dining on certain members of the mustard family appear to detoxify much of the PhIP that might have inadvertently been consumed as part of a meal.

The human link

Three recent epidemiological studies support concerns about the consumption of grilled meats.

In the first, Harvard Medical School researchers compared the diets of more than 90,000 premenopausal U.S. nurses. Over a 12-year period, 1,021 of the relatively young women developed invasive breast cancers. The more red meat a woman ate, the higher was her risk of developing invasive breast cancer, Eunyoung Cho and her colleagues reported in the Archives of Internal Medicine last November. The increased risk was restricted, however, only to those types of breast cancers that are fueled by estrogen or progesterone.

Overall, women who ate the most red meat—typically 1.5 servings or more per day—faced nearly double the invasive breast-cancer risk of those eating little red meat each week.

Related findings emerged in the April 10 British Journal of Cancer. There, researchers at the University of Leeds reported data from a long-running study of more than 35,000 women in the United Kingdom who ranged in age from roughly 35 to 70. Regardless of the volunteers' age, Janet E. Cade's team found, those who consumed the most meat had the highest risk of breast cancer.

Shortly thereafter, Susan E. Steck of the University of South Carolina's school of public health and her colleagues linked meat consumption yet again with increased cancer risk, but only in the older segment of the women they investigated. By comparing the diets of 1,500 women with breast cancer to those of 1,550 cancerfree women, the scientists showed that postmenopausal women consuming the most grilled, barbecued, and smoked meats faced the highest breast-cancer risk.

These data support accumulating evidence that a penchant for well-done meats can hike a woman's breast-cancer risk, Steck and her colleagues concluded in the May Epidemiology.

PhIP fighters

Such findings have been percolating out of the epidemiology community for years. Nearly a decade ago, for instance, National Cancer Institute scientists reported finding that women who consistently ate their meat very well done—with a crispy, blackened crust—faced a substantially elevated breast-cancer risk when compared to those who routinely ate rare- or medium-cooked meats.

However, even well-done meats without char can contain heterocyclic amines, chemical analyses by others later showed. The compounds' presence appears to correlate best with how meat is cooked, not merely with how brown its interior ended up (SN: 11/28/98, p. 341).

At high temperatures, the simple sugar glucose, together with creatinine—a muscle-breakdown product, and additional free amino acids, can all interact within beef, chicken, and other meats to form heterocyclic amines. In contrast, low-temperature cooking or a quick searing may generate none of the carcinogens.

Because there's no way to tell visually, by taste, or by smell whether PhIP and its toxic kin lace cooked meat, food chemists have been lobbying commercial and home chefs to reduce the heat they use to cook meats—or to turn meats frequently to keep the surfaces closest to the heat source from getting too hot.

The significance of this was driven home to Gooderham several years ago when just such tactics spoiled an experiment he was launching to test whether Brussels sprouts and broccoli could help detoxify PhIP. "I bought 30 kilograms of prime Aberdeen angus lean beef," he recalls. "Then we ground it up and I gave it to a professional cook to turn into burgers and cook." Professional cooks tend to move meats around quite a bit, he found. The result: His expensive, chef-prepared meat contained almost no PhIP.

In the end, he says, "I sacked the cook, bought another 30 kilos of meat and prepared the burgers myself. It was a costly lesson."

Once restarted, however, that study yielded encouraging data.

One way the body detoxifies and sheds toxic chemicals is to link them to what amounts to a sugar molecule. Consumption of certain members of the mustard (Brassica) family, such as broccoli and Brussels sprouts (both members of the B. oleracea species)—can encourage this process. So Gooderham's team fed 250 grams (roughly half a pound) each of broccoli and Brussels sprouts each day to 20 men for almost 2 weeks. On the 12th day, the men each got a cooked-meat meal containing 4.9 micrograms of PhIP.

Compared to similar trial periods when their diets had been Brassica-free, the volunteers excreted up to 40 percent more PhIP in urine, the researchers reported in Carcinogenesis.

Experimental data suggest that two brews may also help detoxify heterocyclic amines. In test-tube studies, white tea largely prevented DNA damage from the heterocyclic amine IQ (SN: 4/15/00, p. 251), and in mice, extracts of beer tackled MeIQx and Trp-P-2 (see Beer's Well Done Benefit).

The best strategy of all, most toxicologists say, is to prevent formation of heterocyclic amines in the first place. In addition to frequently turning meat on the grill or fry pan, partially cooking meats in a microwave prior to grilling will limit the toxic chemicals' formation. So will mixing in a little potato starch to ground beef before grilling (see How Carbs Can Make Burgers Safer) or marinating meats with a heavily sugared oil-and-vinegar sauce (SN: 4/24/99, p. 264).


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Citations

Janet E. Cade

UK Women's Cohort Study

Centre for Epidemiology and Biostatistics

30/32 Hyde Terrace

The University of Leeds

Leeds LS2 9LN

United Kingdom


Eunyoung Cho

Channing Laboratory

Department of Medicine

Harvard Medical School

181 Longwood Avenue

Boston, MA 02115

Nigel J. Gooderham

Biomolecular Medicine

Imperial College London

Sir Alexander Fleming Building

London SW7 2AZ

United Kingdom

Susan Elizabeth Steck

Department of Epidemiology and Biostatistics

Statewide Cancer Prevention and Control Program

Arnold School of Public Health

University of South Carolina

2221 Devine Street, Room 231

Columbia, SC 29208
Further Reading

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          Diminishing Obesity's Risks        

Mouse data suggest that, properly managed, obesity can be benign.

Food for Thought

Health-care professionals typically refer to an extremely heavy person as being morbidly obese. The term reinforces the idea that the individual is at high risk of diabetes, fatty-liver disease, and heart attacks. Researchers who have been working with mice now report that certain chronic diseases don't have to be consequences of obesity.

The team accomplished the disconnect by tricking the animals' bodies into storing all their excess fat within their fat cells, or adipocytes.

That's not what the bodies of rodents—or people—typically do. Initially, excess lipids—fat—are stored in these cells, making up what's called adipose tissue or simply body fat. These deposits lie primarily in the breasts, belly, and thighs. However, once adipocytes fill up, new storage sites take up the overflow. Those new depots usually develop in muscle and the liver.

Of those two depots, the liver is more dangerous when it becomes fatty. Straightforwardly named, fatty liver disease can arise and lead eventually to hepatitis, cirrhosis, and death.

A drop in the hormone called adiponectin is the body's signal to store fat outside adipose tissue. Sometimes referred to as the starvation hormone, adiponectin normally remains high in lean animals. With obesity, however, blood concentrations of the molecule fall.

Philipp E. Scherer of the University of Texas Southwestern Medical Center and his colleagues reasoned that keeping adiponectin concentrations high might fool the body into making extra adipocytes instead of sending surplus fat to muscles and the liver.

The team has now investigated the hypothesis in a strain of mice that make copious adiponectin regardless of how fat they become. In the Sept. 4 Journal of Clinical Investigation, the researchers report that as the novel mice mature, they become unbelievably huge. Indeed, muses Scherer, these are "the fattest mice ever reported," with fat comprising 60 percent or more of their body weight.

As hoped for, the mice deposit all their excess fat in adipose tissue. Also in sharp contrast to other obese mice, the high-adiponectin animals develop no signs of diabetes. They also avoid a metabolic disorder known as syndrome X, which puts animals, including people, at high risk of heart disease (SN: 4/8/2000, p. 236).

So, although these barely mobile, blubbery mounds of flesh look like wrecks, they don't appear to be at high risk for several chronic diseases associated with obesity, Scherer told Science News Online. Actually, he says, from the preliminary data, the mice "appear perfectly healthy."

He suspects that there's a lesson in this for investigators of human-obesity treatments. Drugs exist that raise adiponectin values in even overweight individuals. Most, like pioglitazone (Actos) and rosiglitazone (Avandia), are prescribed to treat diabetes. However, data suggest these drugs also reduce the buildup of fat in the liver.

Unfortunately, diminishing health risks in morbidly obese people may require far more than just supersizing their treatment with the diabetes drugs—especially since data reported earlier this year linked rosiglitazone with an increased risk of heart attack (SN: 6/23/07, p. 397).

Fat signals

Tissues throughout the body communicate on a regular basis via signaling hormones. Adiponectin is one of those messengers released by adipocytes to inform the rest of the body about how full the fat cells are. If they aren't full, Scherer explains, the cells pour out copious adiponectin. The body then responds by directing its fat into those cells for storage. As adipocytes fill with lipids, they turn down the adiponectin signal, telling the body that it's time to find new fat depots.

Adipocytes release several other messengers, among them leptin. As lipids swell the adipocytes, the cells crank up production of this hormone. Once released into the bloodstream, leptin circulates to the brain, where it offers a status report on how full the fat cells are. If leptin signals that there's plenty of fat on hand, a healthy body not only experiences satiety but also reduces its food intake and burns more calories.

At some point, a spontaneous mutation in mice led to a strain of animals that lacked the ability to make leptin. The resulting rodents, always hungry and primed to store—not burn—any excess energy consumed, inevitably become obese. Scherer's group worked with this strain and engineered it also to make extra adiponectin. The new mice typically produce about twice as much adiponectin as a normal, svelte rodent does. This excess is comparable to what can occur when people take certain diabetes-controlling drugs.

In the new study, the researchers compared normal, lean, leptin-producing mice with leptinfree, obese ones and the new leptinfree-but-high-adiponectin animals. By adulthood, the new mice far surpassed the girth of the original obese line. But instead of having high blood sugar and insulin concentrations—characteristics of the original obese animals that mimic type-2 diabetes symptoms—the new megafatties exhibited normal insulin and blood-sugar values. In fact, Scherer says, the engineered animals had about the same insulin characteristics as healthy, lean mice.

"That was a real surprise," he concedes—"that the [new] mice could get so fat and yet remain very healthy, metabolically speaking."

One solution: More fat cells

Most people are like obese mice, chronically taking in more calories than they burn, Scherer says.

Lipid buildup in the liver is "really the driving force for insulin resistance," a metabolic change that precedes the development of diabetes, notes Scherer When this develops, the body makes normal amounts of insulin, but finds itself increasingly unable to use it. The end result: Too little insulin is used to move energy into cells, leaving high concentrations of sugar in the blood.

The new study with high-adiponectin mice shows that "if you can overcome this block of overexpansion of adipose tissue, there is no need for excess calories to deposit as fat in the liver," Scherer says. Instead, fat can accumulate where it does the least damage, "in the professional fat-storage cell, the adipocyte."

But Scherer doesn't want to say that excess calories are benign when they wind up in fat cells. Bulging adipocytes send out a number of inflammatory compounds (SN: 2/28/04, p. 139). It's not yet clear how important a role these compounds may play in chronic disease, but some have been linked to diabetes. Moreover, extra weight may strain an animal's joints and even its heart. So, it's premature to give a clean bill of health to mice whose physiques rival that of Jabba the Hutt.

Still, Scherer argues, "from a qualitative point of view, these [new] mice are relatively healthy." Indeed, he says, what happens in the animals' tissues may explain why some very obese people are able to retain good insulin sensitivity and dodge the diabetes bullet.

People who develop diabetes as adults tend to put all of their fat into a few big, inflammation-prone fat cells. However, some people's bodies employ a different strategy, Scherer says. They pack relatively small quantities of fat into an ever-proliferating number of fat cells, ones that never seem to undergo stress-induced inflammation. This approach is triggered by a "local overexpression of adiponectin in adipocytes." That, in turn, switches on production of a key signaling molecule—PPAR-gamma—that serves as a master switch "governing how many fat cells we have," he explains.

"None of this is an endorsement for obesity," Scherer cautions. "But it shows that if you can expand your fat stores in a healthy way to keep up with your caloric intake, this will improve insulin sensitivity."

Overall, he argues, "the best strategy is to eat less and exercise more. But for the many of us who continue to take in more calories than we burn, it would be better to expand our fat-cell numbers than to store excess lipids in other tissues. That's our take-home message."


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Citations

Philipp E. Scherer

Touchstone Center for Diabetes Research

Department of Internal Medicine

University of Texas Southwestern Medical Center

5323 Harry Hines Boulevard

Dallas, TX 75390-9077
Further Reading

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Seppa, N. 2007. Diabetes drug might hike heart risk. Science News 171(June 23):397. Available at [Go to].

          Quase uma neném, tesão de ninfeta        

Trabalhando em uma produtora de vídeo, gravando uma campanha política, sempre é necessário passar por situações inusitadas, por exemplo, cobrir um café da manhã com pastores evangélicos, em que o candidato majoritário recebe a benção(?) dos pastores presentes.
Em um desses cafés da manhã eu vi ajudando nos preparos das mesas uma bela ninfetinha, uma das bundas mais perfeitas que já vi na minha vida, redondinha, sob uma calça colada, tinha peitinhos pequenos, mas era muito linda. Moreninha, por volta de 1,60m, 44kl aproximadamente, um tesãozinho mesmo.
Após a gravação, ela veio conversar comigo, disse que ninguém gostava dela, que se achava feia e coisas do tipo, tive que dizer que ela é linda, que os garotos não gostavam dela por serem idiotas.
Neste mesmo dia, seria complicado qualquer tipo de aproximação maior, portanto, trocamos telefone e no dia seguinte, que estaria de folga liguei e marcamos de sair. Na verdade não era bem sair, e sim, aproveitar que o pai dela trabalharia o dia todo para podermos ficar juntos e “nos conhecermos melhor”.
Menina novinha, 16 aninhos, tem que ter muita calma para não assustar, então nesse dia e em mais três semanas ficamos apenas em beijos e abraços, e sempre muito bom, aquele beijo macio que só as virgens tem, que inclusive já relatei nos contos anteriores.
Eis que em mais um dia de folga eu disse que daríamos uma volta, já tinha preparado as coisas em casa, sabia que não haveria ninguém, portanto ela poderia gemer muito, trouxe-a para cá, sempre com muita calma, fomos nos beijando, e depois do quarto beijo comecei a tirar as peças de sua roupa, isso muito lentamente, cada beijo era uma peça, ela fazia o mesmo, tirando minha roupa aos poucos.
Quando percebemos estávamos os dois completamente nus, deitados de lado, um de frente para o outro, eu bolinando-a e ela sem muita experiência acariciando minha pica, que em poucos minutos estaria completamente enterrado dentro daquela chaninha linda e cheirosa.
Ficamos assim por cerca de dez minutos, quando eu a deitei com a barriga para cima e lentamente fui descendo, beijando sua orelha, beijando e lambendo seu pescoço, descendo mais um pouco e sugando seus pequenos seios com muito carinho, beijava primeiro um enquanto apalpava e apertava o outro, em seguida trocando, chupando o outro e apertando o primeiro, e continuei descendo, precisa sentir o sabor daquele suquinho maravilhoso e doce que tinha naquela rachinha, e foi o que fiz lambia muito aquela chaninha fechadinha, com poucos pelos, lambia e brincava com seu clitóris, ela só me pedia que não parasse, que estava muito bom.
Quando percebi que já estava bem preparada fui subindo carinhosamente beijando-a cada milímetro daquele corpinho perfeito, dei-lhe um beijo na boca e pedi que ficasse apenas me beijando, que ela iria adorar aquilo que estava para acontecer. Ela me pediu apenas que fosse com cuidado pois nunca tinha feito, coisa que eu já sabia no primeiro dia que havíamos nos beijado, prometi que tomaria cuidado, e assim o fiz.
Apontei meus 17,5cm na entradinha da sua chaninha e fiquei brincando com ela, sem enfiar ele todo, apenas com a cabecinha dentro, para deixá-la com mais vontade, não agüentando mais ela disse “para com isso, coloca tudo, por favor” e foi o que fiz, lentamente fui colocando quando eu senti seu hímem dei uma pequena pausa, comecei a beijá-la e forcei a entrada com força mas ao mesmo tempo de forma muito carinhosa.
Mesmo com todo o carinho que fazíamos ela urrou de dor, gritou muito, pedindo para que eu parasse, eu buscava acalmá-la com beijinhos e aos poucos ela foi sentindo mais confiança e voltei a colocar de forma bem lenta, para poder sentir perfeitamente cada milímetro daquela até então grutinha inexplorada, bombava lentamente, dando de vez em quando uma bombada mais rápida, sempre ao mesmo tempo que a beijava e enfiava minha rola na sua chaninha eu apertava aquela bundinha deliciosa.
Cada enfiada que eu dava era um beijo gostoso que ela me dava, ela pedia que fizesse sempre gostoso daquele jeito que ela seria minha para sempre. Eu respondia que seriamos um do outro eternamente e que ela teria sempre prazer enquanto me desse prazer. Ficamos nisso por uns 10 minutos, quando eu percebi que estava prestes a gosar, pedi que ficasse de quatro, ensinei a ela como fazer, vendo aquela bundinha linda toda a minha disposição, dei uma mordida bem gostosa em cada uma de suas nádegas, me levantei um pouco e enfiei meu pau todo na sua rachinha maravilhosa.
Algumas poucas bombadas e eu tirei de sua chaninha e coloquei a cabeça do meu pau na entrada do seu cuzinho, ela assustou, porque suas amigas sempre diziam que doía mais, eu a acalmei dizendo que não iria colocar tudo, e não coloquei mesmo, empurrei a cabeça para dentro do seu cuzinho, dei uma brincadinha tirando e colocando e gosei, gosei muito no cuzinho dela, sentindo minha porra inundando seu anus ela deitou me puxou para sue lado e disse “eu te amo, obrigado por me dar a tarde mais perfeita de minha vida” descansamos alguns minutos e comecei tudo de novo. Gosei 4 vezes praticamente seguidas nesse dia, mas com receio de engravidar uma menina tão nova não gosei nenhuma vez na bucetinha dela. Ficamos juntos por quatro meses e meio, comigo ela aprendeu a chupar, e como chupava gostoso, deu seu cuzinho para mim várias vezes. Era muito bom quando eu ia para casa dela e na frente de sua casa nos trepávamos no carro, ela fazia tudo que eu queria, por isso, mesmo não estando juntos mais, nos amamos, e sempre que é possível marcamos de sair para podermos matar a saudade.
B – Itaguaí - RJ
          Fui Arrombada por Dois        

Olá pessoal, depois de um tempão sem escrever, estou de volta. Meu relato aconteceu não tem muito tempo, espero que gostem. Eu sempre tive um desejo secreto de dar pra dois ao mesmo tempo, via em filmes pornos e ficava louca com aquilo, ser arrombada por duas picas ao mesmo tempo, fico toda molhada so de pensar. Mas eu nunca tive coragem de falar pro meu namorado, nós sempre nos demos muito bem na cama, ele é um tesão, pele branca, cabelos escuros cortado bem baixinho, 1.80 de altura, corpo bem definido, mas essa fantasia minha eu matinha em segredo, por que tinha medo da reação dele, achava que ele iria pensar nisso como uma especie de traição. Então me contentava em ver filmes as vezes, escondidos dele. Ele é policial, e quando está de plantão, eu fico só em casa, em um desses dias que ele estava de plantão, eu sozinha a noite, peguei alguns filminhos e fui assistir, tava louca de tesão, me masturbando, vendo aquela cena, uma vadia sendo comida por dois, equelas duas picas arrombando ela, eu tava viajando naquilo. E nem notei que meu namorado chegou em casa, eu não estava esperando, mas naquele dia ele resolveu trocar de serviço com um amigo e voltou pra casa. Como eu estava "muito ocupada" nem percebi que ele havia chegado, então ele entrou no quarto e se deparou com a cena, eu levei um susto, fiquei congelada, ai ele só disse: "Isso tudo é minha falta", e já veio pra cima de mim com tudo. Eu já estava tão excitada que quando ele meteu aquela vara em mim, mal começou bombar e eu gozei. E ele ficou tão tarado com, aquela situaçao, bombava com força, eu quase explodi, ele me colocou de quatro e falou "agora quero arrombar esse cuzinho", e meteu com tudo, de um vez, eu soltei um grito, de dor e tesão ao mesmo tempo... Aquela noite foi otima, ele sempre foi uma delicia na cama, e se superou, foi uma foda e tanto. No outro dia ele não comentou sobre o filme, eu fiquei aliviada por ele não ter ficado bravo comigo, e feliz por que compensou. Depois de alguns dias, eu cheguei em casa do trabalho, como todos os dias, ele estava em casa, pois não estava de plantão. Quando cheguei ele já foi dizendo que tinha um presente pra mim, e falou pra eu tomar banho, por que o presente já estava pra chegar. Eu nem imaginava o que seria, mas ansiosa, fui tomar meu banho, tomei um banho bem demorado, e enquanto estava no banho ouvi a campainha tocar, entao me apressei pra sair do banho, imaginando que fosse meu presente. Então sai só de roupão, nem me sequei direito, e fui atras dele pra saber o que era, curiosa como sou. Ele me mandou ir pro quarto e esperar que ele ia trazer... Eu fiquei esperando, até que ele entrou no quarto de mãos vazias, e eu perguntei "cadê meu presente?" ele virou pra porta e disse "entra". Quando olhei fiquei paralisada, supresa, não sabia como reagir, era um amigo dele, que eu já havia conhecido a algum tempo, moreno claro, mais ou menos quase da mesma altura do meu namorado, corpo sarado, ombros largos, estava de camiseta e bermuda jeans, que marcava bem seu bumbum e cochas. Meu namorado quebrou aqueles segundos de total estatica minha perguntado "gostou do presente?", eu nem disse nada. Então meu namorado que já estava só de bermuda, tirou e ficou só de cueca, ele já estava com aquele pau enorme totalmente duro, até saindo pra fora da cueca box preta, e disse pro seu amigo Daniel (vou chama-lo assim), "vamos dar o que essa vagabunda quer". O Daniel tirou a bermuda e a camiseta, ficou só de cueca também, que era branquinha e dava um contrate perfeito com aquela pele morena, ele não estava muito atras do meu namorado, seu pau já estava duro também. Nesse meio tempo eu já estava encharcada, com a xaninha latejando de tesão. Então eles vieram pra cima de mim, meu namorado pela frente, me beijando e passando a mão pelos meus seios, depois desceu pra minha xaninha e começou chupa-la, passando a ligua na portinha e depois no grelinhos. Enquanto o Daniel me pegou por tras, me abraçou mordendo meu pescoço, e acariciando meus seios, que ja estavam durinhos, e encostava aquele volume na minha bunda. Aquilo tava me deixando maluca, o Daniel deitou na cama, tirou a cueca e eu vi aquele cacete cor de chocolate, duro como pedra, era um pouco menor que do meu namorado, mas era mais grosso, e ele me pediu pra engolir, eu cai de boca, e meu namorado veio por tras, na minha xaninha, que tava tão melada, que estava ate escorendo pela minha cocha, e ele começou bombando bem devagar, depois foi almentando o ritimo, e ao mesmo tempo foi enfiando o seu dedo no meu cuzinho. Tava uma delicia, como nós filmes que eu via e fantasiava, sempre sonhei com aquela situação, duas picas só pra mim, eles me chamando de vagabunda, vadia, nossa, eu tava amando aquilo. Até que veio o que eu mais esperava, o Daniel me colocou pra sentar naquele pau, meu namorado ficou olhando enquanto ele me fodia, e falava "tá gostado né vagabunda, você é muito puta mesmo", e veio por cima, e começou penetrar no meu rabinho, eu fui ao delirio, duas picas dentro de mim ao mesmo tempo. E eles fodiam com força, sem dó, eu gemi como uma puta, eu virei uma verdadeira puta na verdade, nas mãos daqueles dois machos. Meu macho e seu amigo, me arrombando ao mesmo tempo, me pegaram sem dó, foram metendo forte e eu não segurei e gozei, nossa, uma gozada deliciosa, com aqueles dois cacetes me fudendo. Depois trocaram de lugar, e o Daniel foi no meu cuzinho, nossa, aquela pica era muito grossa, tava me rasgando, do meu namorado é grande, mas não tão grossa quanto a do Daniel, e eu comecei gritar e gemer ainda mais, e meu namorado me segurando pelos cabelos e metendo da minha xaninha falou pra Daniel meter de uma vez. Nem tive tempo de dizer não, ele deu uma estocada só, e meteu tudo, eu soltei um grito abafado pela mão do meu namorado que tampou minha boca, e as lagrimas escorreram no meu rosto. Eles não pararam, foi uma foda demorada, e maravilhosa, gozei tres vezes naquelas picas deliciosas, até eles gozarem, me labuzaram toda de porra, no rosto e em todo meu corpo. Foi uma delicia, eu fiquei exausta, toda vermelha e inchadinha, e não acabou por ai, mas depois eu conto a prorrogação. Isso é que é presente, se eu soubesse tinha contado antes pro meu namorado que queria ser comida por dois. Espero que tenham gostado, até a próxima. Beijos... By: Jú Morena
          O sitio que Meu Marido Comprou        


Meu marido comprou um sitio em Boa Esperança, era na ocasião uma aquisição oportuna, sou professora e tinha pedido uma licença médica e estava tratando de colocar o sitio em ordem, meu marido vem no sábado e traz as duas crianças e uma moça que cuida delas para mim trabalhando de babá. Meu marido contratou um moço para caseiro que cuida dos animais e da horta, morando na edícula, casa principal, muito prestativo, jovem e bastante sorridente, me auxiliando nas tarefas rotineiras do jardim e mesmo de casa. Devo esclarecer que sou de família tradicional e casei virgem, meu marido foi meu primeiro homem e nunca pensei em trai-lo, numa quinta feira fui para o sitio sem avisar o caseiro, lá chegando a noite, encontrei o caseiro totalmente nu e bastante bêbado dormindo na varanda da casa. Embora assustada com a cena, devia tira-lo dali, lógo não conseguindo movê-lo e nem acordá-lo, tratei de arrastá-lo para dentro de casa e deita-lo num tapete felpudo da sala, mas ao tentar coloca-lo no sofá escorreguei e caí de cara no seu instrumento, ao encostar no membro quente semi duro me excitei sentido a minha face do rosto queimar, nunca tivera a vista uma péça igual aquela, senti no meio do meu peito uma dor de desejo e me senti molhada, o membro cresceu em minha mão e engrossou ficando duríssimo, caí de boca abocanhando o membro esfomeada até que gozou na minha boquinha e enguli toda a porra, ele então me puxou para cima dele e zonzo começou a beijar e chupar meu pescoço e a no movimento minha fina blusa se abriu e ele tratou de chupar meus peitos que estavam sem sutiã pelo calor.e eu delirei e me ajustei ao seu corpo levantando a minha saia e colocando minha calcinha muito gozada em contato com aquele membro super dotado enquanto o beijava sentido os vapores do vinho engerido, beijava desesperadamente,chupando minha língua de forma a sentir seu pau crescer de encontro com minhas coxas e a buceta na calcinha. Ele sozinho não conseguia nada e tratei de tirar a calcinha e montar naquele membro delicioso que era muito maior que o de meu marido e tratei de monta-lo como uma cavaleira que só de entrar todo, meu deu um gozo inesperado, eu gemia e o sentia forçando minhas entranhas ,até o útero, quando ele agarrando minha bunda com as suas mãos fez Introduzir seu dedo indicador no meu cúzinho e tive mais um orgasmo no contato com aquele dedo grosso e áspero! Fiquei assim cavalgando e gozando até o momento em que senti seu membro aumentar e descarregar em jatos sucessivos na minha bucetinha. Tratei de suga-lo até ficar o mais duro possível e esfreguei meu cúzinho naquela pica maravilhosa mas não consegui enfia-lo pois dobrava ,tratei de coloca-lo todo na menina novamente e tornei cavalgar seu membro sem esquecer de colocar seu dedo grande e grosso no meu rabo enquanto eu aproveitava o movimento sugando meus seios e mexendo no meu grelinho até explodir num orgasmo que me fez gritar de prazer e o moço gozou bem fraquinho como tivesse voltado a dormir. Tomei um banho quente lavando todas as minhas culpas pela traição e me purgando do prazer que escorria com a mangueirinha que mostrava como a minha xota tinha ficado dolorida, aproveitando para lavar minha cabeça e minha calcinha que ficou pendurada no registro do chuveiro. Agora eu tinha consciência de que não seria a última vez que faria aquilo com o caseiro e nem haveria de me preocupar com sua inocência, mas para o meu marido seria segredo absoluto nada acontecera. Jade, a princesa.
          Tudo começou num Boquete Inesperado        


A Historia que vou contar é verdadeira e, embora pareça improvável, aconteceu comigo de maneira surpreendente. Ao longo de meus relacionamentos ocorreram várias situações relacionadas e igualmente curiosas. Irei relatá-las à medida que os leitores demonstrarem interesse. Bem, em certa época de minha vida, após ter sofrido alguns desenganos, acabei ficando meio deprimido e chateado por algum tempo, o que me levou a procurar algo para preencher o vazio que estava sentindo. Como dois de meus irmão eram religiosos naquela época, resolvi procurar a mesma igreja para tentar preencher tal vazio. Foi uma época muito boa de minha vida. Só não esperava que iria ter uma experiência nada religiosa a esta altura da vida! Após algum tempo na igreja, comecei a procurar alguma garota para estabelecer um relacionamento que fosse exemplar na congregação e gozasse de boa reputação, assim como é recomendado pelos líderes da igreja. Bem, após algum tempo escolhendo e conversando com as pessoas para pegar referencias cheguei a minha decisão! Ela era magra, muito bonita, lindos cabelos lisos que lhe chegavam à cintura, com uma reputação acima de qualquer suspeita!!! Todos diziam que se tratava de alguém que era religiosa desde a infância e muito dedicada! Bem, após algum tempo de cortejo e muitas recomendações por parte de todos! Iniciamos o namoro. A religião era muito séria e nós éramos incentivados a jamais sairmos sozinhos, não nos beijar em público e etc. Sexo então! Até pensar era pecado! Tudo ia muito bem e eu já havia passado pelo pior período da abestinencia. Agora tudo estava bem suportável. Até a masturbação era um recurso pouco utilizado naquela época. Até que um belo dia nós saímos com uns amigos e, na volta eles acabaram não podendo voltar com a gente por causa de uns problemas e acabamos tendo que voltar sozinhos para casa. Para mim não teria problemas, pois a distancia era curta e logo eu a entregaria em casa sã e salva. Ela ficou meio constrangida, relutou um pouco, mas como não havia outra saída, optou por voltarmos sozinhos mesmo. Bem, até aí tudo lindo. Eu todo feliz com a minha “andorinha” toda puritana e virgem que só fazia o que era correto e se guardava para o dia em que seria apenas minha! Assim como ditavam as regras! Entramos no carro conversando, alegres. Coloquei uma musiquinha. Passei a mão direita pelo pescoço dela enquanto dirigia com a mão esquerda, e puxei ela um pouquinho para se aconchegar no meu ombro enquanto eu dirigia. Derrepente ela olha para mim com o aquele olho assustado e diz: Não!... Eu, inocentemente, imaginando que ela estava pensando na sua reputação (já estávamos sozinhos, ainda por cima abraçados!?) insisti com um sorriso. _Vem cá...não tem nada de mais... Então, ao invés de por a cabeça no meu ombro ela se deita no meu colo, coloca a mão no meu pau, por cima da calça e começa a massageá-lo! Imaginem o meu susto! A garota mais puritana da igreja! Que nunca tinha chegado nem perto de um homem!!!... Fiquei meio desconcertado, sem saber o que fazer. Mas depois de tanto tempo em branco, a vontade falava mais forte e eu deixei para ver no que dava. Comecei a fazer carinho nos seus cabelos e ela muito tranquilamente tentou abaixar o zípper da calça, mas não conseguiu devido a minha posição. Não acreditava no que estava acontecendo! Levantei um pouco o corpo, abri o zípper e desabotoei a calça, porém não tirei ele para fora. Nem precisou. Ela enfiou a mão por baixo da minha cueca, tirou o danado para fora e, sem fazer muita cerimônia, abocanhou a cabecinha e começou a brincar com a língua bem devagarzinho. Eu fiquei louco! Fui aos céus! Depois de tanta fissura eu estava sendo chupado divinamente por aquele delicinha de menina! Ela chupava muito bem, brincando com a língua em volta da cabecinha. Tirava da boca e passava a língua por toda a extensão, colocava a cabecinha na boca enquanto batia uma punheta bem de vagarzinho, depois segurava na base e enfiava tudo na boca! Comecei a me animar e enfiei a mão por dentro a roupa dela, apertei seus peitos deliciosos por cima do sutian, depois puxei eles para baixo para poder brincar a vontade! Estava tudo uma delícia! Eu preocupado com os carros que passavam do lado e ela nem aí. Toda sua concentração estava em me proporcionar uma bela chupada! Acariciei bastante seus peitos, passei a mão na sua cintura e, fui deslizando até enfiar a mão na parte trazeira de sua calça. Ela usava uma calça bege clara que era amarrada na cintura por um barbante (era modinha naquela época). Soltei o barbante, enfiei a mão e ela deu uma paradinha e reclamou, mas não convenceu em nada...eu disse pra ficar tranqüila e ela logo voltou a me chupar divinamente. Que delicia, passei a mão naquela bundinha deliciosa, inicialmente por cima da calcinha. Acariciei aquele montinho gostoso da sua bucetinha e notei que ela já estava completamente molhada! Lentamente coloquei a mão por dentro da calcinha, ela não disse nada então continuei, passei a mão na danadinha, acariciei seu clitóris bem de levinho e em seguida procurei enfiar o dedo médio bem de levinho. Foi aí que constatei o que ela já havia dito. Ela era virgem! Mas como uma virgem que nunca ficou com ninguém aprendeu a chupar daquele jeito??? Bem, naquele momento isto não era a minha maior preocupação. Deslizei a mão para o seu reguinho, acariciei seu anelzinho bem de leve, ela não reclamou, então fiquei ali mais um pouquinho até conseguir enfiar a pontinha do dedo. Neste momento não agüentava mais de tezão, queria gozar! Tirei a mão de dentro de sua calça, peguei em seus cabelos e comecei a forçar a sua cabeça para fazer movimentos mais profundos e mais rápidos! Ela assustou um pouco no começo mas eu disse para agüentar e disse que era para ela engolir tudo. Ela quis reclamar mas eu fiz de conta que fiquei meio bravo e como eu ainda a segurava pelo cabelo, virei sua cabeça novamente em direção ao danado e empurrei com força pedindo para ela abrir a boca. Ela fez um pouquinho de resistência mas logo voltou a chupar divinamente! Neste momento eu não agüentei! Acelerei os movimentos como se estivesse metendo na boca dela e gozei! Gozei maravilhosamente! E gozei muiito!!! Ela fez gesto de querer tirar da boca mas eu não deixei. Segurei sua cabeça e continuei com o pau na boca dela, terminando de gozar....falei pra ela que queria que ela engolisse tudo e ela obedeceu direitinho! Engoliu tudo. Até um pouquinho que escorreu no canto da boca, eu pedi para ela passar o dedo e chupar e ela obedeceu com uma carinha que quase me deixou de pinto duro de novo!!! A esta altura estávamos chegando no bairro e nos recompomos rapidamente para entrar no bairro. Não conversamos muito. Só disse que foi delicioso e logo a deixei em frente a sua casa. Fui embora sem entender como ela podia ter feito aquilo, e confesso que naquele momento até fiquei com um pouco de peso na consciência, mas o que mais me encabulava era como e onde ela aprendeu aquilo! Uma coisa eu tinha certeza: aquela moça toda recatada e exemplar poderia até ser virgem, mas já tinha aprendido muita coisa! Inocente era a última coisa que ela poderia ser! Bem, após este acontecimento meu interesse por ela mudou completamente! Afinal ela havia traído minha confiança quando disse que jamais havia ficado com um homem. Era óbvio que isso não era verdade! Passei então a querer descobrir qual era a sua verdadeira história! Daí pra frente nossos encontros foram ficando mais e mais quente, nossas carícias aumentavam cada vez mais e eu já chupava aquela bucetinha virgem e enfiava meu dedo naquele cuzinho fazendo-a gemer e sussurrar, mas o cabacinho dela continuava intacto pois só admitia perdê-lo quando se casasse e eu respeitei. Ficamos um bom tempo namorando até que resolvemos nos casar. Já casados fomos para nossa lua de mel onde eu pude finalmente depois de dar um belo trato, mandar aquele selinho da xana dela pro espaço. Gozamos muito na nossa primeira noite real de amor e nos entendemos muito bem na cama até os dias de hoje, mas o que ela gosta e gosta muito mesmo é que eu derrame todo o meu leitinho na boca dela, que engole tudo até não sobrar nenhuma gota. Atualmente não somos mais evangélicos.
J.C – Nilópolis - RJ
          O primeiro menino na nova cidade        

Após minha primeira estória contando como foi minha iniciação (Inocência perdida), passo a contar como as coisas se sucederam na nova cidade.
O fato era que eu já estava viciado em levar uma rola no cuzinho. Gostava muito de sentir meu buraquinho sendo fodido desde os meus treze anos de idade. Meu “professor de 17 anos na época” me ensinara muitas coisas sobre sexo ou pelo menos aquilo que ele sabia melhor do que eu. Nunca revelei nosso segredo a ninguém e tivemos muitos momentos de extrema felicidade, embora, às vezes, eu achasse que os outros meninos desconfiassem de mim.
Nova cidade, novo bairro cheio de garotos, nova escola, a vida seguia em frente, mas eu já me incomodava com a vontade de ser enrabado de novo.
Eu agora já estava com 18 anos, meu corpo se desenvolvia, minha bunda estava mais arrebitada e rechonchuda que nunca e, embora eu agisse como um garoto “normal” (não era afeminado e nem agia como um viadinho), não demorou para que os outros rapazes começassem a fazer comentários a respeito de como eu tinha um traseiro gostoso e essas coisas todas. Era corriqueiro levar passadas de mão e encoxadas, mas eu me mantinha firme e procurava não dar bandeira sobre meus desejos mais profundos. Eu tinha sido bem instruído pelo meu mestre quanto ao modo de agir na frente de outros rapazes. Então sempre que um vinha com aquelas brincadeiras eu revidava ou fingia ficar irritado para manter as aparências, de modo que não desconfiavam que na verdade aquilo me dava um enorme tesão.
Passaram-se os meses, eu já tinha feito alguns amigos e nada tinha acontecido ainda.
Um belo dia, um garoto chamado Zé Paulo de 24 anos que era amigo do meu irmão mais velho foi procurá-lo em casa, mas ele não estava e ficamos os dois conversando. O papo foi evoluindo e eu percebia que vez ou outra o cara esfregava o pinto, o que atraia o meu olhar. Ele usava uma bermuda um pouco apertada o que demonstrava o volume que aos poucos se formava dentro dela. Era ele tocar no cacete e meus olhos imediatamente seguiam seu movimento. Claro que não demorou para o Zé Paulo perceber meu “incômodo” e foi levando o papo para o lado que ele queria. Perguntou se eu sabia brincar de troca-troca e eu respondi que não, então ele me disse que se eu quisesse ele poderia me mostrar. Eu quis saber como era aquela brincadeira e ele me explicou que primeiro ele colocaria o pinto na minha bunda e depois eu colocaria o pinto na bunda dele. Quando ouvi aquelas palavras meu cuzinho piscou de desejo e eu nem vacilei para topar brincar com ele. Ele reagiu com um sorrisinho maroto e sugeriu que fôssemos procurar um lugar para brincar.
Lugares escondidos eram o que não faltavam, pois havia muitas casas em construção (o bairro estava se desenvolvendo) e também muitos terrenos com mato relativamente alto que serviriam de esconderijo para esse tipo de brincadeira. Saímos dali e nos dirigimos a um terreno próximo onde ninguém poderia nos ver.
Achamos um lugar ideal e quando Zé Paulo tirou a bermuda, saltou para fora um pinto bem maior que aquele com o qual eu estava acostumado (devia ter uns 20 cms e era um pouco grosso, com uma cabeça grande e vermelha). Meus olhos brilharam ante aquela visão e ele percebendo meu êxtase pediu para eu pegar nele. Sem qualquer pudor agasalhei aquela carne dura com minha mão pequena. Estava quente e babava um líquido transparente. Instintivamente comecei uma punheta de leve naquele mastro o que foi suficiente para a pergunta dele: “Você já pegou num cacete antes né?”. Meio sem graça por ter sido desmascarado respondi que sim e contei a ele sobre minha experiência anterior. Seu rosto ficou iluminado de felicidade e então ele disparou: “Você gosta muito de rola?”. Respondi que gostava e sentia muita vontade de pegar numa fazia muito tempo, mas ainda não tinha tido coragem e ele era o primeiro rapaz do bairro para quem eu fazia aquilo. Ele me disse: “Então chupa seu pirulito porque eu sei que você deve gostar também”. Sem vacilar abocanhei a cabeça do caralho que pulsava na minha frente e como já tinha alguma experiência, comecei a chupar com todo o cuidado para não raspar os dentes. Seu caralho era um pouco grande para minha boquinha pequena, mas eu me esforçava para proporcionar prazer para aquele machinho delicioso. Ele elogiava: “Nunca um viadinho me chupou tão gostoso. Desse jeito vou querer sempre”. Não respondi nada, pois tinha a boca ocupada e não pretendia parar de chupar, já que sentia tanto tesão naquilo. Após algum tempo mamando, ele me pediu para parar senão ele acabaria gozando e estava a fim de fazer outras coisas comigo. Ele falou: “Bom, eu te chamei para fazer troca-troca, mas na verdade eu quero mesmo comer seu cuzinho. Deixa eu enfiar em você?”. “Claro que deixo”, respondi tremendo de tesão. “Você ta viciado em pinto. Vou te comer tão gostoso que você vai querer sempre meu cacete enterrado em você. Tira toda a roupa e fica peladinho que eu quero ver o meu troféu”, ordenou. Fiz como ele mandou e ele elogiou muito o que viu: “Nossa, caralho! Que bundinha maravilhosa você tem! Quero ficar horas metendo nesse cuzinho delicioso. Fica de quatro pra mim fica!”. Fiquei de quatro na sua frente, arrebitando bem o traseiro e expondo meu buraquinho o máximo possível. Ele se aproximou e começou a me lamber. Aquela sensação nova eu não conhecia e fui às nuvens com aquele cunete. Meu corpo tremia a cada passada de língua. Quanto mais metia língua mais eu me entregava a ele e percebendo meu bem estar, perguntou: “Acha que vai agüentar meu pau dentro do seu cu?”. Respondi: “Acho que sim apesar de ser grande e grosso”. Ele cuspiu várias vezes no próprio pinto e passou bastante saliva no meu furinho. Encostou a cabeça da rola começou a pressionar. Eu reclamava um pouco da dor, ele passava mais saliva, me segurava firme pela cintura e voltava a tentar enfiar aquele cabeção dentro de mim. Tentou e tentou até que conseguiu fazer passar pelo anel. Eu vi até estrelas e gemi um pouco mais alto. Ele pediu silêncio para que ninguém nos ouvisse e continuou forçando até estar metade dentro de mim. Lágrimas rolavam pelo rosto, mas eu não estava disposto a perder a chance de levar novamente uma rola na bunda, de modo que agüentei como pude e fiz o possível para receber aquele pedaço de carne delicioso no rabo. Agora eu já sentia seus pentelhos encostando nas polpas da minha bunda e suas bolas batendo nas minhas próprias bolas. Ele se movimentava devagar até eu acostumar com todo aquele volume me penetrando e rasgando e aproveitava para dizer umas barbaridades:” Caralho! Nunca meti num cu tão gostoso. Você tem mesmo que dar esse rabinho de ouro. Como sua bunda é generosa. Engoliu toda minha piroca. Ta tudo atolado!”. Eu não dizia nada, só ouvia e gemia no compasso do vai-e-vem que estava me proporcionando um prazer imenso. Sentia arder por dentro, mas nem de longe queria que ele parasse. Zé Paulo não parou, continuou aumentando aos poucos seus movimentos. Agora eu já não sentia mais dor alguma, só mesmo tesão de estar invadido de novo por trás e como eu gostava daquilo. Sentir o caralho alojado lá dentro, entrando e saindo, rasgando e fazendo arder de prazer. Eu estava nas alturas. Depois de uns 20 minutos me fodendo, ele estocou bem forte meu cuzinho e gozou sua porra quente dentro de mim, gemendo e urrando de prazer.
Eu já sabia que ele tinha me inundado de porra, mas nem me preocupava, pois estava acostumado a levar esses jatos quentes que eram o meu prêmio por ser obediente.
Saciado, ele se sentou ainda sem a bermuda e com o pau meio amolecido. Eu me sentei de frente para ele e começamos a conversar. “Obrigado por deixar eu meter em você. Levanta e deixa eu ver uma coisa”. Levantei, ele me colocou de costas para ele, abriu minhas nádegas e foi conferir o estrago que seu pinto tinha feito. “Seu cuzinho ta arrombado, mas acho que eu não machuquei você. Ta doendo muito?”. Sentei-me novamente à sua frente e respondi: “Ta ardendo um pouco, mas depois passa. É que seu pinto é muito grande. Nunca tinha experimentado desse tamanho”. “Você gostou?”, ele quis saber. “Gostei e quero fazer de novo quando você quiser”. “Você ta viciado mesmo em levar no rabo né sua bichinha. Pode deixar que eu vou querer comer sempre. Essa sua bunda merece um cacete todo dia. Não esquece que esse vai ser nosso segredinho, se contar pra alguém a gente se ferra”. “Pode deixar que eu não vou contar. Eu sei o que pode acontecer se meu pai souber disso”.
Ficamos ali ainda algum tempo, eu completamente pelado, ele sem bermuda, conversando sobre o que faríamos na próxima vez, quase sussurrando para não alertar nossa presença ali.
Depois de um tempo resolvemos que era melhor nos vestir e sair pra não chamar a atenção.
Alguns dias depois nós teríamos uma nova trepada, mas contarei como as coisas aconteceram em outra oportunidade.
Os fatos relatados aqui são reais e aconteceram há pouco tempo.
Comentários são bem vindos: ca.brasil2007@hotmail.com.
          A VEZ EM QUE FUI FODIDA PELO DENTISTA        


Olá, meu nomezinho é pamela, completei 18 aninhos a pouco tempo e vou relatar uma historia muito excitante. Eu uso aparelho ortodontico, e preciso ir ao meu ortodontista mensalmente, o problema é que desde a primeira consulta, fiquei louca, era uma mistura de tesão com uma paixonite que estava começando. Ele, com seus 32 aninhos, corpo maravilhoso e muito gostoso, sempre foi muito querido e atencioso comigo. Talvez ele ainda não tivesse notado o meu interesse, eu pensei muito antes de decidir fazer isso, mas certo dia arrisquei...
marquei uma consulta p/ o ultimo horario do dia, no qual eu sabia q a sua estagiaria e a sua secretaria, ja estariam bem longe dali. Cheguei como sempre, com meu jeito meigo e sensual... Então deitei naquela cadeira, estava com um vestidinho, era um verão intenso, e ele começou a consulta normalmente, trocando as borrachinhas, sabia q estava me arriscando, pois não saberia qual seria a sua reação, estava com tanto desejo, q pensei, bom, hj é dia do bote. Eu sentei na cadeira, e ele me olhou e disse: - onde vc vai? estou mexendo na sua boca, nao pode se levantar sem me avisar-, foi quando, me levantei e sentei no seu colo já logo puxando um beijo super selvagem, cheio de segundas intenções, ele se assustou com minha ação, disse a ele q estava fazendo algo q queria fazer a muito tempo e q se dane a etica profissional e td mais, e comecei a levantar o meu vestidinho e me deitei naquela cadeirinha, q nessas alturas virou uma caminha; (ele naum resistiu!) e ele se entusiasmou e tirou minha calcinha com akela boca abençoada, foi passando akele linguao no meu grilinho, bem durinho, e passava tb akeles labios na minha xotinha td depiladinha e td molhadinha, lambuzadinha, gozei .. eu gritava e gemia ... ai como é gostoso gozar na boca do dentista !!! ... nessas alturas meu vestidinho já tinha voado dali.... depois tirei o jaleco dele e me ajoelhei para desabotoar akela calça branca, e cai de boca naquele caralho grande e gostoso, comecei a chupar, lamber suas bolas, e a pedir leitinho quente, e ele gemia ... e dizia: ahh vc quer leite, então toma..... ai q delicia aproveitamos esse embalo, nos posicionamos e fizemos um gostoso 69, eu tomei mais uma vez, akele leite e ele tomou o meu melzinhu ... depois ele me comeu gostoso, enfiou akele pau na minha xota com movimentos incriveis .... enquanto isso chupava meus peitões (sao bem grandinhos), gozei e gritava com vontade, sempre querendo mais, pedindo tapinhas, mordidinhas.. e ele fazendo td ... no fim dessa transa louca, eu pedi uma injeção meu dada no meu rabo, fiquei de quatrão e ele meteu, era dor, era prazer .... foi sensacional.....
.. eu disse a ele , q essa foi a melhor consulta de td a minha vida, e ele falou no meu ouvidinho: esse eh um segredinho so nosso; q eu era a paciente mais gostosinha dele e q ainda faltavam alguns meses de tratamento.. foi maravilhoso realizar essa fantasia de ser comida pelo meu dentista gostoso! ... Agora ele cuida das minhas 2 boquinhas !!! Experiemente vc tb !!!! beijinhos molhadinhos p/ vcs q leram esse continho...
          Estuprado pelo Colega de Trabalho        

Eram quase 7 da noite quando saí do trabalho, pronto para ir pra casa ver a minha mulher. Um dia quase normal. Quase, por que quando eu estava ligando o carro, chega o Jorge, todo folgado, e bate no meu vidro perguntando se eu ia passar pela Vila Mariana. Fiquei contrariado, afinal nunca tive muito assunto com o cara, mas concordei e ofereci a carona.
Jorge deve ter uns 35 anos (11 a mais que eu), é divorciado e tem uma incorrigível pinta de folgado que sempre me irritou. No caminho, ambos puxamos uns poucos assuntos, e eu sempre sentindo aquele ar de garotão superior que me deixava puto. Tão puto que fiquei surpreso, ao deixá-lo em frente a seu prédio, quando me convidou pra subir.
Não, Jorge, não precisa, estou com pressa - respondi. Entre. - ele insistiu - Sei que não é dia de visitinhas (era terça-feira), mas eu preciso de uma ajuda e queria aproveitar que você já está aqui. Fiquei mais puto ainda, mas fui. Eu sabia que tinha coisa aí. Na certa o computador dele estava com algum problema (ele era péssimo nisso, todo mundo sabia) e ele ia me encher o saco pra arrumar tudo.
Foi só entrar na casa dele e veio a surpresa. Jorge trancou a porta e me puxou pelo braço. Que é isso, meu? Que é isso meu o cacete! - ele respondeu, enquanto me segurava pelos dois braços cara a cara com ele - Agora somos só nós dois, e eu vou te dar o que você está querendo há muito tempo. Não entendi nada, o cara ali me segurando, de frente pra ele, me falando aquilo. Eu não tinha o que fazer. 24 anos, 1,74m, 70kg, nada afim de brigar, e o cara com aquela pinta de molecão de praia, 35 anos, maior que eu, me segurando assim. Só fiquei quieto, olhando. Isso, viadinho. Fica quietinho que quem manda aqui sou eu - ele disse.
Fiquei estático. Que papo era esse de viadinho? O cara vai me bater, vai me matar, sei lá. Jorge começou a tirar a minha camiseta, depois me empurrou pra longe, mandando: Vai. Tira a roupa, viadinho. Pra que isso, Jorge? O que você vai fazer? Me deixa ir embora. À esta altura, já estava implorando, mas a ordem dele era firme, e diante daquele olhar de macho raivoso não tive escolha. Quando olhei de novo pra ele, já peladinho, vi uma pica grande, grossa e dura pra fora, e só ouvi a voz: Chupa!
Hesitei por quase uma eternidade, mas quando o ouvi repetir, com mais força - Chupa, viadinho! - tive que obedecer e, trêmulo, aproximei minha boca daquela vara. Nunca tinha feito aquilo. O cheiro da gala dele estava me dando nojo, mas não tinha jeito, então pus a boca e comecei a chupar.
Chupa, putinha tesuda, chupa, era o que ouvia enquanto abocanhava aquele monstro e fazia o máximo possível para não mordê-lo, pois estava com medo e afim de que isso tudo terminasse o mais cedo possível. Não conseguia acreditar. Eu, o macho de casa ali, ajoelhado na frente de um folgadão, mais velho do que eu, chupando pica e ouvindo sacanagem. Era muita humilhação. Não sabia se chorava, se reagia, se fugia, se cedia. Só voltei à realidade quando, bombando forte e segurando a minha cabeça, Jorge gozou. Nessa hora, como que para me humilhar ainda mais, ele puxou a pica bem pra beirada do meu lábio e encheu a minha boca de porra. Vai, putinha gostosa, toma a porra de macho que que é disso que você gosta. - ele dizia, entre aqueles gemidos de macho gosando gostoso. O gozo, a porra, aquele gosto forte na boca, na hora, me deixaram chocado, mas algo em mim mudou. Fiquei estático, parecia até que eu tinha gostado, e quando ele tirou a pica, num reflexo, engoli toda aquela porra.
Fiquei ali, olhando pro chão, de joelhos, pensando em tudo aquilo, enquanto ele foi tirando a própria roupa. Era um trintão, sem dúvida, mas tinha um corpo bem feito, masculino, sem excessos. Fiquei ali, olhando aquele peito, aquelas coxas grossas, aquele pau meia-bomba, quando ele abaixou, me puxou pelo braço e me virou de costas, já me encoxando.
Vem cá, putinha - ele dizia. Não, Jorge, por favor. - eu suplicava - Não quero. Quer sim, putinha, você sabe que quer - dizia ele, bem no meu ouvido. Por favor... não - falando mais pra mim mesmo do que pra ele. Vai, putinha - mandou - enquanto me jogou no sofá, me deixando já de quatro. Agora você vai ver o que é bom.
Meu medo triplicou, quando senti uma cuspida no cuzinho. Jorge colocou a camisinha rápido, na pica que já estava dura de novo, e foi colocando devagar. Eu gemia baixo - de dor - e isso parecia excitá-lo ainda mais. Só que aquela pica quente estava fazendo eu me sentir estranho. Muito estranho. Senti meu cu todo rasgado, quando ele terminou de meter, mas naquele tempinho em que ele ficou parado, dentro de mim, meu pau começou a subir, e eu fui ficando todo mole.
Tá gostando, né viadinho? Não disse? Relaxa agora. Você já tá marcado. Depois de hoje, você não vai conseguir ficar sem pica, e vai lembrar pra sempre da minha pica, que inaugurou esse rabinho gostoso, e de mim, que te transformei no viadinho que você é agora. Na primeira mexida de Jorge, já não resisti, e soltei um aaaaaaaaaiiii tremendo de prazer, um prazer que nunca sentira antes. Aquele corpo, aquele homem, aquela pica, destruiram a minha masculinidade. Ele enfiava e tirava bem devagar, gemendo forte, e grave, um gemido de homem que me hipnotizava, como o gemido do gozo anterior, na minha boca.
Eu gemia, também, mas estava mole, e meus gemidos saíam afetados, meio femininos, meio afeminados. Lembrava daquela vara na minha boca, do gosto de homem, do gosto de porra, e me excitava ainda mais. Agora estava ali, nu, de quatro, apoiado no sofá dando a bunda pra um cara. Dando a bunda! Não éramos amigos, não estávamos apaixonados, eu não era afetado, afeminado ou feminino de qualquer forma, mas aquele cara folgadão decidiu me comer e estava ali, me comendo, como comeria sem pudor qualquer das menininhas que pagavam pau pra ele. Agora eu entendia, finalmente, o que era um homem, que sabe o que quer, que toma o que quer, que faz o que quer. Ele queria minha boca, queria minha bunda, me queria viadinho pra ele, e me fez. Eu só sentia aquela vara deliciosa entrando, e saindo, e entraaando, e ouvia meus gemidinhos escaparem, e rebolava minha bunda, procurava aquela pica com minha bundinha, me deliciando com o barulho daquela foda que só um homem de verdade sabe dar. A pica ia, e vinha, e ia, e vinha de novo, rápido, e as mãos de Jorge me seguravam firme, pelos quadris, e eu apoiado, apoiada, sei lá, no sofá, delirando, gemendo, rebolando, sem gozar, mas num orgasmo que não tinha mais fim.
Jorge metia, metia fundo, metia rápido. Quando largava meus quadris, me dava um tapa na bunda, estalado, que só me excitava mais ainda, ou então me puxava pelos cabelos (curtos), colava nossos corpos e me xingava, bem no meu ouvido, sem parar de me foder.
Já nem sabia há quanto tempo estava ali, viado, nua, feminina, puta, sendo usada, abusada e estuprada por aquele macho lindo, tesudo e caralhudo, gemendo e me entregando, quando gozei. Foi um orgasmo forte, intenso. Nunca gozei tanto e com taaaanto prazer assim. Rebolava naquela vara feito uma louca. O cara era insaciável. Esfriei, parei de gemer, fiquei preocupado, com remorso, puto, mas ele continuava metendo, me dando tapas, me xingando, e meu frio pós-gozo não tinha espaço, perante à autoridade de macho do Jorge. Ele me puxou pelos cabelos, mais forte dessa fez, e me ordenou. Geme, sua puta! Obedeci e gemi. Eu era dele, não tinha jeito. Rebolei, gemi, e mesmo mole eu sentia que era aquilo que eu queria. Jorge acelerou os movimentos, gemeu mais forte, cravou aquela pica maaaravilhosa em mim e gozou, gozou feito um doido, e desabou sobre mim.
Fiquei ali, de quatro, apoiado no sofá, com um puta macho atolado no meu cu, largado em cima de mim, cheio de remorso e de tesão. Aquilo era uma foda, que foda, a foda. Fui estuprado, dominado, transformado. Entrei naquele apartamento homem, e saí de lá um viadinho.

***

Este conto é fictício, e é parte de uma fantasia minha, mas muitos dos trechos de foda são reais e parte de algumas fodas que eu já tive. Nunca tive uma foda dessas, sou casado e como a minha mulher sim. Tenho 24 anos, 1,70m, 70kg, moro em São Paulo e queria conhecer um cara que me comesse gostoso, como um viadinho gosta de ser comido. Se estiver interessado mande e-mail.

Meu e-mail: oursecretbr@yahoo.com.br
          Delicias de um final de semana na praia        

Olá! Meu nome é Simone e sempre me deliciei lendo contos eróticos. Esse é o primeiro conto que escrevo, uma experiência tão excitante que só de lembrar fico toda molhadinha. Mas antes de tudo deixa eu me apresentar não é? Tenho 37 anos, 1 metro e 75 de altura, seios médios e (ainda) durinhos, bundinha proporcional e empinadinha, cabelos lisos, semi longos e castanhos médio, um pouco queimados do sol e olhos cor negros e modéstia parte, lindos. Bem, tudo aconteceu nas férias de janeiro de 2006. Na época eu estava tendo um relacionamento sério com o meu grande amor até hoje, “S”, um gato, alto, moreno, queimado de sol e super inteligente com ótima formação escolar. A gente tava junto a mais de um ano, mas morando cada qual na sua própria casa e resolvemos tirar um fim de semana para acampar numa praia da periferia. Queríamos um fim de semana só nosso e com muuuito sexo! Tanto eu, como ele queríamos uma transa difrente, num clima diferente dos tradicionais em meu apê e motéis, sempre com muito amor e carinho e acima de tudo prazerosas. Eu estava super excitada e anciosa por este fim de semana, imaginando mil e uma loucuras diferentes que iríamos fazer naquela barraca e resolvi me preparar bem: depilei toda minha bucetinha, deixando ela bem lisinha e separei os meus biquínis mais inspiradores... Na sexta feira bem cedinho eu e meu amor seguimos então de carro rumo a praia, ao nosso recanto do fim de semana. Como já estava cheia de tesão e queria provocar meu gato, caprichei na roupa pra viagem: blusinha branca colada, saia jeans curtinha e um biquíni preto de bolinhas brancas de lacinho.. Foi tiro e queda. Quando me viu ele ficou todo animadinho: “Que delicia Sí. To doido pra chegar logo nessa praia e fazer um amor bem gostoso com você, o fim de semana inteiro”. E como não sou nada boba falei com cara de sapeca: “Porque esperar chegar lá?” e como ainda estávamos em meu apê, coloquei a mão dele na minha bucetinha já ensopada de tanto tesão. Ele ficou louco e sem perder tempo, começou a fuder minha bucetinha com dois dedos bem gostoso durante alguns minutos e parou. “Ôh Sí, não faz isso comigo não, minha delícia, assim eu ficou louco e não vou conseguir dirigir”. “Ta bom gato, por enquanto eu me viro sozinha, com um brinquedinho que depositarei nela até chegarmos lá... mas só se você me prometer que quando chegar na praia vai me fuder TODA, mesmo antes de armarmos a barraca”. “Prometo, minha delícia, vou te fazer gozar como uma putinha”. Nisso descemos, entramos no carro, abaixei um pouco o banco, apoiei a perna direita na lateral da porta e retirei minha calcinha e fiquei me tocando. Me masturbei a viagem toda, “S” foi a loucura, e sempre que dava me ajudava e enfiava os dedinhos com gosto e depois chupava sentindo o meu gosto. Gozei muito com aquela brincadeira na estrada. Chegamos na praia pegando fogo de desejo. Procuramos um lugar mais afastado e tranqüilo e antes de armarmos a barraca buscamos a sombra de uma árvore e estiquei uma canga enorme no chão. “S” tava tão louco que arrancou minha blusa ali mesmo na praia e começou a chupar meus peitinhos. Ele lambia e mordia gostoso, parecia uma criança faminta. Puxei ele e pedi pra se deitar, fiquei de quatro com a bundinha bem perto do rosto dele e fui tirando a saía devagarzinho enquanto rebolava. Ele me puxou com força pelo cabelo e falou sussurrando no meu ouvido. “Rebola essa buceta na minha cara, minha putinha, quero te chupar bem gostoso, te fazer gozar com minha língua, minha gostosa, vem cá, vem minha delícia”. Aquilo me deixou doida. Comecei a rebolar devagarzinho minha buceta no rosto dele e na primeira lambida que ele deu no meu grelhinho me arrepiei toda e gemi baixinho. ”S” me chupava deliciosamente, ora brincando com meu grelhinho, ora enfiando aquela língua quente e grossa no meu cuzinho apertadinho e na minha bucetinha que já pingava de tanto tesão. Eu gemia baixinho e me contorcia toda, enquanto ele dava uns tapinhas na minha bunda quando eu rebolava. Ai como gozei naquela boca, me arrepiava toda de tesão. Aquela chupada tava uma delícia mas também queria fuder o pau dele com minha boquinha. Sai devagarzinho de cima dele deixando-o com cara de cachorro pidão e todo melado do meu gozo “Ei ei.. vai pra onde minha putinha, volta aqui”. Ai peguei um dedo dele e comecei a lamber com cara de safada. “Calma gostoso. Deixa eu brincar um pouquinho também”. Ele logo sacou o que eu queria e foi abrindo a bermuda que tava quase estourando. O pau dele era e certamente continua sendo lindo. Tem 18 ou 19 cms, rzoavelmente grosso e com uma cabecinha rosada e perfeita, que dava água na boca so de olhar. Comecei a lamber aquela cabecinha com gosto, passava a língua devagar e batia a rola na minha boca. Ele gemia gostoso, puxava meu cabelo, e implorava pra eu não parar de chupar. Chupei aquela rola grossa toda que pulsava de tesão na minha boca. Fiquei um tempão chupando o pau dele com muito gosto, mas minha buceta pedia uma rola, precisava sentir o caralho dele bombando dentro de mim. Foi ai que me acocorei em cima dele e comecei a brincar com a cabecinha do pau dele na entrada da minha buceta encharcada. Ele se tremia de tesão e tentava socar o pau na minha buceta mas eu não deixava.. ficava so enfiando a cabecinha e tirando. Gemia gostoso e ele implorava pra eu fuder logo de uma vez. “Quer minha bucetinha quer, meu gato gostoso?”, “Quero essa bucetinha toda meu amor, me fode logo vai.. isso já é tortura, to estourando de tesão aqui”. Sentei de uma vez naquele pau gostoso.. fiquei um tempo rebolando devagarzinho com aquele pau todo dentro de mim e me levantei. “S” enlouqueceu na hora. Tentou me puxar de volta, mas ignorei. Arrumei meu biquíni e fui em direção a barraca. Ele veio atrás, meio artodoado ainda: “o que você ta fazendo minha gata? Volte aqui!”. “Quero tomar um banho de mar antes de armarmos a barraca. Ainda é cedo, vem comigo”. Ele ainda de pau na mão, levantou-se, deu um sorriso, levantou a sunga, segurou minha mão e a gente entrou no mar. A maré tava baixa e o mar tava calmo sem muitas ondas. Ele então me abraçou bem forte, apertando o meu corpo contra o dele e beijou meu pescoço e minha orelha me arrepiando toda. Daí comecei a sentir a mão dele tocando a minha perna e subindo até a minha bucetinha. Ele me tocou um pouco por cima do biquíni e depois foi desamarrou o lacinho. Fiquei louca com aquilo. Ele começou a me tocar e a brincar gostoso com meu grelinho, fazendo-me gemer baixinho no seu ouvido. Eu tava completamente entregue, sentindo um tesão que me queimava por dentro. Não tava agüentando mais, precisava sentir aquele pau me fudendo e falei baixinho no ouvido dele: “fode minha bucetinha, meu amor.. me fode todinha vai.. tou derrentendo de tanto tesão”. Ele carinhosamente me beijou deliciosamente, afastou sua sunga pro lado deixando o cacete livre, então eu abracei ele com as pernas e ele começou a meter devagarzinho.. Como aquilo era gostoso. Eu rebolava devagarzinho enquanto ele metia na minha bucetinha molhada e enfiava o dedo bem gostoso no meu cuzinho. Gozei como nunca. Me arrepiava toda a cada bombada que ele dava na minha bucetinha. “S” gemia gostoso no meu ouvido, puxava meu cabelo, lambia meu pescoço.. e gozou muito na minha bucetinha. Ficamos ali no mar, abraçados.. se tocando e sentindo o nosso tesão se misturando com a água do mar. E esse foi só o começo do nosso fim de semana, que foi recheado de aventuras e muito, mas muito sexo e prazer dentro da nossa barraca, minha boca, meinha buça e meu cuzinho que o diga.
Sí – A. dos Reis - RJ
          Sexo no Trabalho        

O que vou contar pra vocês é verdadeiro e não faz muito tempo ocorreu há dois anos. Vou tentar resumir para não ficar tão cansativo espero que gostem e gozem rsrsr. Na época eu Trabalha-va em um local praticamente sozinho e quando menos espera-va, entra pela porta da frente nada mais e nada menos que a minha gostosa amiga . Não era a primeira vez que ela me visitava naquele local, portanto, ela sabia muito bem o que a esperava. Por estar um dia muito frio e chuvoso, ela usava naquele momento um casaco (sobretudo) preto cujo comprimento chegava até ao meio de suas canelas, que já¡ encontravam-se cobertas pelo cano longo de suas botas. Levantei-me o mais depressa possível e fui ao seu encontro onde nos beijamos avidamente. Convidei-a para que se sentasse, no qual ela prontamente aceitou e foi tirando o seu casaco para coloca-lo no encosto da cadeira. Encontrava-se por baixo do casaco em um deslumbre total: A blusa de cor branca, quase que transparente, mostrava os seus volumosos seios por inteiro, pois estavam sem o soutien. Não permanecemos por muito tempo ali sentados, pois, apenas com um olhar, levantamos-nos e fomos direto para os fundos, onde tenho um pequeno deposito de mercadorias. A sala e este deposito são separados por um biombo, o qual, deixa condições de ver se entra alguém pela frente. Em tão, nos abraçamos e nos beijamos loucamente, com as nossas mãos percorrendo todo o nosso corpo. Uma das minhas mãos passeava por baixo da saia, pela sua bundinha e pela bucetinha e a outra pelos seus peitos, enquanto que, ela alisava o meu cacete por cima da calça. . Abaixei a minha calça e a minha cueca até os joelhos, deixando o meu cacete para que ela de cócoras o abocanhasse e fizesse uma gostosa chupeta. Após se deliciar com ele todo em sua boca e sentir que estava em ponto de bala, levantou-se e veio me beijar novamente. Apenas levantei aquela saia e abaixei a sua calcinha o suficiente para que o meu cacete se encaixasse entre o vão de suas pernas. Com a cabeça passeando pela portinha da buceta e massa-geando o seu grilinho, sentia o quanto aquela bucetinha estava ficando encharcada. O meu cacete deslizava naquele li quido viscoso e quente, pressionado pelo elástico da calcinha e pelos grandes lábios, e eu apenas não deixava que ele a penetrasse, enquanto que, tanto eu como ela tínhamos as nossas respirações ofegantes e continuada-mente gemi amos nos ouvidos um do outro. Senti que ela estava gozando pois, deu um longo suspiro e contraiu seu corpo todo. Não resistindo daquele orgasmo que dela desprendia, também não conseguia me segurar mais. Enchi a portinha da sua bucetinha e os fundos da sua calcinha de porra. Foi uma verdadeira gozada nas coxas srsr, que por algumas vezes vale muito e pena mais gostoso do que uma foda mal dada. Fomos ao banheiro, providenciamos uma rápida limpeza e retornamos a sala novamente. Sentei na minha mesa e ela sentou-se do outro lado, defronte a mim. Ficamos conversando sobre varios assuntos por um bom tempo, até que de repente, por debaixo da mesa, sinto o bico de sua bota percorrer pela minha perna, subindo e descendo. Olhei para dentro de seus olhos e ela simplesmente disse-me : sabe o que eu vim fazer aqui? Vim aqui com o propósito de dar o meu cuzinho para você. A ultima vez que eu dei ele, foi para você mesmo naquele Motel. O meu marido não gosta e diz que o cú não foi feito para isso rsrsr, portanto, como eu estava morrendo de saudades de senti-lo novamente dentro de mim e com muita tesão, a não ser que você não queira, não saio daqui sem que você me coma o cuzinho e goze dentro dele.” – Que susto.!!!. Na cara e na lata.!!! Levantei-me imediatamente da cadeira já com cacete duro pela situação criada, peguei-a pelas suas mãos e retornamos ao deposito dos fundos, espalhei umas duas caixas de mercadorias que davam a altura suficiente para encaixar o meu cacete em seu buraquinho, e para mais uma surpresa, ela dirigiu-se a mim com um tubo de KY em suas mãos. Disse-me que já havia planejado tudo antes de sair de casa e assim poderia sentir ele deslizando até o fundo sem sentir dores. Abracei-a e beijei aqueles lábios que ferviam de tesão. Foi logo abaixando e tirando o meu cacete para fazer outra gostosa chupeta. Apóss chupar com vontade, levantou-se e foi virando de costas, encostando aquela deliciosa bundinha no meu cacete. Levantei um pouquinho a sua saia e coloquei-o entre as suas nádegas. Continuei abrasando-a por detrás, mordiscando a sua nuca, até que implorou-me para colocar no seu cuzinho. Pedi que ficasse de joelhos sobre as caixas, levantei o resto de sua saia e fiquei com aquela deslumbrante bundinha toda a minha disposição. Abaixei-me e fui beijando as suas nádegas até encontrar o reguinho que me levaria ao local da loucura. Procurava deixar a li ngua bem em riste e com a sua pontinha, penetrava-a levando-a ao delirio total. Com as pontas dos dedos, massa-geava o seu grelinho durinho de tesão, até que novamente pediu-me para fode-la. Coloquei um pouco do gel em sua entradinha e com o dedo empurrei todo o KY para dentro daquele buraquinho, que piscava sem parar. Aproveitei também para lubrificar a cabeçe do meu cacete que encontrava-se em ponto de estourar. Logo que sentiu a pontinha do cacete encostando na sua entrada, forsou de uma vez e gemeu alto quando a cabeça passou pelo seu anelzinho. Com tudo lubrificado, não houve resistência para que sentisse as bolas do meu saco bater em sua bucetinha. Estava todinho enterrado naquele guloso cuzinho. Ela por si só começou a fazer o vai e vem e pedia freneticamente que a fodesse com toda força que eu tinha. Cheguei a em me preocupar com alguém que pudesse chegar a qualquer momento no local e ouvir todo o escândalo que ela fazia. Imagine se alguém entra e me pega com o cacete todo enterrado em seu cúzão gostosoº. Iri a ficar numa situação difi cil. Mas continuemos com a minha gostosa e inesqueci vel foda. Parecia que o seu anelzinho estava pegando fogo de tão quente e gostoso. Fazendo uma siririca com um dedo e outro enterrado dentro da sua bucetinha, ela anunciou que vinha vindo o seu gozo. Sentia o seu corpo estremecer todo enquanto o seu cuzinho latejava, piscarva gozava de tesão , meu pinho (18cm)estava todo enterrado na quele RABO delcioso,. num movimento mais lento e cadenciado após ter gozado, pediu-me que enchesse o seu cú de porra, porque ela iria guardar dentro dele e só iria desfazer dela quando estivesse já em sua casa. não aguentei mais e gozei como se estivesse gozando pela primeira vez, devido a quantidade de porra que despejava naquele delicioso frasquinho. Tirei o cacete bem devagar e ela rapidamente colocou a sua calcinha ainda com a porra toda dentro do seu cú, despediu-se com um beijo e foi embora. Mais tarde me ligou dizendo que guardou toda a minha porra ao chegar em casa, para que ela ficasse impregnada na sua calcinha e como já havia tomado seu banho, agora descansava deitada no sofá da sala cheirando a sua calcinha e sentindo o cheiro de porra de alguém que sabia fazer ela chegar as nuvens. Depois dessa, faz um bom tempo que estamos sem nos encontrar, por isso, ainda sinto saudades daquelas visitas. Quero conhecer uma mulher de preferencia casada, safadinha somente para bons momentos ,( Tenho o desejo de desflorar um cuzinho virgem claro feminino) sou de SP Capital . algomaissp@yahoo.com.br
          Ninfeta estuprada pelo cão        

Oi eu vou lhes contar algo que eu aconteceu comigo. Eu tinha uma vizinha muito sapeca seu nome era Andreza e tinha seus quase quinze anos. Ela era muito curiosa querendo saber de tudo principalmente sexo mas vivia muito presa por seus pais. Ela tinha um corpo muito bem feito, seios bem modelados, morena clara, cabelos cacheado, bonita mesmo, mas vamos ao que interesa, um belo dia eu estava sozinho em casa nao tinha nada para fazer e fui até os fundo do quintal pegar minha bicicleta para dar umas voltas e escuto ruidos estranhos e resolvo olhar no buraco que tinha no muro e vejo a cena mais exitante da minha vida minha vizinha estava sentada no chao de pernas abertas com o seu cao lambendo sua xaninha aquilo me enloqueceu mais eu fiquei firme observando sem fazer barulho , seus pais estavam no trabalho e ela nao havia ido para a escola era de manha ao seu lado tinha revistas provalvelmente de sacangem ela sempre comentava com minha irmã que as tinham, aproveitando que estava só resolveu solta a franga e que franguinha por que apesar da sua pouca idade e corpo bem torneado ainda era uma nifetinha com cara de menininha e quando tirou seu short e a calcinha ficando só com a blusa deu para ver que sua xaninha tinha poucos pelos. Ela era praticamete virgem ou virgem não sabia dizer na época, pois ao abrir as pernas sua xana nao arreganhou como das mulheres que tiveram muitas relações. Ela entao fazia carinho no pluto, esse era o nome do cachorro, um viralata mestiço de grande porte. Ela estava completamente alucinada nao se inportando com nada ao seu redor e em um momento de loucura ficou de quatro e chamou o pluto "vem pluto disse ela" ele entao lambeu mais um pouco sua bucetinha deliciosa. Eu estava louco de tesao só olhando quando o cão pulou em cima dela e começou a estocar o pau na sua bunda, mas como ele era mais alto e nao dava pé, ela entao sem pesar direito nas consequencias subiu de quetro num sofa que tinha ali por perto empinou bem a bunda e o chamou o pluto dinovo. Desta vez o cao subiu nela e acertou em cheio seu cuzinho. Na segunda estocada ele acertou em cheio sua racha toda melada e entro bem a metade do cacete porque ela deu um baita grito e tentou sair, mais ela estava acuada entre o sofa e o cao que era muito pesado. Ele foçava cada vez mais e ela gemia baixinho de dor e desespero, pois nao sabia o que fazer e ficou recebendo aquele pau enorme arrombando sua buceta que soube logo depois que ainda era virgem. O cão continuava metendo nela segurando-a pela cintura até que soutou um urro forte e parou. Tinha gozado e ficou agarrado nela. que chorava e gemia. Depois de algum tempo ele desceu e a porra dele começou a escorrer da bucetinha dela, misturado com sangue. Ela atonita e paralizada continou continuou de quatro no sofa chorando baixinho e sem saber o que fazer. Eu completamente esgotado de pois bati umas duas punhetas vendo aquela cena, resolvi me mostrar a ela, subi na cerca e disse que vi tudo. Ela começou a chorar e eu a tranqüilizei. Pulei pro lado da cerca dela e disse que se deixasse eu meter naquela racha não contaria nada a ninguém. Sem saída ela disse que tudo bem, mas me fez prometer guardar segredo. Eu disse que prometia, mas antes de meter nela, pedi quwe fosse até o banheiro e lavasse bem a buceta, pois estava com muita porra do cachorro e sangue do cabacinho dela que se foi. Ela convidou-me a entrar na casa e foi direta para o banheiro, onde tomou um demorado banho e voltou ao meu encontro enrolada apenas numa toalha. Eu estava sentado na poltrona ainda de cacete duro e quando ela tirou a toalha eu pude ver o mais belo corpo até então visto, agora de outros ângulos. Meu pau saltou pra fora da cueca e ela vendo meu estado, perguntou se antes podia me chupar, pois nunca havia chupado uma rola. Disse que sim, me livrei de uma vez do short e ela ajoelhou-se entre minhas pernas e meteu meu pau na boca, no inicio meio desajeitada, mas depois tomou gosto e chupou meu cacete com muita maestria, parecendo até as putinhas experientes que vez ou outra eu pagava pra me chupar e fuder. Depois de um tempo comecei a ter vontade gozar e pedi que ela ficasse de quatro tal como ficou com o pluto, ela então se ajeitou na poltrona e eu meti minha vara nela bem devagar como ela pedira, afinal tinha acabado de ser descabaçada, pelo cão e eu apenas estava concluindo o serviço. Logo a bucetinha dela ficou molhadinha e eu pude fode-la com vontade, aquela buceta apertadinha. Não tardei muito e sem me preocupar com risco de gravides, acabei inundando aquela racha com minha porra tal como o cão fez. Depois tirei-o e a fiz chupar até a última gota o que ela fez meio que com nojo mas fez. Daí nos vestimos e fomos lá pra poltrona do quintal, onde conversamos sobre tudo que aconteceu e eu mais uma vez prometi a ela que ficaria na minha, mas gostaria de poder vez ou outra quando ela tivesse sozinha, transar com ela. Sem saída ela disse que sim, que poderíamos continuar transando mas em segredo. Assim ficamos por alguns meses até que nos vimos apaixonados e hoje moramos juntos. Ah eu ia esquecendo o cuzinho dela também foi descabaçado, mas por mim na nossa terceira transa. Hoje ela adora levar cacete em todos os buracos, comigo enfiando meu dedo no cuzinho dela enquanto meto na buceta e vez ou outra o pluto faz a festa nela comigo só observando, mas ela já não senti mais a dor que sentia e até gosta de ser enrabada por ele enquanto me chupa.
Gilherme – Porto Real - RJ
          MINHA PRIMA ME INICIOU NO BI        

Tenho apenas vinte anos de idade, mas sou o tipo de garota bem safadinha. Adoro transar, seja com homens, mulheres, casais ou em grupo.O que importa para mim que sou do tipo completinha, é eu gozar muito e fazer o mesmo com o meu parceiro ou parceira. Perdi a minha virgindade quando eu tinha dezesseis anos,foi com um namorado cinco anos mais velho que eu, mas que soube conduzir toda relação com muita cautela e fez-me mulher de uma forma que jamais esqueci, já que foi uma experiência bastante satisfatória e muito prazerosa. Daí pra frente, transávamos quase todos os dias e eu cada vez queria mais e mais, até que passei a pular a cerca e transar com outros homens também, pois minha xana e meu cuzinho, assim como a minha boca, almejava cada vez mais por uma rola grande e grossa preenchendo os espaços. Em suma, tornei-me uma viciada em sexo, mas até então somente com homens. Portanto no dia que eu estava completando dezenove anos, minha prima que já tinha vinte, conversávamos no meu quarto abertamente sobre namorados, transas, etc, foi quando ela perguntou-me se eu já havia transado com mulher. Disse-lhe que não e não sei se gostaria, pois eu adorava sentir um tarugo bem grande me invadindo as entranhas. Ela insistiu no assunto e perguntou-me se eu nem curiosidade sentia pra saber como era. Disse-lhe que curiosidade eu tinha sim, já que amigas minhas do colégio experimentaram e algumas gostaram e confidencie-lhe que um dia quase aconteceu com uma amiga de sala. Minha prima então perguntou, se de repente pintasse uma chance se eu toparia, respondi que talvez, dependendo com quem fosse e antes que eu pudesse falar mais alguma coisa, ela segurou minha cabeça e lascou um beijo em minha boca. A principio fiquei estática, e como não reagir, ela empurrou meu corpo na cama e veio por cima, beijando-me sem parar e acariciando minha nuca. Percebendo que eu ficara meio ofegante, ela começou a apalpar meus seios e bunda e não levou muito tempo para alcançar minha calcinha, que já estava toda molhadinha, tamanho a satisfação que eu sentia. Percebendo meu estado, ela sugeriu que tirássemos nossas roupas, então foi até a porta do meu quarto, trancou-a e deixou cair o vestidinho que usava, ficando só de calcinha. Eu não reagia, mas instintivamente, retirei minha blusa e saia e também fiquei só de calcinha. Ela então se aproximou, segurou minha mão e fez-me acariciá-la, ao mesmo tempo que me acariciava também. Minutos depois estávamos aos beijos novamente e nos tocando mutuamente já totalmente despidas. Deitamos na cama e começamos a roçar nossas xotas, a dela bem peludinha, ao contrário da minha que tinha poucos cabelos. Ficamos ali deitadas nos roçando por um tempo até que ela desceu sua boca, até chegar na minha xotinha que estava completamente melada e começou a me chupar, como poucos homens fizeram. Um tremor tomou conta do meu corpo e entre gemidos e pedidos para que não parasse, gozei fartamente na boca dela. Foi um prazer e tanto e a primeira vez que gozei com alguém me chupando. Vendo a minha satisfação, ela deitou-se e pediu para que eu a chupasse também. Embora fosse minha primeira vez com uma mulher, não hesitei e cai de boca naquela xota peludinha, chupando-a e introduzindo minha língua, até fazê-la gozar na minha boca também. Daí nos abraços e ficamos nos beijando e nos acariciando até que meu telefone tocou e eu levantei para atender. Quando terminei de falar com a amiga que me dava os parabéns, minha prima chamou-me e perguntou o que eu achei do que acabara de acontecer entre nós, eu nada falei, apenas olhei-a nos olhos, aproximei meus lábios dos dela e dei-lhe um beijo apaixonado de língua, que chegou arrepiá-la. Quando parei, ela apenas falou: que bom que gostou e saiba que sempre que quiser é só me chamar. Disse-lhe que iria querer repetir mais vezes sim, e assim continuamos a fazer até os dias de hoje, sendo que além dela, tenho outras amigas que eu iniciei e que já tinham sido iniciadas por outras. Hoje me relaciono bastante com casais, pois adoro sentir uma vara me rasgando o cu enquanto chupo uma buceta. Mas de todas as mulheres que me relaciono ou me relacionei, nenhuma se iguala a minha prima, que a cada relação nossa e linguada dela na minha xana, me faz sentir nas nuvens.
M.F - Itaguaí - RJ
          Uma internauta especial numa bela siririca        

Eu tenho 55 anos, sou casado, mas gosto muito de teclar com as mulheres tanto das salas de bate papo como daquelas que costumam frequentar esse site de contos e que deixam o msn ou adicionam o meu msn.
Ontem algumas adicionaram meu msn, tanto escritoras como leitoras e em especial Aninha, uma morena, 21 anos, e que gosta muito de ler os contos e se excitar. Aninha é de São Paulo e vive com a mãe e um irmão.
Ela me contou que perdeu a virgindade com 17 anos e que não foi uma experiência muito legal e que gostaria de ser bem safadinha mas nunca teve a oportunidade de conhecer alguem que pudesse lhe ensinar tudo inclusive que não costuma se masturbar pois nao acha legal ficar se tocando.
Conversamos durante várias horas, falamos sobre tantas coisas inclusive sexo e ela me falava que estava super excitada como nunca tinha fica ainda e que conforme eu ia falando ela ficava cada vez com a bucetinha mais molhadinha e toda arrepiada.
Mostrei pela camera algumas vezes meu pau e ela adorava mas o ambiente estava meio escuro e ela não conseguia ver nitidamente e então falei que ia fazer ela gozar e ela disse que ia adorar.
Pedia que ela mostrasse os seios na camera mas ela ficou meio timida no inicio e não quis mostrar mas com o tempo ela foi se soltando e pela primeira vez ela fez. Abaixou a blusa que ela usava.. me mostrou o seio com sutiã, pedi para ela mostrar o biquinho.. daí ela foi em frente.. mostrou.. apertou.. mexia com o biquinho do seio e fechava os olhos de tesão..
Daí ela levou a mão na bucetinha.. e colocou o dedo na frente da camera para eu ver como estava a buceta dela.. nossa.. os dedos dela parecida que tinha cola... rsrsrs... de tanta baba que tava saindo da sua buceta.
Continuamos a conversar e como ela ainda estava com um pouco de receio, falei para ela tocar a bucetinha dela por sobre a roupa mesmo.. ela disse que ia fazer.. mas ela enfiou a mao por dentro da calça e começou a se tocar e eu comecei a escrever coisas para ela mais ou menos assim:
Vai aninha, vem ser minha putinha vem... vou chupar sua buceta.. enfiar milha lingua na sua buceta, lamber ela todinha, enfiar minha lingua no seu cu virgem.
Vai aninha.. putinha safada.. goza pra mim vai....
Delicia vc.. essa carinha.. que safadinha...
Isssooo... gostoso.. sente meu cacete entrando e saindo da sua buceta...
Vem ser minha putinha vem..
Vou te fuder todinha...
Assimmm.. isssso.. e por aí a fora.
Ela cada vez mais mordia os lábios, fechava os olhinhos, ia mexendo na sua bucetinha e me falava que estava delicioso.
Continuei a teclar e cada vez mais incentivando a Aninha a gozar gostoso pois ela me falou que nunca tinha tido um orgasmo e que nunca tinha sentido a buceta dela tão molhadinha e piscando como estava.
Perguntou se podia enfiar o dedo nela e eu falei que podia enfiar não um mais dois ou tres quantos ela achasse gostoso e necessário.
Aninha foi acelerando a sua siririca e eu via a carinha dela pela camera cada vez mais ofegante, os olhos se fechavam as vezes porque ela queria ler o que eu escrevia, passava a lingua nos lábios, mordia os lábios até que de repente ela fica quietinha, e goza... goza.. goza... segundo ela como nunca tinha gozado na vida, que adorou a maneira que eu conduzi ela e que ela ia querer sempre que estivesse se sentindo carente.. teclar comigo.
Mulheres e meninas de todas idades que quiserem.. deixem o email ou msn.
Franco – São Paulo - SP
          Familia Perversa que adora sexo        

A história a seguir é veridica e ocorreu comigo a um ano atrás. Minha mãe sempre foi um tesão por onde ela passava todos os homens olhavam. Ela tem 38 anos, quando eu nasci ela estava com 18 anos e meu pai 19. Minha mãe tem 1,63m, 53Kg, peitos de cilicone(eles eram muito pequenos), bunda em pé barriguinha lisinha e coxas grossas, sua boa forma se deve as varias horas de malhação diaria dela. Bom! vamos ao que interesa desde os 14 anos sentia tesão pela minha mãe mas achava que tudo iria ficar somente na imaginação e eu me contentando na punheta. Meu pai é bancario e sempre trabalhou em Vinhedo, cidade vizinha de Jundiaí que é onde nós moramos, por isso sempre chegava tarde. Aqui em casa sempre fomos muito liberais e sempre tomamos banho de porta aberta, nos trocamos um na frente do outro, ficamos conversando com o outro enquanto tomamos banho e assim vai. Então toda vez que minha mãe ia tomar banho eu ia atraz conversar com ela e vê- la nua, e logo em seguida corria pro quarto e batia um punheta deliciosa, e assim se seguiu por muito tempo. Quando estava com 16 anos ela pedia minha opimião sobre a roupa que ia usar para sair com meu pai, ela sempre usava roupas muito sensuais mas nas sextas ela caprixava, colocava calçinha enfiada na bunda, cinta liga e vestidos agarrados, sempre desconfiei que era para ir ao motel com meu pai até que um dia resolvi esperar eles chegarem. Fiquei deitado no sofá, quando foi 5:30 da manhã, eles chegaram e entraram em casa, dando risadas, pasaram pela sala e foram para o quarto deles esperei um pouco e fui atrás. A hora em que cheguei la observei pela fresta da porta e vi os dois deitados nús na cama e conversando, fiquei ali ouvindo a conversa, eles começaram a comentar da noite, minha mãe disse que tinha adorado e meu pai perguntou a ela o que tinha achado de ver ele transando com a loira, na hora assustei mas continuei a escutar e minha disse que tinha adorado e que aquela loira era um tezão, que ela chupava meu pai como uma vadia e depois comentou que o noivo dela tinha uma pica deliciosa que tinha sido a melhor que ela experimentou em toda sua vida, após isso fui para o meu quarto e bati uma punheta. No final de semana fui a praia com uns amigos e voltei na segunda. Quando foi segunda a tarde minha mãe foi para a academia aproveitei que estava sozinho e fui mecher em seu armario, mechendo em suas calcinhas achei um cartão de uma casa de swing de São Paulo e descobri que na verdade eles não ião ao motel de sexta e sim para a casa de swing, fiquei excitado e decidi que ia tentar algo com a minha mãe. Como de costume toda sexta ajudei minha mãe a se produzir mas passei a elogia- la. Mas o que realmente quero contar ocorreu o ano passado. Meu pai foi transferido para Santa Catarina mas não deu para eu e minha mãe irmos juntos então ficamos aqui em Jundiaí. Havia achado o momento para comer minha mãe, toda vez que ela ia tomar banho ia junto, elgiava seu corpo, dizia que ela era muito gata e tudo mais. Ja fazia um mes que meu pai estava no sul, minha mãe ja devia estar sentindo falta de dar então decidi atacar. Fui tomar banho e chamei ela para ir junto ela veio mas queria ficar conversando falei que não que era para ela entrar debaixo da agua comigo, ela tirou sua roupa e entrou, na hora em que ela entrou eu perguntei se ela estava com frio pois os seus bicos estavam duros e ela me respondeu que estava. Estava lavando as costas dela quando meu pau começou a endurecer eu deixei ele ficar duro quando ela se virou ele estava super duro e ela se assustou e perguntou porque ele estava duro eu disse que era porque ela era um tezão. Ela brigou comigo mas eu a puchei para junto de mim e comessei a beijar seu pescoço e passar a mão em seu corpo ela rejeitou mas eu continuei e disse no seu ouvido assim: - sua vadia você adora dar para os outros na casa de swing agora vai ter que dar para mim. Nisso ela cedeu e pegou no meu pau e fez uma chupeta ate eu gozar na sua boca depois disso fomos para cama, eu me deitei ela colocou sua buceta na minha boca e mando eu chupar chupei ate ela chegar ao orgasmo quando chegou sai da minha cara e montou no meu pau e galopou até eu gozar......bom por enquanto é só isso de pois eu conto como foi, quando o meu pai e a minha tia também participou.....
          A primeira vez que mamei num caralho        

Meu nome é Leticia, tenho 16 anos, sou morena , baixinha (1.55 cm de altura), olhos verdes, cabelos compridos e um corpo estilo violão, bem tesudinho. Eu moro no interior de SP, numa fazenda com meus pais. Desde pequena eu sempre fui muito inocente e não maldava as coisas que aconteciam ao meu redor, mas o tempo foi passando e eu comecei a perceber certos fatos... Eu sempre adorei beber um leitinho quente colhido da vaca, certa vez um peão da fazenda me disse que as vaquinhas estavam doentes e que não poderia recolher leite para mim, eu finjir chorar dizendo que queria o meu leitinho, daí o peão chamado Pedro, por sinal um gato, em tom de brincadeira já que somos amigos e eu dava esta liberdade a ele, perguntou se eu conhecia \" leite de tora\" e que se eu quisesse ele me dava leitinho e eu não tanto, mas fingindo inocencia, disse que não sabia o que era \"tora\" e que até então só tomara leite da minha vaquinha. Passei o dia pensando na insinuação do peão, e naquela noite eu dormi decidida a experimentar o tal leite. De manhã como sempre fazia, fui direto para o celeiro e falei com o Pedro que já não aguentava mais ficar sem meu leitinho quentinho e que queria experimentar o tal leite de tora. O Pedro me olhou e perguntou se eu tinha certeza disso. Disse-lhe que sim, que ia adorar provar. Ele então disse que meus pais iriam na capital buscar visitar a minha avó e que assim que eles fossem, eu o procurasse no celeiro que ele me daria o leite de tora e sorriu. Lá pelas 10:30 da manhã meus pais partiram para visitar a minha avó que estava internada, eles queriam me levar, mas eu disse que estava com uma dorzinha de cabeça enjoada e não queria pegar estrada, pois preferia ficar na fazenda, mas no fundo eu tava doida para experimentar o tal leitinho misterioso, que eu imaginava de onde ia sair, afinal eu era virgem e inexperiente, mas não tão inocente como Pedro achava que eu era, afinal já estava concluindo o segundo grau. Assim que meus pais seguiram viajem, fui no meu quarto e troquei de roupa, colocando uma sainha jeans e uma camisetinha sem soutien. Daí fui ao celeiro onde chamei o Pedro que apareceu de prontidão, me chamou para os fundos do celeiro e disse que já voltava. Eu me sentei na palha e fiquei esperando um tempinho imaginando o que ele estava preparando. Quando ele retornou, notei que estava com as calças abertas e falei para ele, que disse saber, pois tinha de estar assim para poder me dar o leitinho. Neste instante não tive mais dúvida de onde eu beberia o leitinho e deixei rolar. Ele então aproximou-se de onde eu estava e quando estava de pé na minha frente onde eu estava sentada, aproximou-se do meu rosto e colocou para fora das calças um enorme e duro cacete que pulsava de tanto tesão. Senti minha xota enxarcar na hora e fingi tentar me esquivar , mas ele segurou no meu braço e disse que eu já era muito grandinha para beber leitinho de vaca e que já era hora de experimentar leitinho de tora e por isso iria me ensinar me a mamar na tora dele. Então aproximou seu rosto do meu e começou a me beijar de mansinho. Eu que já estava excitada, comecei a sentir um arrepio subindo pelas pernas e sentia minha xana molhar cada vez mais. Ele passou a me beijar com vontade e eu cheia de tesão, correspondia, pois embora eu ainda fosse virgem, conversava muito sobre sexo com minhas amigas da escola, sem falar na quedinha que eu sentia pelo Pedro, um gatinho de 20 anos, filho de um casal que a anos trabalham na fazenda. Mesmo inexperiente, aos poucos fui me soltando, ele então tirou minha blusa e começou a acariciar meus peitinhos pequenos e durinhos de tesão, eu comecei a gemer baixinho igual uma gata no cio, ele parou de me beijar e começou a mamar meus peitinhos me chamando de vaquinha safada e tesuda. Eu já estava com as pernas moles e ele colou o corpo no meu, foi quando eu senti aquele caralho duro roçando nas minhas coxas, nisso a minha xoxotinha já estava ensopada de tesão e eu pude sentir molhar a minha calcinha. Percebendo a minha excitação, o Pedro me disse. – Você ainda quer beber leitinho? Como sabia a qual leitinho ele se referia, eu disse que adoraria experimentar. Ele então disse, vem, mama aqui na minha tora, vou te dar leite quentinho. Então me fez ajoelhar e botou aquele caralho imenso na minha boca ( fiquei sabendo depois, 23x6) e me falou para mamar. Mesmo inexperiente e sem jeito, afinal nunca tinha visto ao vivo e muito menos pego num cacete de verdade, segurei aquela tora e coloquei na boca, começando a chupá-la pela cabeçona vermelha que já estava toda melada, chupava devagar, meio que com medo de machucá-lo, mas como sou espertinha fui pegando o jeito e mamava sem parar, engolindo a cabeça daquele caralhão igual uma bola de sorvete. Quanto mais eu mamava, mais alto o Pedro gemia e com mais tesão eu ficava. Eu já estava ficando experiente e agora já mamava sem medo, engolindo aquela tora maravilhosa e lambendo tudo, cabeça, saco, pau, tudo, até que o Pedro disse para eu me preparar que ele iria gozar e me daria o leitinho que eu tanto queria. Ouvindo aquilo, mamei com mais vontade ainda, de repente senti o Pedro começar a tremer e meter todo aquele caralho maravilhoso na minha boca e gozar de forma fenomenal, eu mamei tudinho, cada gotinha daquele leitinho quente e gostoso que ele me dava. Quando ele acabou de gozar, eu já estava empanturrada de tanta porra que mamei. Daí ele me deu um beijo na boca e perguntou se eu havia gostado do leitinho de tora, e eu mais que satisfeita disse que sim, embora fosse um pouquinho amargo, então ele virou pra mim e disse que se eu permitisse, agora era ele quem queria mamar meu leitinho. Sabendo a pretensão dele, disse que sim e nisso ele já foi me deitando na palha, retirando minha calcinha e após arreganhar minhas pernas, caiu de boca na minha xoxotinha toda melada, chupando o meu grelinho, passando a lingua em volta e metendo um dedo na entradinha da minha grutinha, nessa hora eu já estava gemendo alto como uma verdadeira putinha safada e apenas pedi para que tomasse cuidado e não focasse a entrada, pois eu eravirgem e queria continuar assim. Ele mesmo respeitando meu pedido, enterrou a lingua na minha xoxota e sugava os lábios dela e meu grelinho, fazendo o meu tesão aumentar cada vez mais até que não agüentei mais e tive o meu primeiro orgasmo. Foi uma delícia a sensação, quando eu gozei foi demais e o Pedro mamou todo o meu melzinho...depois de algum tempo nos vestimos, mas antes de eu ir para casa, o fiz prometer que me daria "leitinho de tora" novamente, sempre que eu quisesse. Ele disse que era só chamá-lo. Foi assim que eu comecei a gostar de mamar num caralho e desse dia em diante continuo tomando leite de vaca, mas adoro mesmo beber é o leitinho de tora, que é mais saudável, hoje não só o do Pedro, pois já experimentei o de alguns amiguinhos da escola. Ah querem saber se ainda sou virgem, sou sim na minha xota pois o selinho do meu cuzinho, o Pedro já mandou pro espaço. Depois eu conto como foi. Esse é o primeiro relato que eu mando, espero que vocês tenham gostado. Quem quiser uma deliciosa mamada ou trocar experiencias deixe comentário com o email ou telefone.
Beijinhos para todos
Letícia – São Paulo - SP
          Trepei com a minha vizinha que estava bêbada        

Era um sábado à noite em Salvador, tava curtindo uma garrafa de vinho barato na varanda de minha casa vazia...2 horas e 2 garrafas de vinho depois, isso já pelas 03:30 da madrugada, eu vejo surgir no final da rua uma silhueta feminina rebolando sensualmente com uma bolsa na mão...cabelos soltos na altura dos ombros, negros como a noite que a envolvia, usava uma micro-saia de couro marron, e uma blusa com cadarso na frente como se fosse um corpete daqueles dos tempos da vovó que teimavam em sufocar um par de seios loucos pra pular pra fora, porém não escondia uma barriga perfeita com pelinhos que segundo minha imaginação desciam até onde mora o tezão.
A medida que ela se aproximava, eu ia notando mais detalhes, pele morena, coxas grossas, alta, 1,75m no mínimo, quadris largos o que denunciavam uma bunda empinada e nada pequena. Percebi lindos olhos verdes, e pra minha surpresa eu conhecia aquela escultura viva!! Era minha doce e casada vizinha! No dia anterior eu escutei de casa a briga dela com seu marido que culminou com a saída dele de casa, mas o que teria acontecido de tão grave pra que aquela mulher tão respeitável estivesse literalmente vestida como uma prostituta, e cheirando a álcool como naquele momento?
Bom, isso ela mesmo me respondeu com uma voz balbuciante de quem já havia tomado umas 8 doses de wisky:
- Marcos, aquele desgraçado disse pra mim que eu não desperto interesse nos homens... ao que respondi:
- Isso passa, foi só uma briga de casal...
- só uma briga? Então vc vai querer me convencer que isso é motivo pra que ele me deixe sem sexo por 3 meses ?
Quando houvi isso, meu sangue gelou... aquilo soou nos meus ouvidos como um convite pra uma noite de sexo, já reparava aquela minha vizinha a algum tempo, mas nunca havia visto ela usando roupas tão reveladoras, nesse momento ela já estava dentro da varanda da minha casa, de frente pra mim, encostada com um pé na parede, eu tava sentado na escada e aquela posição dela revelava suas coxas com pelos loirinhos, e de tão pequenina a saia quase me dava uma visão de sua calcinha, nesse momento,meu pau estava duro e podia sentir minha cueca começando a se melar...
A partir daí pensei: porque não tirar proveito daquela situação, uma vez que ela se mostrava louca pra extravazar o tesão que a enchia e eu pra realizar meu grande fetiche por mulheres casadas, e de quebra, me vingar da minha namorada que havia brigado comigo sem um bom motivo.
Resolvi pôr meu plano em prática... fiz com que ela se acomodasse ao meu lado na escada e ofereci vinho pra ela, bêbada como ela estava, foi fácil deixa-la bem a vontade e passou a se abrir, rir e contar mais da sua vida... tratei de dirigir logo o papo pro lado do sexo e ela deixou claro que desde que casou, vivia de papai-e-mamãe com seu marido, mais surpreso ainda fiquei quando ela me confidenciou que seu marido a chamou de puta quando ela tentou fazer sexo oral nele, e que daquele dia em diante ela não sabia o que era o gosto de uma pica na boca, e tava muito infeliz, pq ela adorava sexo e sexo oral pra ela é o que mais a excita!! Fiquei louco com aquilo tudo, já que adoro sexo oral tanto quanto ela, tratei de deixa-la a par disso... ela rindo muito, me olhou de cima a baixo e me falou com a voz mais sensual que já ouvi: - isso é um convite?, já não agüentando mais aquela situação respondi: -não, isso é uma ordem!
Então ela me olhou fundo nos olhos, largou o copo que segurava e passou a acariciar e apertar meu pau por cima da bermuda, fechei os olhos e respirei fundo, enquanto ela falava que queria me ver todo nu pra saber o quanto eu era gostoso (palavras dela... efeito do álcool hehehe!)
Levantei e tirei a camisa, sou moreno claro, tenho 1,83m de altura, peso 82kg, tenho cabelos e olhos castanhos, frequento academia, por isso tenho um corpo forte, tenho 26 anos e ela me revelou que tava fazendo 29 naquela noite, meu pau mede uns 18cm, eu acho, nada descomunal como os de alguns contos que li nesse site, mas é bem grosso, minha namorada vive reclamando disso!
Sugeri que fossemos pra dentro de casa e ela aceitou entrando na frente... tranquei a casa, me certificando que ninguém havia nos visto entrar, ela sentou no sofá, e me puxou pra ficar em pé de frente pra ela... abriu minha bermuda, abaixou até o pé, e ficou apertando meu pau e falando coisas que só ela entendia... meu tezão era tamanho que a cabeça do meu pau tava saindo da cueca por cima, ela ficou passando o polegar na abertura e espalhando o melado que escorria dele, e perguntou com voz de menina dengosa: - Marcos, deixa eu matar meu desejo? Quero muito esse pau na minha boca!! Não respondi, apenas segurei sua cabeça e tentei meter em sua boca, ela não deixou, primeiro tirou minha cueca, me deixando todo nu, surgiu um pau duro e melado na frente dela, ficando a poucos centímetros dos seu rosto, em seguida ela passou a lamber minhas coxas de baixo pra cima metendo a lingua entre minhas verilhas até que colocou minhas bolas na boca... nossa!! Que delícia!! O calor daquela boquinha pequena e molhada engolindo meu saco quase me fez gozar, meu pau pulsava e meus quadris faziam movimentos inconscientes de vai-e-vem como se já fudesse sua buceta. Ficou assim um bom tempo, e depois seguiu lambendo do saco até a cabecinha, engolindo por completo, chupou, chupou, chupou e tirou da boca deixando um fio de baba da ponta de sua língua até a cabeça do pau, e falando que tava louca de saudades daquele gostinho segundo ela: (gosto de macho) que a enlouquecia nos seus sonhos eróticos. Segurei sua cabeça e passei a bombar e fuder sua boca feito louco, ela segurou o pau com uma mão e sugar com muita força! Me sentia metendo numa buceta virgem tamanha era a pressão q meu apu sofria daquela boca gulosa... 2 minutos nesse movimento e um jato de porra grossa enchia sua boca, eu tava gozando! Meus olhos reviraram, minhas pernas enrrigeceram, tentei tirar meu pau de dentro pra gozar o que faltava no seu rosto, mas pra minha surpresa, ela fez algo que nenhuma outra mulher fez antes: ela engoliu meu pau até o talo fez ele sumir todinho dentro da boca encostando os lábios nos meus pelos pubianos, sentia a cabeça do pau descer e encostar na sua garganta, segurou minha bunda com as duas mãos não permitindo tirar meu pau de dentro de sua boca!! Sinceramente, eu nunca gozei como naquele momento e talvez jamais volte a gozar de novo!! Cheguei a gritar de tanto tesão, e meus movimentos de estocadas fortes foram diminuindo, diminuindo, e quando parei, ela foi tirando o pau de dentro da boca e lambendo como se quisesse prosseguir uma nova chupada, caí deitado no sofá com as pernas duras quase dando câimbras, e ela rindo me disse: - Você acha que depois de tanto desejar um pau na boca, eu perderia um leitinho tão gostoso? Gargalhou, bêbada, e me pediu cerveja, prontamente trouxe as cervejas e depois de uns 25minutos já tínhamos tomado quatro latas cada um e eu fui ao banheiro, quando voltei ela tava dormindo deitada no sofá, sua saia havia subido revelando um volume enorme embaixo da bela calcinha rendada, dourada e de lacinho que ela usava , meu pau voltou a ficar duro, me aproximei e aquele cheiro de cerveja que exala dela me deixou muito mais louco, passei a acariciar sua xota por cima da calcinha e vi que aquele volume todo era de uma buceta carnuda de pelos ralos, lisinhos e bem aparados, com lábios grandes e pela calcinha encharcada pude comprovar o tezao q ela sentiu quando me chupava... me coloquei sobre ela e passei a desamarrar o cadarso de sua blusa, até ver surgir um belo par de seios com marcas de biquine branquinhas contrastando com sua pele morena , os bicos eram lindos e tavam durinhos como facas afiadas, não resisti e resolvi chupar ! chupei, chupei, chupei muito, e vi os bicos duros cada vez mais duros... livrei seu corpo totalmente da blusa e desci chupando tudo no caminha da xotinha até chegar no umbigo, me concentrei ali, metendo a língua e fazendo movimentos circulares, esperando q ela acordasse e compartilhasse do tezao que era só meu! Mas o único sinal de vida que ela me mandava eram arrepios pelo corpo...
Resolvi descer até a xaninha alagada dela, levantei mais sua saia e passei a morder e lamber sua buceta por cima da calcinha, aquele cheirinho de buceta melada me enloquece, puxei a calcinha de lado e um fio de baba da buceta foi junto com a calcinha... louco de tesão, caí de boca e chupei e lambi o quanto pude... pentrava minha língua fundo na xota e sentia as contrações na minha língua, e o gosto delicioso daquela bucetinha apertadinha... chupava os lábios da buceta com força e sentia o clitóris enrrigecer-se na minha boca, nesse momento o corpo dela se contorcia e ela erguia os quadris como se quisesse ser penetrada pela língua... com o pau já muito duro , resolvi ir mais mundo naquela delicia que tava babando de tesão!, dormindo como estava, aquele mulherão tava muito pesado... me ajeitei no sofá, pus suas pernas nos meus ombros e vi meu pau se enterrando e sumindo naquela buceta ... o barulho de melado que fazia me deixava pirado, tava adorando fuder aquela mulher maravilhosa enquanto ela dormia!! Dava um ar de estupro, já não queria que ela acordasse, passei a bombar com grande velocidade, como um cachorro quando trepa numa cadela... o suor escorria, seus seios balançavam, o barulhinho de melado, eu chegava a tirar e botar o pau inteirinho dentro dela, metia com muita vontade e até com uma certa violência... aí ouvi ela sussurrar baixinho: - to gozandoooooo! Vi seu corpo se arrepiar e sua buceta contrair com força meu pau, o tesão era imenso pra eu parar naquele momento! GOZEI!!! Gozei muito, e com muita força!! Gozei vendo ela morder os lábios e chupar a propria língua!! Gozei em espasmos fortes, longos, gozei tudo dentro dela!! Bem no fundo daquela xota! Meus quadris prosseguiam bombando inconscientes depois de tanto gozo, a cebeça da pica doía... eu caí sobre ela exausto e molhado de suor, sentir seus braços me enlaçando e seus bicos dos peitos ainda duros contra os meus...
Adormecemos assim...No domingo pela manhã fui despertado por ela (Ana) repetindo a chupada que ela havia feito horas atrás. Aí tive a certeza que apesar de ela estar bêbada, estava muito consciente do que fizera!!
Desejei pra ela um bom dia, mas ela me interrompeu dizendo: - cala a boca! , o único som que quero ouvir de sua boca são seus gemidos!! Nossa ! que tesão me bateu!! Dessa vez eu não me deixou gozar!! Tirou o resto da roupa, e ficou ajoelhada no sofá com o rosto pra parede e a bunda bem empinada, e me puxou pra me posicionar atrás dela, quando tava posicionando pra enterrar de novo naquela xota, pra minha surpresa, ela pegou meu pau começou a pincelar o buraquinho do cu! Imaginei: ora!! Se o marido não deixava ela nem chupar um pau, seguramente aquele cuzinho nunca tinha vista uma pica!
Voltei com força a enterrar na xota, fazendo ela e conseqüentemente me melar junto, baixei e chupei com tesão aquele cuzinho, tentava penetra-lo com a língua, mas era muito apertado pra isso... levantei e atendi seus pedidos pra que eu fizesse dela mulher. Comecei a forçar mas a cabeça grande do meu pau dificultava, aí falei pra ela parar de tentar sugar meu pau com o cu e fazer o contrario, tentar expelir!! Ai sim senti a cabeça enterrando dilatando aquele cu... o corpo dela tremia e ela me xingava de desgraçado e que eu tava rasgando ela em duas bandas...
Mas finalmente e pau entro até a metade e comecei a movimentar num vai e vem e cada vez mais lubrificado, a dor que ela e que também eu sentíamos passou a ser prazer, só prazer!! Segurei seus peitinhos e passei a bombar com força e rapidez e ela pedindo pra q eu gozasse q ela não tava agüentando de dor!! Via sangue no meu pau e resolvi parar!! Ela se voltou pra mim e disse:
- se vc parar agora eu mato vc!! Me fode porra!! Rasga meu cuzinhooooooo!!!
Ouvindo isso, eu enterrei o Maximo que pude e comecei a gozar com estocadas fortes, gozei muito!! Ficamos grudados como cachorros depois da trepada..., algum tempo depois fui tirando o pau de dentro e vi escorrer porra e sangue entre suas pernas... eu sentei no sofá e ela entre minhas pernas... ficamos abraçados um tempo... com versamos um pouco e depois fomos tomar banho...
Depois que ela se vestiu, veio até mim pra se despedir e só aí ela veio e me beijou!!
Saiu em seguida, a rua tava deserta, fiquei na varanda olhando ela entrar em casa, e nesse momento percebi feliz da vida que não havia sido só mais uma trepada, eu havia ganho uma amante!!
Espero que gostem e mandem suas opiniões!
J.P – Salvador - BA
          A primeira vez é sempre a a mais dificil, mas quando vem por acaso        

Olá... meu nome é Cláudio, sou moreno, tenho 30 anos, 1,80 de altura e cabelos pretos, vou lhes contar o que aconteceu comigo a alguns meses. Eu e minha esposa (Simone, que tem 28 anos, é loira,1,70 de altura, seios lindos e uma bunda de dar inveja a qualquer um) sempre tivemos vontade de transar com outro casal mas nunca tivemos coragem, pois achávamos que seria difícil achar outro casal ou coisa assim, mas sempre quando íamos transar comentávamos sobre o assunto, mas sempre ficava só nisso . Um certo dia um casal amigo nosso nos convidou para um final de semana na praia em seu apartamento fomos para lá sem intenção alguma, chegando encontramos Sidnei e Cíntia, deixamos nossas coisas no apartamento e fomos para a praia para um dia maravilhoso com muito sol muita praia e tudo mais de bom, no final da tarde fomos para o apartamento onde jantamos e ficamos tomando uma cervejinha e assistindo a um filme, para minha alegria o filme era meio picante deixando os quatro exitados, acabando o filme resolvemos jogar um baralho mas como já tínhamos bebido bastante dei a idéia de fazer um jogo de homens contra mulheres quem perdesse teria que pagar algum castigo que, seria tirar uma peça de roupa, e para minha alegria todos gostaram da idéia e começamos a primeira rodada eu e Sidnei perdemos e tivemos que tirar a camisa na segunda elas perderam e tiveram que fazer o mesmo, mas Simone estava sem sutiã e pois para fora os seus lindos peitos e nisso Sidnei falou para Cíntia que também tirasse pois não seria justo, Cintia uma morena de dar água na boca, tinha seios lindos e maiores que Simone, mas perdia no quesito bunda e a brincadeira continuou e fomos tirando todas as peças de roupa delas uma por uma ate que as deixamos totalmente nuas. Para sacaniar um pouco pois já estávamos de pau duro nos dois também perdemos algumas ate que chegou a hora de tirar as cuecas, nisso Sidnei baixou a dele e pude conferir que ele tinha um pinto imenso e também reparei que Simone ficou impressionada com o tamanho, como não tínhamos nada para tirar mais continuamos a jogar mas quem perdesse teria que fazer algo, enquanto isso eu não conseguia tirar da cabeça os quatro transando e comecei a reparar que os quatro estavam com a mesma idéia mas ninguém falava nada, e Sidnei num tirava os olhos de Simone que ainda retribuía com um sorriso e para falar a verdade eu também não conseguia tirar os olhos de Cíntia, quando elas perderam a próxima jogada fizemos uma brincadeira os quatro teriam que ficar vendados e fariamos um embaralhamento para que cada uma pudesse encontrar o seu par como elas perderam elas teriam que nos fazer uma massagem exitante em nos , então colocamos as vendas e começamos a brincadeira, senti uma mão deliciosa me abraçando e começando a fazer caricias em mim fiquei todo exitado pensando que poderia ser a Cíntia e que seria a minha primeira suruba mas de sacanagem puxei um pouco minha venda para cima e vi que era minha esposa que estava me acariciando e também percebi que as duas estavam sem as vendas, mas quando fui tentar falar algo vi a Cíntia chamando a Simone para trocar de lugar e elas trocaram agora sim era a Cintia que me fazia uma massagem pelo corpo todo, ela começou a beijar meu ouvido e foi descendo pelo pescoço passando por cada centímetro de meu corpo ate chegar no meu pau e começar a fazer um boquete maravilhoso olhei de lado e Simone fazia a mesma coisa com Sidinei, via que ela estava se maravilhando com o pinto gigantesco dele , comecei a puxar a Cíntia para cima para que eu pudesse chupar aquela mulher deliciosa comecei a chupar e acariciar todo o corpo dela ate chegar a sua linda bucetinha que estava todo depilada e comecei a chupala de todas as formas que eu pudia imaginar, olhei para Simone e ela estava em um 69 delicioso nesta hora tirei minha venda e pedi que Simone tirasse a do Sidnei e peguei a Cíntia e comecei a enfiar o meu pau intero nela que buceta maravilhosa só dei uma paradinha para ver a cara de alegria de minha esposa na hora que Sidnei começou a enfiar o seu pau gigante na buceta dela senti ela puxar ele para que ele enfiasse o pau inteiro nela fiquei mas exitado ainda e comecei a foder com força a Cíntia que pedia cada vez mais ate que demos uma super gozada, logo que gozei Cíntia me pos deitado novamente e começou a me chupar para que meu pau subisse novamente, enquanto estava sendo chupado pude ver Simone gozar umas duas vezes ate que Sidnei tirou o pau para fora e pediu que minha esposa chupasse o pau dele ate ele gozar na sua boca e ela num perdeu nem uma gota de porra, fiquei ate com inveja pois ela nunca tinha feito isso comigo, como eu já tinha ficado de pau duro comecei a alisar a bunda de Cíntia que sentiu minha intenção e alem deu estar doido para comer a bunda dela queria ver a Simone agüentar aquele pau imenso no rabinho, peguei a Cíntia e coloquei ela de quatro e comecei a passar o pau na sua buceta só para ir lubrificando o pau quando ele estava bem lubrificado comecei a colocar o meu pau naquela bundinha maravilhosa fui colocando bem devagar, e senti que aquele cuzinho num podia ter levado um pau tão grande como o do marido dela (mais tarde descobri que ela nunca tinha dado o rabinho para Sidnei pois ela tinha medo que a machucasse, mas a Simone adorou ser enrabado por ele) fui colocando bem devagar ate o meio, ai peguei ela segurei bem de dei uma socada de uma só vez para enterrar todo o resto do meu pau Cíntia soltou um gritinho mas adorou e começou a rebolar num demorou muito gozei naquele rabinho delicioso e vi que Sidnei e Simone assintiam a sena exitados e perguntei se eles não iriam brincar também do mesmo jeito Sidnei falou que estava com vontade mas tinha medo de machucar o rabinho de Simone, mas Simone falou que gostaria de tentar então eu e Cíntia fomos dar uma força enquanto Cíntia chupava o pau de Sidnei para lubrificar eu passava a língua no rabinho da Simone para deixa-la com mais tesão e também lubrificada, Cíntia me puxou e mirou o pinto do seu marido no rabinho de minha esposa que começou a colocar bem devagar mas num entrava, Cíntia foi correndo ate o quarto e veio com um lubrificante que ela passou no pau todo dele e também na bundinha de Simone, ai ele começou a enfiar novamente e começou a entrar Simone dava gritinhos saia lagrimas dos olhos e pedia mais e ele foi enterrando cada centímetro de pau na linda bunda de minha mulher, quando não entrou mais ele começou a bombar cada vez mais rapido , eu me coloquei a frente dela e fiz ela chupar o meu pau também, ela tinha esse sonho de chupar o meu pau enquanto era comida por outro peguei a Cíntia e comecei a chupar a sua bucetinha também e ficamos os quatro ali brincando ate que Sidinei gozou no rabo de Simone e eu gozei na boca dela e ai sim ela engoliu cada gota de porra minha, quando terminamos começamos a conversar e ficamos sabendo que o casal de amigos tinha a mesma vontade que nos, foi muito divertido pois ficamos trocando idéias e fantasias ate o amanhecer. Quando sugeri que fóssemos tomar um banho para descansarmos um pouco, Simone disse que estava muito excitada ainda e que queria antes experimentar dois cacetes dentro dela, então eu e Sidnei oferecemos nossos cacetes para a Cíntia chupá-los, deixando-os em ponto de bala e quando estavam totalmente duros, Carlos deitou-se, Simone enterrou o cacete dele na xana dela e eu enfie meu cacete no cuzinho de minha esposa, penetrando-a com fortes estocadas e fazendo-a delirar e até gritar, ora de dor, ora de prazer, até que gozou fartamente no cacete do Sidnei. Depois trocamos de posição e enquanto eu a penetrava na xana, Sidnei arregaçaca o cuzinho dele com aquele cacetão. Quando estávamos para gozar, ela e Cíntia pediram que gfozássemos em suas bocas, assim fizemos, nos levantamos e gozamos fartamente naquelas boquinhas que dividiram e engoliram toda nossa porra num delicioso beijo que trocaram. Depois tomamaops um banho e fomos descansar todos na mesma cama. Por volta de meio dia acordamos, nos alimentamos e como o tempo estava meio que nublado, resolvemos ficar em casa assistindo uns filmes de sacanagem e fazendo uma grande suruba, com a Cíntia, mulher do Sidnei, experimentando também uma dupla penetração. Os casais que quiserem trocar correspondecia ou só trocar fantasias comente este relato e deixe o email para mantermos contato. Cláudio – Macaé - RJ
          Sobremesa deliciosa no rabo de uma amiga        


Acho que esse relato ficou extenso demais, mas a transa foi boa! Depois de uma noite de farra junto a um casal de amigos, ao chegarmos em nossa casa, eu e minha esposa fomos para a sala. Minha esposa, Leila, sentou-se ao meu lado no sofá e acreditando que minha prima que passava uns dias conosco, estivesse dormindo, começou a acariciar meu pau sorrindo maliciosamente para mim. Ainda me masturbando, lambeu meu rosto. Depois, perto do meu ouvido, disse:
- Amor estou cheia de tesão ainda. O macarrão de ainda pouco no motel estava delicioso, mas estou ansiosa esperando pela sobremesa, você vai me dar?. Antes que ela pudesse falar mais alguma coisa, puxei-a e dei-lhe um forte beijo e comecei a acariciá-la nos seios, coxas e buceta. O clima esquentava cada vez mais e nem percebemos a presença de outra pessoa na sala, que nos observava. De repente ouvimos um pigarrear. Era Sabrina, com uma lata de chantilly (aquelas spray para confeitar bolo), um pires e uma colher, além, é óbvio, do seu belíssimo corpo, envolto com uma camisolinha transperante que deixava seus lindos seios e uma minúscula calcinha a mostra. Eu já ia tirando a mão da xota da minha esposa, quando ela perguntou porque eu iria parar se nós estávamos tão excitados e antes que eu pudesse responder qualquer coisa, ela disse que adoraria participar e já se aproximou de nós. Então sentou-se no colo de minha esposa e a beijou na boca. Depois sorriu para mim e me beijou na boca também. Eu e minha esposa estávamos sentados lado-a-lado e ficamos boquiabertos com a atitude da menina mulher no auge dos seus dezessete aninhos, que estava passando as férias conosco. Sabrina estava sentada no colo da Leila e com as pernas sobre o meu colo. Ela com grande desenvoltura, dobrou uma perna e espalhou chantilly sobre seus dedinhos, depois passou o pé em meu rosto. Entendendo o que ela queria, eu segurei seu pezinho delicado e comecei a chupar seus dedinhos, que estavam bezuntados pelo creme. Eu chupava cada um de seus dedinhos, passava a língua entre eles, lambia a sola delicada de seus pés, colocava mais chantilly e voltava a lamber. Enquanto eu brincava com seu pezinho, Sabrina chupava os seios da Leila, dizendo que estava com fome e precisava mamar. Minha mulher se divertia com isso e esfregava o peito no rostinho de nossa putinha. Sua mão masturbava a xaninha ninfeta de Sabrina por cima da calcinha que já dava sinais que iria gozar...o que não demorou para acontecer, encharcando a minúscula calcinha. Ficamos nessa brincadeira por um tempinho, até que Sabrina se levantou, livrou-se das roupas, ficando nuazinha em pelo com aquele corpinho maravilhoso a mostra, dizendo para mim e minha esposa fazermos o mesmo. Vendo-nos despidos também, ela me perguntou:
- Gostou do meu pezinho com chantilly? Então vamos fazer direitinho! Deite-se no chão!
A vadiazinha ainda se achava no direito de mandar....mas sem pestanejar, obedeci. Minha esposa apenas observava. Ela encheu o pires de chantilly e disse para a Leila se sentar ao seu lado no sofá. As duas pisaram no pires deixando os pés completamente labuzados e começaram a esfregá-los no meu rosto e no meu peito. Ora espalhavam o creme em meu corpo com os pés, ora pisavam no meu rosto me fazendo comer a cobertura, e assim fomos brincando.
Meu pau pulsava de tão duro e tesão e quando eu levei minha mão para ele, na tentativa de começar uma deliciosa punheta, Sabrina percebeu e me impediu. Então falou para a Leila deitar-se sobre mim, lambendo meu rosto e descendo pelo meu pescoço, peito, barriga, até chegar no meu pau, onde começou a chupá-lo já estava duro e vermelho de tesão! Sabrina continua brincando com o chantilly em seus pés, passando no meu rosto. Nisso, Leila enche sua boca de creme volta a chupar meu pau, ele fica todo lambuzado com a \"sobremesa\" e ela passa a cuspir sobre a cabeça dele, fazendo com que aquela mistura de saliva e chantilly escorra pelo meu pau, pelo meu saco e se espalhe pelo piso da sala.
Sabrina diz que quer incrementar a brincadeira, então ela, de pé, apoia as mãos no sofá, deixando assim seu rabinho exposto para nós. Ela enfia o bico da lata no seu cuzinho e aperta, depois olha para mim e, com cara de tarada, diz: \"não quer experimentar o docinho? Vem chupar meu cu!\"
Na hora me levanto e começo a chupar aquele anelzinho rosado e sem pelos, passo a língua em volta, e como todo o chantilly. Ela põe mais, eu abro sua bundinha e enfio minha lígua naquele rabinho gostoso!
Enquanto isso, minha esposa se masturbava e chupava meu pau. Depois de alguns minutos, não aguentei mais e disse que já iria gozar!
A Sabrina se levantou e mandou que eu gozasse no pires, que estava cheio de chantilly. Eu nunca a vi tão faminta assim por porra! E assim eu fiz.
Ela embora novinha, sabia o que estava fazendo, o que pretendia, então lambeu um pouco, como se fosse uma cadelinha e o restante ofereceu para a Leila, que com cara de safada, enfiou o rosto no pires espalhando toda a \"cobertura\" e ficando com a cara toda lambuzada. Eu já estava cansado, quando a Sabrina enfiou toda a ponta do tubo no rabinho e apertou o gatilho e se encheu de creme. Depois, quando já estava visivelmente cheinha, pôs-se de cócoras sobre meu rosto e começou a soltar seu estoque anal.
Ela olhou para baixo, sorrindo maliciosamente para mim e falou: \"vai gatão, come meu cocozinho doce! é a sua sobremesa!\"
Comi tudinho e depois limpei seu cu com a língua. Ah! Que tesão...Depois disso, coloquei minha esposa de quatro e passei fode-la na frente de Sabrina, que se masturbava enquanto nos observava. Passado algum tempo, posicionei-me noutra posição e as duas passaram a revesar a chupada no meu cacete que estava prestes a explodir num gozo só. As duas chuparam alternadamente até que não resisti e gozei na boca de ambas. Como estávamos cansados, naquela noite foi só e resolvemos ir dormir. Nem preciso contar que dormimos todos no mesmo quarto e quando despertamos na manha seguinte (um domingo), aconteceu de tudo, foi um tal de mete aqui, mete ali, goza aqui, goza ali, enfim, passamos o dia todo transando de todas as formas possíveis e gozando inúmera vezes, mas isto conto outra hora.
Sandro – Rio de Janeiro - RJ
          Dando feito putas na Boite        

No último conto, contei como comecei a me transformar numa putinha, graças a minha amiga Paula. Bom o que passo a contar agora, é mais uma aventura que vivi por causa da minha amiga. Comentei com a Paula que tinha ouvido uns amigos nossos da escola comentarem que foram numa boite erótica, onde as meninas dançavam nuas ou semi nuas. Para minha surpesa a Paula disse que também conhecia uma boite assim, onde as meninas depois de certa hora faziam de tudo lá mesmo com os clientes. Perguntei como ela sabia disso e ela me respondeu que já tinha ido lá algumas vezes. Já tinha me esquecido como a Paula era vadia. Mas aquilo me excitou e disse a ela que tinhas vontade de um dia ir também. Ela me deu umas dicas, do tipo, só fazer algo lá dentro mesmo, para não sair dali com clientes pois a casa não se responsabiizava. Marcamos uma quinta feira, onde eu disse que dormiria na casa dela e ela na minha, assim nossos pais não nos chateariam. Com ajuda da Paula, escolhi uma mini saia preta com mini blusa sem sutiã e por baixo uma calcinha branca fio dental. A Paula foi de vestidinho vermelho, bem sexy, sem soutien e com uma calcinha fio dental vermelha.
Eu tremia quando entramos. Muitas garotas já desfilavam de lingerie e eram alisadas pelos homens. Passamos por um corredor cheio de garotos bonitos e fui muito alisada, a Paula mais safada ria e passava a mão nos paus deles. O lugar tava bem cheio e perdi a Paula de vista. Fui para um canto e fiquei meio sem saber o que fazer. No meu lado estava um cara sentado, com a cabeça virada para trás com cara de muito prazer. Olhei para baixo da mesa e entendi, havia uma garota so de calcinha chupando o cara. Assim quieta num canto percebi o clima do lugar, pois várias garotas chupavam os caras e poucas como eu, ainda estavam de roupa, algumas sentavam-se no colo deles e eram penetradas. Fui me excitando cada vez mais. Logo após vejo a Paula só de calcinha vinda na minha direção com um cara atrás segurando seus seios e outro do lado alisando sua xota. Ela vira e diz: Aninha me ajuda aqui que o terceiro ta vindo., Eis que surge outro tambem alisando ela. A Paula tira minha mini blusa e minha saia me deixando de só de calcinha também. Eu estava super excitada e sentia minha xana molhadinha. Um deles me vendo semi nua, veio para cima de mim e já caiu de boca nos meus seios fazendo-me sentar no banco, deixando-me com minha boca na altura da cintura dele, que de imediato abaixou o zíper da calça colocando um monumental cacete para fora , oferecendo-me parachupá-lo. Como eu não reagi, ele disse que já havia combinado o preço e acertado com a minha amiga (lembre-se que não estávamos ali pelo dinheiro, até por que somos patricinhas e não precisamos, mas tinhamos que disfarçar). Sem perder mais tempo e com o tesão que eu estava, cai de boca naquele cacetão e chupei ele todo. Olhei para olado e vi que a Paula ja tinha sua calcinha puxada para o lado e cavalgava um dos caras, enquanto chupava o outro. Vendo a cena meu tesão aumentou ainda mais e comecei a chupar o que estava comigo com mais tesão ainda. Percebendo o meu estado, o cara que eu tava chupando resolveu sentar e pediu para eu cavalga-lo também, o que fiz logo que ele colocou uma camisinha. Nisso um outro garoto com cara de bem novo veio pro meu lado e me ofereceu o cacete para mim chup-alo, o que fiz, mas ele devia ser bem inexperiente, pois logo gozou, enchendo minha boca de gozo. O que me penetrava vendo a cena, também gozou. Assim como os dois que estavam com a Paula gozaram também. Terminada a foda, eu e Paula fomos até o banheiro, onde haviam outras mulheres se limpando e comentando sobre a transa que acabaram e de ter. Nos limpamos, retocamos a maquiagem e somente de calcinha, retornamos para o salão, onde conhecemos novos caras e transamos mais algumas vezes. Lá pelas tantas da madruga eu e Paula, após muitos gozos resolvemos ir embora. Eu ainda preservava a minha calcinha, mas a Paula perdeu a dela. Fomos até o banheiro, nos limpamos, vestimos nossas roupas e saímos em direção a um hotelzinho que tinha nas proximidades, já que não podíamos voltar para a nossa casa, senão nossa mentirinha seria descoberta. Já no hotel, ao contarmos o dinheiro que ganhamos, até nos surpreendemos pelo alto valor e passamos a entender o porque que muitas amigas nossas, tornaram-se garotas de programas, pois em três horas que ficamos na boate, eu e Paula arrecadamos mais de quinhentos reais, mas como disse, não precisávamos e nem precisamos vender nossos corpos, pois fomos ali por uma nova experiência e nos satisfazermos. Eu disse a Paula que aquela tinha sido minha maior loucura, mas que deixou-me bastante satisfeita, embora eu não tenha conseguido gozar. Paula disse que estava cheia de tesão também, pois também não gozara e caso eu topasse poderíamos experimentar algo novo e nos aliviar mutuamente. Entendi a insinuação e disse que por mim tudo bem e passei para a cama dela, onde passamos a nos tocar e nos chupar até que ela me fez gozar e eu a ela. Satisfeitas e saciadas nesta nossa primeira experiência bi, relaxamos e dormimos abraçadinhas, despertando por volta das oito da manha. Então levantamos e fomos juntinhas tomar um banho, onde nos tocamos, nos beijamos e gozamos novamente. Surgia ali uma dupla implacável e insaciável na matéria sexo e daí pra frente tivemos muitras experiências novas, com outras mulheres, casais, travestis e homens, muitos homens, mas sempre fechando as relações, comigo e ela transando para o deleite de nossos fikantes.
Ana Carolina – Itaguaí - RJ
          Meti na minha sobrinha enquanto ela fingia dormir        

Como já consta em meus relatos anteriores, sou um coroa muito bem apessoado, e fissurado em fofas. Isso vem desde minha infância, quando ficava super ligado em minhas professoras. Adorava ver aqueles \"rabões\" enormes andando para lá e para cá durante as aulas. Estou muito bem financeiramente, moro em São Paulo, na zona oeste, e todos os relatos que envio, os faço em retribuição aos inúmeros contos de bom nível que encontro neste eem outros sites do gênero, que me entretem e ao mesmo tempo erotizam os pensamentos. Este relato, ocorreu há poucos dias atrás, e foi tão envolvente que resolvi dividí-lo com os amigos. Tive que passar uns dias hospedado na casa de minha irmã adotiva, porque seu marido fora vítima de um acidente automobilístico. Nada muito grave, mas como eles moram em uma casa na praia de Itanhaem, fui convidado para ficar por lá durante uns dias, tanto por motivos de segurança, quanto para ajudá-los até a recuperação do marido da minha irmã. A casa embora muito confortável, estava em reforma, e apenas dois quartos estavam disponíveis, ou em condição de uso normal. Na suite principal ficava minha irmã adotiva, e no outro, que não é suite, ficava minha sobrinha. Dezenove anos, bonita, olhar profundo, tímida, fofinha tímida, que se preparava para o vestibular de enfermagem, deve ter 1,70m, uns 84 quilinhos de puro tesão. Seios grandes e empinados, coxas largas, e o que sempre me atrai muito....aquele bundão. Sugeri que eu dormisse na sala, mas esta proposta foi recusada logo de partida, e acabei tendo que aquiescer em ficar no quarto da minha sobrinha, Elisa. Visitamos o marido da minha irmã, e voltamos para casa, por volta das nove horas, e como ainda estava sem sono, tomei uma bela ducha. Tomei um livro emprestado da minha sobrinha e me deitei disposto a ler até o sono aparecer. Elisa entrou no quarto algum tempo depois e ficou teclando algo no computador. O sono veio aos poucos, e em pouco tempo eu joguei o livro de lado e cai no sono. Algumas horas depois, acordei meio sonolento ouvindo alguns ruidos estranhos. Abri os olhos levemente, e me deparei com a Elisa conversando pelo celular com alguém, e se masturbava gemendo e se contorcendo toda. Estava dominada pelo tesão, e o papo que a envolvia decorria de algum amigo da internet mesmo. Acho que ela sentiu intuitivamente que eu estava acordando e saiu na ponta dos pés para o banheiro. Deixou o computador ligado. Sutilmente me levantei e olhando para o histórico descobri que ela estava teclando numa sala de sexo. Voltei rapidamente para minha cama, e nem pude me cobrir totalmente porque ouvi seus passos, retornando ao quarto. Entrou e ficou olhando para mim. Eu estava deitado, descoberto, e sem dúvida o pau ficara duro, e saliente, denunciando o tesão que eu sentia naquele momento. Ela se aproximou de mim. Eu protegido pela quase escuridão, e com os olhos semicerrados a fitava. Ela olhava sedenta para o meu pau que estava empinado. E, com muito cuidado ela tocou meu pau, e neste mesmo momento senti o tremor do seu corpo todo. Ela estava dominada pelo tesão. Seu corpo tremia todo, e não era de frio. Provocativamente me movimentei na cama. Ela se assustou, e voou para sua cama. Fiquei frustrado, não era isso que eu esperava. Forcei uma pequena tossidinha, e ela respondeu fingindo dormir, soltando um pequeno roncadinho do lado de lá. Fiquei assim alguns minutos, levantei-me e fui até o banheiro. O celular estava lá. Desligado. Voltei na ponta dos pés, e quando entrava no quarto notei que ela estava se masturbando. Deu um movimento brusco quando sentiu minha presença. Fui para perto da sua cama. Com dificuldade, consegui ver que ela estava semi descoberta, sem a calcinha, e com a camiseta levantada quase à altura dos seios. Com cuidado e muito tesão encostei minhas mãos em seus seios. Ela fingia dormir. Os bicos dos seios estavam a ponto de furar o tecido da camiseta. Ela sentiu meu contato e seu corpo se movimentou denunciando seu tesão, mas ainda fingia dormir e era isso mesmo que eu queria. Apalpei o seio todo. Curvei meu corpo sobre o dela e beijei os seios. Ela fazia sons de quem dormia e sonhava, mas eu sabia que era puro fingimento, e fui em frente. Beijei os dois biquinhos que ficaram ainda mais destacados. Eu não os via, mas sentia tudo. Enquanto eu sugava e acariciava seus seios, ela lutava para controlar o movimento das pernas que entreabertas estavam ávidas por envolver um homem. Sabendo disso fui baixando meus lábios em direção ao seu ventre, e ela quase perdia o controle da respiração e dos movimentos do corpo. Tentava se controlar e eu fingia que ela dormia. Encostei meus lábios sobre a sua bucetinha. Deixei a respiração morna ser forçada contra seu sexo apenas para provocá-la ainda mais. Ela quase levantava o quadril buscando minha boca. Dei um beijinho bem sobre a bucetinha. Senti que estava molhada, e inchadinha. Com uma das mãos abri a fenda. Estava mesmo muito molhada. Abri bem, deixando escancarada. Ela se mexeu toda levantando o quadril todo direção minha boca. Eu encostei a lingua na fenda e a fiz correr do fim para o começo e toquei de leve com a ponta da lingua o seu grelinho que estava totalmente empinando e ensopado de suco. Ela não consegui segurar um gemido e o corpo se empinou todo. Fiquei chupando sua bucetinha, fazendo a lingua deslizar pela fenda toda, e no final massageava com muitos toques com ponta da lingua seu grelinho. Ela agora mantinha os olhos fechados, simulava dormir. mas o seu corpo e sua respiração a desmentiam. Era um jogo. Eu apenas jogava. Fui aumentando a velocidade do passeio da lingua na sua fenda, e de repente ela endureceu o corpo todo....e gozou sem ligar para os gemidos e as contorções do corpo todo. Jogou seu corpo de volta para a posição e ficou estática. Parada por completo, e com a respiração lenta e preguiçosa de quem gozara para valer. Continuei com as mãos acariciando a bucetinha, e fui encostando meu corpo ao dela. Ela estava amolecida, prostrada. Encostei meu pau na fenda. Ela quase acordou de verdade tamanha era a vontade de me sentir dentro dela. Encostei o pau na fenda. Como estava muito molhado pela mistura do suco, e da minha saliva. Ele escorregou para dentro, entrando até a cabeça ficar toda agasalhada. Segurei um pouco a penetração para fingir que não queria acordá-la continuando o joguinho. Ela voltou a si, e senti seus quadris se mexendo forçando levemente o aumento da penetração. Aceitei a provocação e não enfiei tudo. Dei umas mexidinhas com o pau mantendo apenas a cabecinha agasalhada. Ela quase se descontrolava e perdia o joguinho. Dava umas contrações na musculatura pélvica e isso aumentava meu tesão. Estava para gozar de tanto tesão mas me controlava. De repente o tesão me dominou e enfiei de uma vez o que faltava. Escorregou de uma vez até o talo. Deixei o pau enfiado até o talo, e apenas dei umas contrações quando atingi o ponto extremo e ela deu uma respiradinha de satisfação de quem conseguira o que sonhara e queria naquele momento. Mal começamos a nos movimentar eu não consegui me segurar e gozei explodindo uma enormidade de porra dentro daquela bucetinha, enquanto ela soltava as pernas que envolviam minha cintura, e voltava á posição de quem estava dormindo.Fiquei com o pau atolado por alguns momentos. A porra escorria misturado com o suco e ela respirava leve...satisfeita. Voltei para minha cama. Acordei com o sol entrando pela janela mal fechada. Ela também acordou. Sorriu para mim. e disse que tivera uma bela noite, com sonhos (que ela sabia ter sido bem real) deliciosos, apesar de ainda estar preocupada com o pai no hospital. Levantou, foi até minha cama e me dando um beijinho no rosto, perguntou....gostou de dormir aqui tio?, disse-lhe que sim e ela disse: - eu adorei ...me senti mais tranquila...e espero que o senhor fique um bom tempo por aqui, quem sabe até o meu pai retornar para casa. Continuamos o joguinho por mais vinte dias, onde tive a oportunidade de meter naquele cuzinho lindo que ela tinha, até que meu cunhado retornou e eu tive de ir embora. Bem amigos por hoje é só....quando acontecer novo evento assim eu volto a relatar exatamente como ocorreu. Tudo isso para homenagear as fofas de qualquer idade ou condição....sou e sempre serei fissurado nelas.....
M.Mattos – São Paulo - SP
          PERDI O MEU CABAÇO NO CU COM UM CAVALO        

CHAMO-ME PAULO, TENHO 22 ANOS E SEMPRE ADOREI SER ENRABADO, MAS NUNCA TINHA TIDO CORAGEM DEVIDO A TER MEDO DE SER DESCOBERTO. SEMPRE QUE PODIA VESTIA AS CALCINHAS DA MINHA IRMÃ E IA PARA A ESCOLA. UMA VEZ DEPILEI O MEU CU TODO E VESTI CINTO DE LIGAS E MEIAS SEM CALCINHAS E FUI MONTAR A CAVALO
NA FAZENDA DO MEU PAI. AO SAIR A CAVALO REPAREI QUE O MEU CAVALO ESTAVA EXCITADO DEVIDO A UMAS EGUAS QUE ESTAVAM POR PERTO, DEIXANDO SEU PAU DE FORA E FICANDO MUITO BRAVO. AO SENTIR AQUILO SAI DE CIMA DELE E FUI CAMINHANDO A PÉ PARA VER SE O ACALMAVA. PASSADO UM POUCO VI QUE ELE CONTINUAVA IGUAL, COM UM PAU ENORME, E SENTI UMA VONTADE ENORME DE LHE TOCAR PARA O ACALMAR, MAS FOI PIOR, POIS ELE SE EXCITOU MAIS. FOI QUANDO ME VEIO UMA IDEIA Á CABEÇA, METE-LO NA BOCA, AO TENTAR METER A CABEÇA ENORME VI QUE NÃO CABIA, ENTÃO RESOLVI METER ENTRE MINHAS PERNAS PARA O FAZER GOZAR E COMECEI A METER O LIQUIDO QUE ESCORRIA DO PAU DELE, NO MEU CU DEIXANDO-O BEM MOLHADO. FOI QUANDO NUM EXTINTO ENCOSTEI AQUELA CABEÇA ENORME NO MEU CU PENSANDO QUE NÃO PODIA ENTRAR DEVIDO AO SEU TAMANHO. SENTI TANTO PRAZER QUE ESTAVA QUASE GOZANDO E, ENPINEI MAIS A BUNDA, METENDO BEM NA ENTRADA DO CU, FOI QUANDO AO MESMO TEMPO O CAVALO ME DÁ UMA ESTOCADA FORTE QUASE METENDO A CABEÇA PROVOCANDO-ME UMA DOR TÃO FORTE QUE IMEDIATAMENTE TENTEI DESISTIR, MAS AO OLHAR PARA FRENTE ESTAVAM OS MEUS DOIS AMIGOS QUE TRABALHAM NA FAZENDA, ME DIZENDO QUE NÃO PODIA DEIXAR O CAVALO ASSIM E ME AGARRARAM METENDO-ME DE NOVO DEBAIXO DO CAVALO COM O PAU APONTADO AO MEU CU.. AO SENTIR AQUILO O CAVALO DA-ME OUTRA ESTOCADA LEVANDO-ME A TENTAR FUGIR MAS NÃO FOI POSSIVEL POIS OS MEUS AMIGOS ME AGARRARAM COM FORÇA DEIXANDO-ME INDEFESO. QUANDO O CAVALO TORNOU A IR PARA A FRENTE, SENTI A MAIOR DOR DA MINHA VIDA E COMECEI A CHORAR. MAS OS MEUS AMIGOS JÁ DE PAU DURO E A MOSTRA COM A CENA, ME ABRIRAM O CU AINDA MAIS E ME ENPINARAM MAIS O CU PARA ENTRAR MELHOR. FOIQUANDOSENTI SER COMPLETAMENTE RASGADO, OUVINDO O MEU AMIGO DIZER QUE JÁ TINHA ENTRADO A CABEÇA E QUE A PARTIR DE AGORA JÁ NÃO DOERIA TANTO. PASSADO UM POUCO SENTI QUE JÁ A DOR DIMINUIA, ME EXCITANDO MAIS E SENTI ENTÃO ENTRAR UM BOCADO TÃO GRANDE QUE ME TOCOU NA BARRIGA, FAZENDO COM QUE EU SAI-SE COMPLETAMENTE DEBAIXO DAQUELE CAVALO. MEUS AMIGOS QUE ESTAVAM BASTANTE EXCITADOS, COM SEUS BELOS MEMBROS A MOSTRA, TORNARAM A ENCOSTAR AQUELE CACETÃO DO CAVALO NO MEU CU, FAZENDO ME PENETRAR QUASE A METADE DE UMA VEZ, PUNHETANDO-O ATÉ O CAVALO GOZAR DENTRO DE MIM, ME INUNDANDO O CU RECEM DESCABAÇADO. DEPOIS MEUS AMIGOS SUGERIRAM QUE FÓSSEMOS ATÉ O BARRACÃO, ONDE EU PODERIA ME LIMPAR, POIS EU ESTAVA TODO ESPORRADO. SEM PERCERBER AS INTENÇÕES REAIS DELES, EU TOPEI E LOGO QUE CHEGAMOS, ELES SUGFERIRAM QUE EU TOMASSE UM BANHO. EU ENTÃO LIVREI-ME TOTALMENTE DE MINHAS ROUPAS E ENQUANTO ME BANHAVA, OS DOIS ME OBSERVAVAM DE CACETES DUROS E TOCANDO DE LEVE UMA PUNHETA. VENDO OS DOIS ALI NA MINHA FRENTE, MEU PAU COMEÇOU A FICAR DURO TAMBEM, FOI QUANDO UM DELES DISSE: - OLHA O GAROTÃO, ESTÁ EXCITADO TAMBEM... ENTÃO PERGUNTOU-ME SE EU GOSTARIA DE TOCAR NAQUELES CACETES, O QUE NÃO RESISTI, SEGUREI-OS AO MESMO TEMPO E COMECEI A PUNHETÁ-LOS. DEPOIS NEM PRECISARAM ME PEDIR, TOMEI CORAGEM E COMECEI A CHUPÁ-LOS ALTERNADAMENTE E ANTES QUE GOZASSEM, PERGUNTEI SE NÃO GOSTARIAM DE FAZER COMO O CAVALO E ENFIAR AQUELES MARAVILHOSOS MEMBROS NO MEU CU. ELES ENTÃO SE LIVRARAM DAS CALÇAS, COLOCARAM-ME DE QUATRO E ENQUANTO UM ME ENRABAVA, O OUTRO ME OFERECIA O CACETE PARA EU CHUPAR, DEPOIS SE REVESARAM ATÉ GOZAREM NA MINHA BOCA, FAZENDO-ME ENGOLIR TODA A PORRA QUE JORRARAM. DAÍ EM DIANTE, TORNAMO-NOS MAIS AMIGOS AINDA E SEMPRE QUE MEUS PAIS SE AUSENTAVAM E EU FICAVA SOZINHO NA FAZENDA, EU OS CONVIDAVA PARA O MEU QUARTO, ONDE FODÍAMOS DE VARIAS MANEIRAS, COM ELES ME ARROMBANDO MCADA VEZ MAIS O CU E FAZENDO-ME EXPERIMENTAR VARIAS POSIÇÕES ATÉ JORRAREM AQUELE LEITINHO QUENTINHO SOBRE O MEU CORPO, NO MEUCU E NA MINHA BOCA. HOJE PASSADOS QUATRO ANOS, SOU GAY, MAS NÃO DEMOSTRO E S´´O TRANSO COM QUEM ME ATRAI DE VERDADE, POIS TENHO MEUS TRES GANHÕES PARTICULARES LÁ NA FAZENDA, QUE SÃO OS MEUS DOIS AMIGOS E O CAVALO QUE ME DESVIRGINOU E CONTINUA FAZENDO A FESTA NO MEU CÚ QUANDO ESTOU POR LÁ.
PAULO - MG
          Entreguei-me ao meu primeiro amor        

A história que vou relatar aqui é verídica. Há seis anos atrás eu morava no sitio com meus pais e estudava numa escola rural. Ao terminar o ensino médio fui para uma cidade vizinha, morar com uma tia, onde além de estudar ajudava-a nos afazeres de casa. Meu primeiro beijo aconteceu quando eu tinha dezesseis anos, com meu amigo de escola chamado Fernando (nome fictício), que sempre foi apaixonado por mim, mas que eu sempre ignorei por ser três anos mais velho que eu. Hoje estou com dezessete anos e mesmo morando na cidade grande, com novas amizades, continuo virgem. Certa noite quando cheguei em casa após o colégio, tinha uma carta das minhas amigas que deixei lá no interior, convidando-me para a festa de formatura delas e dizendo-me o Fernando continua apaixonado por mim, pois nunca deixa de querer saber notícias minhas. No dia seguinte escrevi para elas confirmando minha presença e no dia marcado lá estava eu de volta na minha cidadezinha. Minhas amigas estranharam um pouco o meu novo visual e a forma que eu me vestia, muito mais sexy e provocante. Meus pais então nem queiram saber o que eles falaram ao me ver. Passei a tarde com minhas amigas no galpão onde rolaria a festa, ajudando-as na decoração. Lá pudemos conversar sobre tudo, mas o Fernando era o tema principal, pois nos meses que eu fiquei fora, elas contaram-me que ele não namorara ninguém a sério, pois só ficava, certamente para se satisfazer e sempre dissera a elas que continuava me amando. Ouvindo tudo aquilo, não podia deixar de admitir que eu também tinha uma quedinha por ele e talvez fosse até apaixonada, mas nunca admitira, portanto sem falar nada a ninguém, eu também nunca o esquecera e sempre tinhas sonhos e pensamentos eróticos com ele, imaginando-o ser o meu primeiro homem, aquele que iria tirar o meu cabaço e me ensinar as maravilhas do sexo. Já a noite no galpão, a festa tava bombando e eu andava de um lado para o outro procurando pelo Fernando, que ainda não encontrei desde que voltei. As horas iam passando e nada. Fiquei numa aflição, prometendo mil coisas caso ele aparecesse, como já era bem tarde ele num aparecia eu fui dançar e curtir um pouco a festa, e ele nada. Quando foi bem mais tarde, e eu já sem esperanças vi ele chegando, tava ainda mais lindo do que quando o vi na última vez. Nossa, minha buça molhou na hora, minha vontade era de voar em cima dele, mas me contive, e assim a festa ia rolando, e ele nada de me procurar, talvez ressentido ainda pela forma que fui embora sem sequer despedir-me dele. Eu fiquei com o coração na mão e minutos depois decidi ir embora muito triste pois ele ainda não tinha me procurado. Despedir-me das minhas amigas e quando sai da festa ele estava do lado de fora do portão me esperando, e veio em minha direção falando: “preciso conversar com você, pode me ouvir?”, Disse-lhe que sim, mas antes queria um abraço bem forte dele, o que ele não pensou duas vezes em me dar. Disse que estava um pouco cansada, mas que poderíamos ir conversando enquanto caminhávamos. Ele então me acompanhava dizendo: “Porque você fez isso comigo? Você não percebeu e percebi que sou louco por você?, por favor diga-me alguma coisa?” Eu continuava andando sem nada falar, apenas ouvindo-o e quando chegamos na praça, ele se pos na minha frente, me parou, ergueu meu rosto e viu que eu estava chorando, então me abraçou falando: “porque você complica as coisas, eu amo você e sei que no fundo você também me ama. Te desejo desde aquela vez que ficamos juntos, mesmo que por alguns instantes e trocamos nosso primeiro beijo, o qual eu nunca esqueci” então aproximou seus lábios dos meus e me beijou, eu então baixei a guarda, abracei-o e correspondi com muita excitação. Ele disse que não via a hora de sentir meus lábios novamente e eu disse-lhe que eu também nunca esquecera aquele beijo. Continuamos a nos beijar e nas poucas palavras que trocávamos, ele disse saber que eu ainda era virgem e que nunca havia beijado outros rapazes, pois minhas amigas havia lhe dito sobre os meus medos e raiva que eu tinha de homem, devido meus traumas de infância, em seguida fomos para a praça onde não tinha ninguém, nos sentamos em um banco daquele e começamos a nos beijar, ele sabia como me deixar louca, eu não conseguia me soltar, mas ele com sua paciência aos poucos foi me relaxando, para que se eu quisesse me entregar a ele sem receio, ele mordiscava minha orelha, chupava, ia descendo pelo meu pescoço me deixando muito excitada. Resolvi me entregar de corpo e alma a ele, pois sempre sonhara com aquele momento, então comecei a soltar gemidos baixinhos, com vergonha dele perceber como eu estava cedendo aos seus encantos, eu respirava fundo e gemia, ele lentamente desceu sua mão em meus seios, eu delirei quando ele toucou eles pela primeira vez. Ele desceu sua mão até minhas pernas por entre as coxas e foi passando me fazendo gozar pela primeira vez naquela noite, sem ao menos ter me penetrado. Ele percebeu que me fez gozar e continuou a me tocar, em seguida ele devagar passou sua mão em minha xaninha por cima da calcinha, e viu como eu estava super molhadinha, e disse ao meu ouvido: “agora estou domando a minha menina” , então disse a ele: “quero ser sua, me doma” ele respondeu “já esta domada”, e ele me beijou na boca e desceu sua mão até minha xaninha e ficou alisando-a, depois tirou minha calcinha e colocou em seu bolso da calça e me pediu pra abrir minhas pernas, o que eu obedeci sem reclamar, pois eu queria muito que ele me penetrasse, mas não foi isso que ele fez, ele abaixou as alças de meu vestido e levou sua língua lambendo meus seios e depois chupando-os, eu gemia muito, não conseguia me controlar, minha xana estava muito molhada, ele passou sua mão nela enquanto sugava meus seios intumescidos, e eu urrava de desejo, estava como uma mulher vulgar em sua mão, ele voltou a me beijar na boca, com aquele beijo macio e molhado. Então ele abriu o zíper da calça e tirou aquele mastro pra fora e me pediu que eu olhasse para aquilo que seria todinho meu, eu olhei meio tímida e ele levou seu pau até minha boca e disse: “chupa meu pau minha menina, ele é todinho seu, hoje quero ter você por inteira e sem pressa, agora coloca sua boca nele e suga como se tivesse mamando” eu fiz o que ele pediu e meti minha boca naquele cacete enorme, chupei com muita vontade, como se fosse uma puta bem experiente, mas na verdade era a primeira vez que me via com um cacete na boca. Depois disso ele me pegou pelas mãos e disse: - Vamos para a minha casa, lá eu te farei mulher, a minha mulher e se quiser você será minha para sempre. Seguimos para a casa dele. Já na casa dele, fomos direto para o quarto dele, onde logo que entramos ele me virou de costas, beijou meu pescoço, foi tirando todo o meu vestido e continuou me lambendo e beijando nas costas. Então me deitou de bruços na cama e retirou meu vestido deixando-me nuazinha. Em seguida percorreu sua língua em minhas costas até chegar em meu rego e no meu cuzinho, deixando-me enlouquecida. Ele então começou a se despir e já livre das roupas, com aquele cacete duro feito pedra na minha frente, fez-me segurar e colocar na boca, chupando-o novamente. Vez ou outra ele parecia querer me furar a garganta, pois empurrava aquela vara até minha goela, fazendo-me ânsia de vômito. Depois de um tempo,veio por cima de mim, abriu minhas pernas e encostou seu mastro em minha xaninha, me levando a loucura, e ali ficou roçando e me beijando, eu comecei a chorar de prazer e respirar ofegante como se tivesse faltando algo me mim, e ele dizia: “chora minha menina, que agora você vai ser minha pra sempre” e de repente ele forçou a entrada de seu pênis em minha xana enfiando apenas a cabecinha, depois eu comecei a rebolar em seu pau para que o resto entrasse, mas ele retirou seu pau, e eu comecei a gemer alto e entre gemidos eu dizia: vai, por favor, me faz tua mulher, eu quero ser sua e nunca mais vou ti ignorar, não me deixe assim” ele ouvindo o que disse retornou seu pau em minha xana e forçou sua entrada, aquilo queimava minhas entranhas, ele tentou me penetrar mas não entrava, afinal eu ainda era cabaço e eu comecei a chorar de dor e prazer e ele me beijava e voltava e a me penetrar, e não conseguia e eu comecei a falar: “pode meter tudo em mim de uma vez que eu agüento, mas não me deixe sem sentir você, preencha esse vazio que esta entre minhas pernas” ele obedeceu enfiou novamente forçando a entrada, as lagrimas escorriam de meu olhos, mas aquela dor e prazer que eu senti foi enorme, me senti sair do meu corpo, como se fosse desmaiar, ele me beijava, e eu sentia cada centímetro de seu pau rasgando a minha xana, ele enfiou tudo e esperou um pouco para que eu pudesse relaxar e começou num movimento de vai e vem bem devagar, e ao mesmo tempo ele me beijava e segurava meus cabelos fortemente, aquilo pra mim era um sonho. Eu gozei múltiplas vezes insanamente, naquele pau gostoso e ele vendo aquilo todo melado tirou seu pau pra fora e se pos a chupar e lamber minha xoxota, eu me contorcia de prazer até que gozei em sua boca, depois ele meteu seu pau em mim novamente e bombou bem rápido dizendo: “vou gozar minha menina ahhhhhhhhh, você agora é minha mulher, eu ti fiz minha mulher ahhhahhaahhh” e começou a gozar dentro da minha buceta e também sobre ela. Sentindo aquele leitinho quentinho no meu interior e sobre meu corpo, comecei a gemer feito uma alucinada e mais uma vez gozei gostoso. Depois de tudo terminado ficamos coladinho um ao outro com ele fazendo carinho. A sua porra escorria entre minhas pernas, eu passei a mão em minha xana e pude notar que tinha um pouco de sangue pelo meio, ele notou que eu vi e começou e me explicar que aquele sangramento era normal, afinal eu acabara de ser deflorada. Depois de uma meia hora nos limpamos e nos vestimos e ele levou-me até minha casa. No dia seguinte acordei feliz da vida e quando pensei em ligar para ele, o meu telefone tocou e era ele, perguntando-me se estava tudo bem e convidando-me para almoçarmos juntos na pensão de um amigo nosso num bairro vizinho. Disse-lhe que sim. Mas tarde nos encontramos, almoçamos e depois fomos para um hotel onde mais uma vez entreguei-me a ele e desta vez além de minha bucetinha recém desvirginada, ele colocou-me de quatro na beirada da cama e arregaçou o meu cuzinho, tirando-me todas as pregas e depois fazendo-me chupar e engolir toda a porra dele na hora de gozar, o que fiz sem nojo e sem receio, afinal eu sempre o amei e não queria perdê-lo. Daí pra frente assumimos nosso relacionamento e depois de quatro meses de namoro, resolvemos morar juntos numa casinha modesta, mas nossa, que construímos num terreno que ele tinha. Hoje somos felizes e realizados sexualmente, pois sabemos como nos completar.
Luana – Rio Claro - RJ
          GOZOU ENQUANTO EU FINGIA DORMIR        

Num certo final de semana, eu e meu marido, junto a alguns cais de amigos, fomos para o nosso sítio tomar um banho de cachoeira, queimar uma carne e saborear algumas cervejinhas bem geladas. Neste dia, para a minha surpresa, além dos casais que convidamos, meu marido convidou um amigo dele de trabalho, chamado Henrique, para ir também. Logo que chegamos no sítio, como estava um dia ensolarado e muito quente, enquanto os homens aprontavam a churrasqueira e colocavam as cervejas na geladeira, eu e minhas amigas nos livramos das roupas, ficando só de biquínis e fomos direto para a cachoeira que cortava o nosso sítio. Já banhávamo-nos algum tempo, quando os homens chegaram trazendo-nos algumas cervejas. Tive uma grata surpresa ao ver o Henrique só de sunga, pois além dele ser um gato, bem mais novo que o meu marido, era portador de um belo volume entre as pernas. Fiquei cheia de tesão na hora e passei a imaginar aquele cacetão que ali se escondia, adentrar meus buraquinhos. Em certos momentos minhas amigas falavam comigo e eu estava fora de órbita, mas não deixei-as perceberem o porque da minha distração. Virava e mexia, olhava para aquele gato e depois de um certo tempo, percebi que ele também não tirava o olho de mim, pois também eu me insinuara o tempo todo para ele, provocando-o. Ficamos ali na água por quase duas horas, até que a fome começou a bater e resolvemos ir para a casa, onde acendemos a churrasqueira para começarmos a fazer o churrasco. Enquanto assava a carne, minhas amigas e eu fomos pra cozinha preparar o restante dos complementos, tipo arroz, farofa, maionese, etc. Henrique de vez enquanto vinha na cozinha buscar mais cerveja para a turma e eu vendo-o ali, meu tesão aumentava ainda mais, então resolvi dar o tiro de misericórdia nele, deixando-o doidinho por mim. Observando que onde ele estava sentado, via o banheiro do meu quarto, deixei minhas amigas na cozinha com a desculpa que estava muito calor e que ia jogar uma água no corpo e fui pro quarto, entrando no banheiro e deixando a porta propositalmente aberta para que ele me visse. Retirei meu biquíni, entrei embaixo do chuveiro e comecei a me ensaboar e tocar minha xana, masturbando-a lentamente. Meu plano havia dado certo, olhei na direção dele e lá estava ele olhando-me fixamente. Como achei que fosse acontecer. Provoquei-o por alguns minutos e depois ainda saí peladinha mostrando-me por completa para ele. Encostei então a porta do quarto, coloquei um minúsculo shortinho e uma blusinha sem meu soutien e voltei para encontrar a turma. Henrique não tirava o olho de mim. Depois que comemos, colocamos uns forrozinhos para rolar e começamos todos a dançar. Era a oportunidade que eu queria para ralar minhas coxas naquele gato e sentir o volume do seu cacete, mas lógico que isso depois de eu dançar com o meu marido e com os maridos das minhas amigas. Finalmente chegou a vez dele que já havia dançado com duas das minhas amigas. Mal começamos a dançar, senti seu cacete pulsar,encostado nas minhas pernas. Maliciosamente, disse-lhe baixinho, desvie o pensamento senão vai acabar a música e você vai ficar em má situação com este cacetão duro. Ele nada falou e continuou a dançar. Aos poucos percebi seu mastro se aquietando. Terminada a música, fui dançar novamente com o meu marido e ele com uma das minhas amigas. Foi um domingo maravilhoso aquele, mas ficamos só naquilo. Já era noite quando voltamos para as nossas casas. Confesso que não me esqueci daquele gato um dia sequer e para minha surpresa, na quarta feira seguinte, Alfredo, meu marido chegou em casa e foi na cozinha onde eu me encontrava preparando o jantar, dizer-me que tínhamos visita para o jantar, pois iriam assistir o jogo do Fluminense que iria passar na tevê. Terminei de colocar o arroz no fogo e quando fui na sala ver quem era a tal visita, era ele, o gato dos meus sonhos, o Henrique, em carne e osso ali na minha frente. Ele educadamente levantou-se, veio até mim e cumprimento-me com dois beijinhos no rosto, confesso que quase gozei na hora, senti minha calcinha encharcar, mas me segurei e disse-lhe para sentir-se a vontade e que o jantar não demoraria sair. Pedi licença a ele e retornei para cozinha, e fiquei imaginando ele me fudendo, pois depois daquele dia em que assistiu eu me masturbando lá no sítio, certamente ficou ainda mais tarado por mim. Pouco antes do jogo começar, servi o jantar. Henrique não tirava o olho de mim quando tinha oportunidade. Terminamos, eu fui lavar as louças e eles se acomodaram na poltrona, não sei se estrategicamente ou coincidentemente, o gato dos meus sonhos sentou-se na poltrona que dava visão para o meu quarto, mas precisamente para a cama. Como eu estava cansada, tinha feito uma faxina geral na casa e não sou muito chegada a futebol, pedir-lhe desculpas e disse ao meu marido que iria dormir. Entrei no quarto me preparando para dormir, propositalmente deixei a porta entre aberta e percebi que quando meu marido foi na cozinha buscar mais umas cervejas para eles, Henrique não tirava os olhos da minha cama. Cheia de tesão, resolvi deixar o Evandro doidinho! Coloquei uma camisolinha fininha, deixei o abajur ligado, apaguei a luz principal e me deitei de um jeito em que a camisolinha levantasse até a altura da cintura deixando a minha bundinha distraidamente à mostra, para a exata visão de onde Henrique estava, já que a porta do quarto ficava de frente para a sala de tv e o sofá de frente para porta do quarto, o que de onde o Evandro estava dava pra me ver deitada na cama. Eu fingia dormir e já estava molhadinha só de pensar que ele estava me tarando com os olhos de ver minha bundinha de fora. Então pra provocar mais ainda dobrei a perna levando o joelho até a minha barriga de forma que a minha bucetinha ficasse aberta para ele. Sentia o meu tesão escorrendo no meio das minhas pernas, encharcando minha calcinha. Estava super excitada com aquele joguinho, o que embora o meu cansaço, impedia-me de dormir. Quando estava para terminar o primeiro tempo, vi meu marido falando pra ele ficar a vontade, pois nom intervalo iria tomar um banho enquanto não iniciava o segundo tempo. Foi o juiz dar o apito final pro intervalo, meu marido foi para o banheiro, tomar banho. Como eu sei que o Alfredo demora muito tempo no banheiro quando entra pra tomar banho pensei: Oba, pelo menos quinze minutos terei para provocar este gatinho e deixá-lo louco de tesão por mim. Como eu o provocava, fingindo dormir, de repente senti uma respiração ofegante bem perto da cama. Fiquei imóvel, me segurando para não gemer, afinal eu fingia dormir. Não demorou muito eu senti algo quente espirrando em minha bunda e em minhas pernas. Não é que o taradinho havia tocado uma punheta e gozado em cima de mim. Percebendo o que acontecera tive um orgasmo duplo, mas não pude me manifestar senão ele perceberia que eu ainda estava acordada. Na mesma hora o barulho do chuveiro ligado parou. O Alfredo já havia terminado o banho. O gatão então saiu rapidamente do quarto e eu na mesma hora gozei gostoso novamente, gemendo baixinho. Passou alguns minutos ouvi o Alfredo de volta na sala comentando sobre o primeiro tempo com ele. Iniciou o segundo tempo e saiu gol do Fluminense, os dois vibraram bastante e eu aproveitei para fingir ter acordado com o barulho, para me limpar. Levantei-me, fui no banheiro e depois coloquei meu roupão de banho por cima e fui até a cozinha beber água. Na volta perguntei quanto estava o jogo e fui deitar-me novamente. Acabei adormecendo e só despertei pela manhã na hora do meu marido sair para o trabalho. Mal ele virou as costas e saiu no carro, sentei-me na poltrona onde o Henrique estava na noite anterior, e lembrando do que acontecera e da gozada dele nas minhas coxas e bunda, comecei a me masturbar gostoso, até que gozei fartamente, pensando no quanto seria bom ter o cacete daquele gato, na minha boca,na minha xota e no meu cuzinho. Dias se passaram e num certo sábado fui ao mercado fazer umas compras e para minha surpresa, encontrei o meu gato de consumo Henrique. Nos cumprimentamos beijando-nos no rosto e propositalmente no cantinho da boca e ele me passou o número do telefone, dizendo que queria muito transar comigo e sabia que eu também queria transar com ele, pois eu disfarçava muito mal estar dormindo, portanto se eu resolvesse marcar era só ligar para ele que não pensaria duas vezes em enfiar seu cacete nas minhas entranhas. Ele sorriu, deu-me um outro beijo, desta vez selinho e foi embora. Querem saber se aconteceu algo entre nós? Acabou acontecendo, mas conto outra hora.
Putinha baby – Nova Iguaçu - RJ
          Foda que começou num barzinho        


O barzinho próximo ao colégio onde eu e minha amiga fazíamos o pré-vestibular estava lotado de homens e mulheres de todos os jeitos. Contudo ao chegarmos ainda encontramos a última mesa vaga. Muitas músicas, pessoas rindo e se divertindo, apareceu o garçom e fez o pedido, dissemos que desejávamos nos refrescar e era para ele descer uma cervejinha bem gelada. Nós duas que já vínhamos de outra festa e que já tínhamos derramado todas e viemos para se divertir! De repente! Um carinha bem bonitinho e novinho chegou, pediu uma cerveja no balcão e minutos depois foi ao banheiro. Vendo-o entrar no banheiro e Como o acesso aos sanitários era um só,resolvi ir também, deixando minha amiga sozinha na mesa. Entrei ao banheiro e para a minha surpresa a parte dos homens estava sem a porta, e eu pude ver aquele gostosinho urinar? Quando ele acabou de urinar e balançava aquele pau gostoso, ele viu que eu estava observando e sorriu sem graça. Dizendo:- Estou atrapalhando? - Claro que não, eu disse. Permaneci na porta do sanitário feminino e quando ele ia passando por mim, convidei-o a entrar comigo, dei-lhe a mão e o puxei. Logo que ele entrou, arriei o fecho da calça dele e peguei naquele cacete cheinho de veias pulsantes, que estava semi duro, fazendo-o endurecer por completo. Eu tinha que aproveitar aquela oportunidade, já que estávamos a sóa ali. Sentei no vaso e comecei a lamber toda a extensão daquela pica que inchava em minha humilde boquinha. Enquanto o chupava, ouvíamos os homens que chegavam para urinar, falarem várias sacanagens. São piores que nós mulheres. Um falava da bunda das mulheres, o outro que já havia comido fulana e sicrana e o outro dizia que estava com o pau duro de tanto sarrar nas coxas da que dançava com ele. Eles ali falando sacanagem e nós ali, pegando fogo dentro daquele cômodo. Eles riam e falavam sem perceber que tinha uma mulher ali dentro com a boca ocupada chupando um cacete e com a buça piscando e toda molhada de tesão. Meu garoto gemia e só faltava subir pelas paredes e eu nem ai... Eu estava precisando de uma piroca, e já estava quase implorando para ser fudida por ele ali mesmo naquele momento. Com um tesão danado e sentindo aquele cacete duro e pulsando dentro da minha boca, me levantei, ergui meu vestido, arrastei minha calcinha pro lado, abri bem minhas pernas e pedi que enfiasse a rola na minha buça e comece com vontade. Ele não pensou duas vezes e me penetrou gostoso. Ai que delicia!!! Nunca foi tão bom, acho que é a questão do lugar proibido e aquela sensação de ser flagrada. Ele acelerou os movimentos e após me perguntar e saber que eu era ligada, sem risco de gravidez, inundou minha racha com aquele leite quentinho. Eu dei um gritinho e um gemido alto de prazer. Nesse instante várias gargalhadas no banheiro, era mais pessoas chegando para urinar. Eu e ele ali quietinhos, nos limávamos e nos arrumávamos. Quando percebemos o silêncio, abri a porta para sairmos e para a minha surpresa tinha um cara tocando uma punheta no cantinho olhando-nos maliciosamente, certamente já estava ali na hora que eu gozei e gritei, o que excitou-o. Senti que ele dava um caldo e falei para o carinha que acabara de me fuder, saísse antes que mais pessoas chegassem. Assim ele fez e se mandou, nem percebeu a presença do outro ali com o cacete duro na mão. Como loucura pouca é bobagem, chamei-o para o banheiro onde eu estava e repeti a dose, fui logo me sentando no vaso e abocanhando o pau dele, fazendo-o engrossar na minha boca ávida de prazer. Chupei-o com vontade, fazendo-o gozar rapidamente, jorrando aquela porra quentinha em minha boca, cabelos e todo rosto. Ele ficou estático, sem ação, pois talvez, jamais imaginara que um lance desse pudesse acontecer com ele no banheiro de um bar. Levantei-me, dei um selinho nele, coloquei-o pra fora antes que chegasse mais alguem e fui passar uma água no rosto para me limpar. Em seguida me refiz e voltei para a multidão e para a mesa que estava com minha amiga. Quando falei o que fizera no banheiro nos minutos que lá fiquei, ela quase não acreditou e me chamou de louca. Em seguida rimos muito, brindamos com mais uma cervejinha e ficamos a observar a galera que dançavam, se esfregavam e sarravam na bunda das mulheradas. Chegamos a ver o momento que, um deles de mastro duro e pulsante, esporrava dentro da sua calça. Eu e minha amiga estávamos tão distraídas que nem percebemos quando o macho que me comeu gostoso dentro do banheiro se aproximou sorridente da nossa mesa, perguntando-nos se podia sentar-se com a gente. Dissemos que sim e ele sentou-se, chamando em seguida o garçom e pedindo mais uma cerveja. Assim que chegou, encheu nossos copos e brindou conosco o início de uma bela amizade. Começamos a conversar os três e depois de um certo tempo ele pediu-nos licença para ir ao banheiro. Enquanto o aguardávamos voltar, eu e minha amiga que achou-o um tesão e estava interessada em senti-lo dentro dela também, combinamos de tirá-lo dali e levá-lo até a minha casa que ficava uma quadra adiante. Quando ele retornou, continuamos nossa conversa e quando ele ia pedir uma outra cerveja, minha amiga, conforme tínhamos combinado, sugeriu que saíssemos dali, pois estava muito barulho. Ele aceitou a sugestão e já do lado de fora do barzinho, sugeri que comprássemos umas cervejas em latinha e fossemos para a minha casa que ficava ali perto. Certamente percebendo nossa intenção, ele disse que tudo bem. Chamou então o garçom e pediu dez latinhas de cervejas, pagando-as sem permitir que rachássemos. Fomos para minha casa. Deixei-os acomodados na poltrona da sala e fui levar as cervejas para colocar na geladeira. Quando retornei com duas latinhas e três copos, os dois já estavam se beijando. Perguntei se atrapalhava e ele convidou-me a juntar-se a eles, o que fiz de imediato. Colocamos cerveja em nossos copos e brindamos ao que iria rolar entre nós. Daí pra frente começamos a nos beijar mutuamente e não demorou muito para que nos livrássemos das roupas e eu e minha amiga, começássemos chupar mutuamente aquela rola. Depois nos sentamos lado a lado na poltrona e foi a vez dele de nos chupar alternadamente. Já estávamos bastante excitadas e deixamos a sacanagem rolar, de todas as formas, começando pelo tapete, com ele ora fudendo minha amiga enquanto ela me chupava e ora me fudendo enquanto eu a chupava. Depois de termos nossas xotas preenchidas por aquele belo cacete, nos colocamos de quatro na poltrona para receber mais aquela rola em nossas buças, o que ele fez, metendo ora na buça da minha amiga, ora na minha. Como ali estava meio que desconfortável, sugeri que fossemos para a minha cama, onde fudemos gostoso, ora com ele metendo na minha amiga e ela chupando minha buceta, ora metendo na minha buceta e eu chupando a buça da minha amiga. Era uma sacanagem só e eu cheia de tesão, ofereci meu cuzinho para ser fodido por ele, que não exitou em enfiar aquela rola até o talo, fazendo-me delirar de prazer e gozar feito uma louca na boca da minha amiga. Depois foi a vez dela ser enrabada, enquanto eu chupava-a. Quando ele estava prestes a gozar e nos avisou, agachamos a frente dele e abocanhamos aquele cacete, alternado-nos nas chupadas, até que ele derramou todo o leitinho que tinha acumulado em nossos rostos, bocas e corpo. Daí levantam-nos e trocamos um delicioso beijo triplo. Saciados, fomos para o banheiro, nos lavamos, nos vestimos e retornamos para a sala, onde ficamos conversando e bebendo as demais cervejinhas que tínhamos comprado. Lá pelas tantas da madruga, ele disse que a conversa estava boa, mas tinha de ir embora, pois trabalharia na tarde seguinte e pretendia dar uma descansada em sua casa. Despedimo-nos dele que prometeu voltar no dia seguinte para almoçar conosco e quem sabe saborear-nos como sobremesa. Logo que ele saiu, eu e minha amiga fomos para cama dormir, mas antes de dormirmos, ainda nos chupamos até gozarmos uma na boca da outra. Daí apagamos e só despertamos por volta das dez horas da manhã. Levantamos, tomamos um banho juntinhas e fomos fazer algo para comer. Depois ela foi na casa dela e mais tarde retornou, trazendo algumas peças de roupas, para sairmos a noite pra balada e para o dia seguinte, quando nosso novo amigo fodedor, viria almoçar e passar o resto da tarde e noite com a gente. O que aconteceu conforme combinado, mas o que aconteceu, é outra história, que conto outra hora.
L.C – Volta Redonda - RJ
          FUTEBOL NA GUERRA        

Em tempo de Guerra o futebol teve vez até no front




Pegando o gancho do post anterior sobre centenário, em 2014 também marca um século do início da I Guerra Mundial, conflito sangrento ocorrido principalmente na Europa e que deixou um saldo de milhões e milhões de mortos entre soldados, civis e até animais. 

De um lado os "Aliados", compostos por França, Grã-Bretanha, Rússia, Bélgica, Sérvia, Itália (começou o embate como adversária, mas se aliou em 1915) e Estados Unidos; do outro, Alemanha, Áustria-Hungria, Império Otomano e Bulgária formavam as "Potências Centrais". O confronto bélico se iniciou em 1914 e só veio ter fim em 1918 com a derrota das Potências, a queda dos otomanos e a consequente assinatura do Tratado de Versailles por parte dos alemães em 1919.

Contudo, mesmo em tempos de guerra o futebol continuava a ser praticado - não só nos países com seus campeonatos locais, mas também no campo de batalha. Foram vários relatos, documentos, registros fotográficos e livros tratando do assunto, quando soldados aproveitavam os breves momentos de descanso e/ou cessar fogo não-oficiais para se divertirem com a bola nos pés.

O cartaz acima foi uma motivação para os jovens ingleses ingressarem no front, visto a declaração do jornal germânico "Frankfurter Zeitung" de que os britânicos "não eram de nada". Já a foto é de 25 de dezembro de 1915, num campo próximo à Salonika na Grécia, numa das chamadas "Tréguas de Natal", em que soldados de ambos os lados faziam um cessar fogo para celebrarem os festejos de fim de ano.

O 17º Regimento de Middlesex ficou conhecido como o "Batalhão do Futebol" ou "The Extremers" ("Os Extemados") devido à maioria de seus componentes serem à época jogadores de futebol. Tal ideia partiu de William Joynson-Hicks, membro do Parlamento britânico. O objetivo principal era despertar o nacionalismo através do futebol. Dirigentes dos clubes e árbitros também se alistaram.

O grupo teve como um de seus líderes o escocês Richard McFadden, atacante do Clapton Orient (hoje Leyton Orient) que entre 1911 e 1915 era o ídolo maior do clube e seu maior artilheiro. O jogador morreu durante os confrontos e hoje é reverenciado pelos torcedores do modesto time inglês ao lado de dois colegas de equipe também mortos na guerra, William Jonas e George Scott.

Os jogos nos terrenos castigados pela guerra muitas vezes eram à base do improviso: bolas feitas de lata, entulhos diversos e arames; as traves muitas vezes eram apenas as botas dos soldados alinhadas e os combatentes corriam atrás da vitória mesmo com seus pesados uniformes. 


Ingleses e alemães rivalizavam também nas peladas durante a guerra



O ex-combatente Ernie Williams, em uma entrevista à rede BBC inglesa há alguns anos, recordou uma das partidas mais famosas da época. "Uma bola foi lançada do lado dos alemães e, em poucos instantes, vários soldados começaram a jogar. Havia umas 200 pessoas e todas pareciam estar se divertindo. Ninguém com más intenções entre nós e não havia juiz, nem placar". 

Vários jogadores britânicos, que inclusive atuavam por suas seleções, estiveram no "Batalhão do Futebol" durante as batalhas de Deville Wood e Guillemont  - essas duas na Batalha do Somme - e na Batalha de Arras em 1917. Nomes como o do já citado escocês McFadden, do zagueiro Frank Buckley (Bardford City e Inglaterra), do meiocampista Lyndon Sandoe (Cardiff City e País de Gales) e todo o time do Hearts of Midlothian da Escócia engrossaram as fileiras nas trincheiras da I Guerra Mundial.


Exeter City de 1914: sete dos jogadores que enfrentaram o Brasil foram à guerra



Na postagem anterior  relembramos os 100 anos de história da Seleção Brasileira de futebol. E em sua primeira partida o adversário foi o inglês Exeter City, com vitória brasileira por 2 a 0 no campo da Rua Guanabara, atual Laranjeiras, no Rio de Janeiro. A I Guerra estava em seu começo no dia 21 de julho daquele ano, mas devido às dificuldades de comunicação da época os britânicos ainda não tinham conhecimento do conflito - só ficaram sabendo quando estavam retornando à Europa a bordo do navio Alcântara.

Relatos de alguns dos jogadores deram conta de que com o navio portando uma bandeira inglesa em seu mastro houve o temor da embarcação ser atacada pelas forças inimigas. Porém, felizmente a viagem foi realizada sem transtornos e os únicos tiros ouvidos foram de navios franceses como advertência para o confronto durante a passagem pelo Canal da Mancha.

Aidan Hamilton, autor do livro "Have you ever played Brazil? - The story of Exeter City's 1914 tour to South America" ("Você já jogou contra o Brasil? - A história da turnê de 1914 do Exeter City pela América do Sul", inédito no Brasil), relata que 7 dos 11 jogadores que entraram em campo no histórico jogo contra os brasileiros foram convocados para a guerra: o goleiro Reg Loram, o médio e capitão do time Jimmy Rigby, os zagueiros Jack Fort e Sammy Strettle, e os atacantes Charlie Pratt, Billy Lovett, Fred Goodwin e Fred Whittaker - estes dois últimos integrando o "Batalhão do Futebol". Ainda segundo Hamilton, Goodwin sofreu sérios ferimentos nos confrontos e jamais voltou a atuar. 

Afora estes citados, quatro atletas dos quadros do clube inglês que não estiveram presentes na excursão ao continente americano, também se alistaram: William Kirby, Arthur Evans, Fred Hunt e Kadie White - todos mortos no conflito.


Todo o time do Hearts, da Escócia, participou da I Guerra




O alistamento militar na Grã-Bretanha não era obrigatório até 1916, por isso o governo teve que apelar para o nacionalismo aliado ao futebol, já que era a principal prática esportiva da ilha europeia naquele tempo. Atraídos por esse chamamento patriótico, todos os jogadores do escocês Hearts alistou-se em 1914 no "Batalhão do Futebol" para os combates contra os alemães e seus aliados.

O galês Bertie Felstead, outro ex-combatente da I Guerra, registrou em um relato encontrado após sua sua morte em 2001 que "não era um jogo propriamente dito, eram todos contra todos em que chutávamos a bola sem objetivo. Poderia haver uns 50 de cada lado, eu acho. Eu joguei porque realmente gostava de futebol. Não sei quanto tempo durou. Provavelmente uma meia hora, e ninguém estava contando o placar". 

Ou seja, o futebol serviu como instrumento de integração e paz entre as forças rivais, tal qual como aconteceu em fevereiro de 1969, quando o Santos de Pelé fez uma excursão pela África. Na ocasião o time paulista conseguiu que o Zaire (atual República Democrática do Congo), que vivia um grande conflito interno entre blocos étnicos e políticos, vivesse um dia de cessar fogo para que a população pudesse acompanhar o maior jogador do planeta e seus companheiros em campo.

O "Batalhão do Futebol" foi desmobilizado em 1918, ano do fim da guerra, e contabilizou várias perdas para o esporte britânico. Em 2010 foi erguido o memorial para o 17º Regimento de Middlesex na cidade francesa de Longueval, no norte do país. Placas de granito com nomes dos atletas/combatentes mortos encontram-se no local para que os fãs de diversos clubes possam prestar homenagens aos seus heróis das batalhas nos campos de futebol e de guerra.




Cartaz: Johnson, Riddle & Co., Ltd., de Londres/ING
Foto 1: Getty Images
Foto 2: Chester Chronicle
Fotos 3 e 4: Autor desconhecido


          IRMÃOS SEPARADOS POR UMA COPA        


Kevin e Jerôme Boateng: irmãos separados pela Copa




É normal dois irmãos se enfrentarem em nível de clubes, como já ocorreu com os holandeses Ronald e Frank de Boer, os dinamarqueses Michael e Brian Laudrup, aquio no Brasil entre o volante Fernando (ex-Flamengo) e o meia Carlos Alberto (ex-Vasco), entre muitos outros. Mas seria inimaginável dois irmãos nascidos no mesmo país, criados juntos, atuarem por duas seleções diferentes e se enfrentarem, concordam? Pois os irmãos Kevin-Prince e Jérôme Boateng se tornaram pioneiros nesta prática numa Copa do Mundo.. 

Ambos são nascidos em Wilmersdorf, vilarejo nos arredores da capital alemã Berlin, filhos de mãe alemã e pai ganês. Kevin-Prince nasceu em 6 de março de 1987, enquanto Jérôme, em 3 de setembro de 1988. O primeiro, meia, começou a dar seus primeiros passos no futebol nas categorias de base do amador Reinickendorfer Füchse e logo após ingressou nos juvenis do Hertha Berlin. Já o segundo, que é zagueiro, deu seus primeiros chutes no Tennis Borussia Berlin e logo depois juntou-se a Kevin nas escolinhas do Hertha.

A separação dos irmãos começou quando o mais velho foi contratado pelo inglês Tottenham Hotspur em 2007 após duas temporadas entre os profissionais do clube alemão. Jérôme permaneceu em Berlin por mais alguns meses até ser negociado com o Hamburgo. Pelo bom futebol apresentador pelos dois naturalmente foram convocados para a seleções de base da Alemanha. Kevin defendeu as cores sub-21 germânicas até 2007, enquanto seu irmão atuou até 2009 e conseguiu o título europeu na categoria.

Jérôme foi convocado para a seleção alemã principal pela primeira vez em outubro de 2009 para uma partida diante da Rússia - neste jogo foi expulso após receber dois cartões amarelos. Já Kevin havia sido preterido devido à forte concorrência no setor de meio-campo alemão, que já contava com nomes de bastante qualidade como Ballack, Schweinsteiger, Trochowski, Khedira e etc.

Em 2009, mesmo após conselhos de seu ex-treinador do Hertha Berlin Dieter Hoeneß de optar por defender seu país natal, Kevin-Prince comunicou ao atual técnico do selecionado Joachim Löw que vestiria a camisa de Gana para disputar a Copa do Mundo de 2010 na África do Sul. Já seu irmão caçula, que à época acertou sua ida para o Manchester City, continuava a disputar as partidas eliminatórias para o torneio pela Alemanha e foi convocado para a disputa da competição, assim como Kevin. Curiosamente, este último, então atleta do Portsmouth, foi responsável pelo corte do capitão alemão Michael Ballack do Mundial, quando atingiu de forma violenta o "conterrâneo" do Chelsea, que teve os ligamentos de seu tornozelo lesionados, na decisão da FA Cup inglesa.

Quis o destino que alemães e ganeses caíssem no mesmo Grupo D da Copa e em 23 de junho de 2010, na cidade de Joannesburgo, pela primeira vez na história do futebol dois irmãos se enfrentassem por duas seleções distintas. Jérôme Boateng se deu melhor que Kevin-Prince Boateng e os alemães venceram os ganeses por 1 a 0.

Jerôme defende as cores do Bayern de Munique desde 2011 e está novamente entre os 23 convocados por Löw para a disputa do Mundial aqui do Brasil. Já Kevin-Prince deixou o Portsmouth logo após a Copa de 2010 rumo ao italiano Genoa. Depois passou por Milan e hoje veste a camisa do alemão Schalke 04. Neste dia 21 de junho de 2014 em Fortaleza, apenas 2 dias antes de se completarem 4 anos exatos do primeiro embate histórico, irmãos separados por uma Copa voltarão aos gramados defendendo suas nações, seja de nascimento ou de adoção.

Abaixo, dados e estatísticas dos irmãos em lados opostos na Copa do Mundo.


* Nome: Jérôme Boateng

* Nascimento: 3 de setembro de 1988 em Wilmersdorf/ALE

* Posição: zagueiro

* Clubes (4): Hertha Berlin (2006/07), Hamburgo (2007 a 2010), Manchester City/ING (2010 a 2011) e Bayern de Munique (desde 2011)

* Títulos (10): Campeonato Europeu de Seleções sub-21 (2009), FA Cup (2011), Supercopa Alemã (2012), Liga dos Campeões da Europa (2012/13), Supercopa da UEFA (2013), Mundial de Clubes (2013), Copa da Alemanha (2012/13 e 2013/14) e Campeonato Alemão (2012/13 e 2013/14)

* Seleção alemã: 40 partidas e nenhum gol desde 2009


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* Nome: Kevin-Prince Boateng

* Nascimento: 6 de março de 1987 em Wilmersdorf/ALE

* Posição: meio-campo

* Clubes (7): Hertha Berlin (2005 a 2007), Tottenham Hotspur/ING (2007 a 2009), Borussia Dortmund (2009), Portsmouth/ING (desde 2009), Genoa/ITA (2010), Milan/ITA (2010 a 2013) e Schalke 04 (desde 2013)

* Títulos (3): Copa da Liga inglesa (2007/08), Campeonato Italiano (2010/11) e Supercopa da Itália (2011)

* Seleção ganesa: 6 partidas e 2 gols desde 2010



Obs.: Dados atualizados até 20/06/2014 


Foto 1: Alessandra Tarantino/AP
Foto 2: TheFA.com

          O ADEUS AO PANTERA NEGRA        



Eusébio, o Pantera Negra: maior nome do futebol português




O futebol mundial perdeu neste domingo, dia 05, mais um de seus geniais artistas. Morreu em Lisboa, vítima de uma parada cardiorrespiratória aos 71 anos, o ex-atacante português Eusébio, mais conhecido como Pantera Negra, ídolo máximo do Benfica e da seleção lusa. Fez história ao liderar o alvirrubro lisboeta ao título europeu em 1961/62 e Portugal ao honroso 3º lugar na Copa do Mundo 1966, quando foi seu artilheiro com 9 gols.

Eusébio da Silva Ferreira é natural de Moçambique, nascido a 25 de janeiro de 1942 em Lourenço Marques, hoje Maputo, então capital da colônia portuguesa na África. Como a maioria dos garotos africanos, Eusébio gostava de jogar bola com seus amigos pelos campos de sua cidade. Tanto que em meados dos anos 50 o grupo de colegas formou o clube Brasileiros, em homenagem à seleção vice-campeã mundial de 1950.

O talento do atacante era latente e chamou a atenção de algumas pessoas ligadas ao futebol profissional de Moçambique. Tanto que foi levado para testes no Desportivo de Lourenço Marques, clube que era uma espécie de filial do Benfica de Portugal e que tinha em seu histórico a revelação para o mundo do meia Mário Coluna, ídolo português nos anos 50 e 60 e que, futuramente faria uma grande parceria nos gramados com Eusébio.

Contudo, a comissão técnica do Desportivo não se interessou pelo futebol do jovem jogador e o dispensou após a temporada de treinos. Eusébio então foi levado ao rival Sporting para mais testes e logo encantou os olheiros do time, trazendo o então promissor garoto para suas categorias de base em 1957.

Sua performance dentro de campo já demonstrava todo seu potencial para ser um gênio da bola. Tanto que um observador da poderosa Juventus de Turim já queria levá-lo para a Itália ainda em 1957. Entretanto, sua mãe Elisa Anissabeni não permitiu a sua ida para a Europa naquela ocasião.

Eusébio atuava tanto no time de baixo quanto no principal e assim ajudou o Sporting a conquistar o campeonato de Moçambique no ano de 1960, seu primeiro título dos vários que viria a conquistar como jogador de futebol. No clube foram impressionantes 77 gols e 43 jogos.

Outra vez o futebol brasileiro entraria na vida do atacante moçambicano: depois de observar as suas atuações durante uma excursão ao país, o então treinador da Ferroviária de Araraquara Bauer (ex-craque do São Paulo e da seleção brasileira convidou Eusébio para jogar no São Paulo, ideia refutada pelo atleta.

Quem teve a imensa sorte de contar com o futebol do futuro craque foi o Benfica de Portugal, clube de infância de Eusébio e onde jogava seu ídolo Coluna. Porém, sua contratação pelos Águias foi bastante conturbada, tendo em vista o Sporting de Lourenço Marques ser uma espécie de filial do homônimo português e maior rival dos Encarnados do Estádio da Luz. Daí o alviverde de Lisboa pretendia levar o jogador como júnior e os benfiquistas apelaram para a sua mãe com dinheiro a fim de que o jogador vestisse a camisa vermelha - e assim aconteceu. Tal episódio criou um mal estar entre os dois adversários da capital.

Com a camisa do Benfica Eusébio atuou por 15 anos e consagrou-se de vez. O fã ultrapassou o ídolo (Mário Coluna) e tornou-se o maior jogador da história do clube e do país em todos os tempos. O mínimo para quem durante todo esse período marcou 638 gols em 614 jogos - média impressionante de mais de um por partida - e faturou quase 20 títulos entre Liga e Copa Portuguesa e torneios europeus. Além de inúmeros prêmios individuais de artilharia (entre elas 3 de Copa dos Campeões da Europa) e melhor jogador de torneios.

Em 1975 deixou o clube que o elevou aos maiores patamares que um atleta do futebol pode levar e, aos 33 anos, o Pantera Negra foi se aventurar em solo norte-americano para atuar por Boston Minutemen e Toronto Metros, com uma rápida passagem pelo mexicano Monterrey entre os dois. No clube canadense teve sua última grande atuação na carreira marcando 18 gols na Liga dos Estados Unidos e faturando o título. Em 1976 voltou para Portugal e assinou com o modesto Beira-Mar. Mas aos 34 anos o físico já não ajudava o craque de chute certeiro e habilidade descomunal. Muitas lesões começavam a acompanhá-lo e prejudicavam suas exibições. 

Em 1977 retornou para a América do Norte e até 1980 ainda vestiu a camisa do Las Vegas Quicksilvers, do New Jersey Americans e do Buffalo Stallions, com uma rápida volta ao futebol de seu país na segunda divisão com o União de Tomar. Aos 38 anos o Pantera Negra encerrava sua brilhante passagem pelos gramados e deixava um enorme legado para o esporte.

Pela seleção de Portugal, Eusébio (que por ter nascido em colônia lusitana tinha direito à cidadania portuguesa) marcou época em sua passagem de 12 anos entre 1961 e 1973. Estreou na seleção das Quinas diante de Luxemburgo na surpreendente derrota por 4 a 2 no dia 8 de outubro em partida válida pelas Eliminatórias para a Copa de 1962. E já no seu jogo inicial deixou sua marca.

Mas foi no Mundial de 1966 que Eusébio entraria de vez para a galeria dos grande gênios do futebol. Na Inglaterra o Pantera só não fez chover e liderou Portugal rumo ao 3º lugar logo na estreia do país na competição. De quebra foi o artilheiro do torneio com 9 gols e fez parte da seleção dos melhores jogadores da Copa.

Depois de pendurar as chuteiras, Eusébio sempre esteve ligado ao Benfica e à seleção portuguesa, equipes que foram marcantes em sua rica trajetória como jogador. Uma estátua em tamanho natural foi erguida no Estádio da Luz, mostrando a idolatria do povo lusitano ao seu craque maior. Porém, sua saúde começou a sofrer com problemas vasculares a partir de 2007, quando deu entrada em um hospital em Lisboa. Desde então a hipertensão e o colesterol alto passaram a ser os grandes adversários do craque lusitano.

Em 2012, durante a Eurocopa na Ucrânia e na Polônia sofreu um Acidente Vascular Cerebral (AVC) e foi socorrido para um hospital em Poznań, na Polônia. Recuperado, passou a ter cuidados intensivos desde então. 

Mas na madrugada do dia 04 para 05 de janeiro de 2014 uma parada cardíaca enquanto dormia em sua residência em Lisboa finalmente parou o atacante que tanto ultrapassava as barreiras que seus adversários defendiam nos gramados com tanta facilidade.

Eusébio receberá todas as homenagens possíveis durante seu funeral, que começará no Estádio da Luz ainda neste domingo, e que foi o palco principal de suas grandes façanhas com a bola nos pés. O Pantera Negra foi e é inspiração não só para os portugueses, mas para todos os torcedores ao redor do mundo. Um exemplo de caráter e grande dedicação ao esporte mais popular do planeta. Foi-se o homem, mas seu legado é imortal.

Abaixo, dados e estatísticas do maior jogador do futebol português - e um dos maiores da história.


* Nome: Eusébio da Silva Ferreira

* Apelido: Pantera Negra

* Nascimento: 25/01/1942 em Lourenço Marques/Moçambique (atual Maputo)

* Posição: atacante

* Clubes (10): Sporting de Lourenço Marques/MOC (1957 a 1960), Benfica (1960 a 1975), Boston Minutemen/EUA (1975), Monterrey/MEX (1975), Toronto-Metros/CAN (1975 a 1976), Beira-Mar (1976), Las Vegas Quicksilvers/EUA (1976 a 1977), União de Tomar (1977 a 1978), New Jersy Americans/EUA (1978 a 1979) e Buffalo Stallions/EUA (1980)

* Títulos (19): Campeonato Moçambicano (1960), Campeonato Português (1960/61, 1962/63, 1963/64, 1964/65, 1966/67, 1967/68, 1968/69, 1970/71, 1971/72, 1972/73 e 1974/75), Taça de Portugal (1961/62, 1963/64, 1968/69, 1969/70, 1971/72), Copa dos Campeões da Europa (1961/62) e Liga norte-americana (1976)

* Seleção portuguesa: 41 gols em 64 jogos entre 1961 e 1973

* Principais honras individuais: Jogador do ano na Europa (1965), Chuteira de Ouro da Europa (1968 e 1973), Bola de ouro da Copa do Mundo (1966) e "FIFA 100" (lista dos 125 maiores jogadores de todos os tempos promovida pela FIFA e escolhida por Pelé, o maior jogador da história)




Fotos 1 e 2: Autores desconhecidos
Foto 3: P. Fernandes

          FUTEBOL TAMBÉM TEM SEUS MOMENTOS DE TRISTEZA        

Fim de semana de futebol que quase termina em tragédia pelo Brasil




Nem sempre o futebol é só alegria para torcedores e profissionais que trabalham no meio, seja dentro dos próprios clubes, prestam serviços (como policiais, vendedores, etc.) ou na imprensa. No fim de semana que passou dois fatos lamentáveis aconteceram no que deveria ser apenas mais uma rodada do esporte mais popular do país.

De um lado o poderoso Palmeiras, amargando a Série B em 2013, enfrentando o menos tradicional ABC em Natal no estádio Frasqueirão (1ª foto). O que se viu foi um "ensardinhamento", se é que podemos falar assim, de torcedores no portão de entrada C do estádio. As imagens não mentem e só comprovam que houve falta de bom senso e de organização do evento, colocando em risco o real motivo de existência do futebol: o torcedor. Jovens e adultos correndo perigo de esmagamento contra o alambrado do estádio, relembrando a tragédia de Hillsborough na Inglaterra, em 1989, em que quase 100 pessoas morreram ora asfixiadas, ora esmagadas por superlotação. Enquanto isso dirigentes do time natalense, Polícia Militar e demais envolvidos diretamente com a organização do evento ficam jogando a culpa uns nos outros.

Do outro, pela Série A, o maior clássico do estado do Paraná: Atlético e Coritiba - o "Atletiba". O que também era pra ser uma disputa apenas na bola passou para as arquibancadas - e de maneira nada saudável. Uma briga entre torcidas no estádio da Vila Capanema (2ª foto) provocou vários feridos, inclusive com queda de alambrado e policiais atirando em direção às pessoas com balas de borracha. Por pouco outra tragédia não acontecia nos gramados brasileiros e alguma providência deve ser tomada para se encontrar os culpados pelos graves ocorridos.

Dessa forma como se pode popularizar o esporte no país? Crianças ficam traumatizadas e adultos não vão mais por temerem outras confusões parecidas com riscos até de morte. E olha que ambas as cidades são sedes da próxima Copa do Mundo. É assim que os gestores do nosso futebol querem fazer a "maior Copa da história"? Muito complicado.

Aproveitando o mote relembro uma postagem deste blog de fevereiro de 2012 que tratou das maiores tragédias da história do futebol mundial. E vejam que algumas são bem parecidas com os tristes acontecimentos do sábado e do domingo aqui no Brasil - que por sorte não entraram nas péssimas estatísticas que serão mostradas a seguir.


NEM SEMPRE O FUTEBOL TRAZ ALEGRIAS

Postagem de 04/02/2012



Infelizmente nem sempre o futebol traz alegria e emoção ao torcedor. Assim como qualquer outra atividade na vida tem seus momentos de tristeza e amargura, como o que vimos na última semana em Port Said, no Egito, onde 74 pessoas morreram e outras centenas saíram feridas após uma partida pela liga local entre Al-Masry e Al-Ahly.

A história mostra, ao lado de triunfos e da euforia de equipes e torcidas vitoriosas, que os problemas dentro e fora dos estádios são bem antigos. Sejam por má gestão da organização do evento, estruturas precárias, pela fúria desenfreada de vândalos travestidos de torcedores ou, simplesmente, por ineficiência da segurança no local. E o fato lamentável ocorrido em solo egípcio foi mais um a entrar nas estatísticas do lado triste que o futebol tem – e que pelo visto vai demorar muito a ficar sem solução, não sei se por negligência das autoridades ou por falta de civilidade de quem frequenta esses locais.

O primeiro desastre oficialmente registrado em estádios ocorreu em 1902 na Escócia, no Ibrox Stadium. Algum tempo depois tivemos os desastres em Burnden Park, na Inglaterra, na década de 40, no Heysel Stadium em Bruxelas, na Bélgica, e em Hillsborough em Sheffield, na Inglaterra nos anos 80, na Guatemala em 1996, pelo continente africano e até aqui no Brasil – mais precisamente na Bahia – na década passada, entre outros.

Ou seja, o esporte já testemunhou em mais de um século diversos problemas desta natureza em ambientes que deveriam se restringir à prática desportiva. Sempre é assunto recorrente a (in)segurança do público nos estádios de futebol. Por isso mesmo o blog vai relembrar algumas das principais tragédias ocorridas na história do futebol por ordem cronológica.


Ibrox Stadium (Glasgow/ESC) – 05 de abril de 1902


Vista da arquibancada que desabou



No decorrer de uma partida entre a seleção escocesa e a inglesa um lance de arquibancadas recém inauguradas do estádio desabou, ferindo 517 pessoas e matando outras 25. O motivo foi o colapso da estrutura de madeira, que alicerçada por vigas de aço, após um intenso temporal que caíra sobre a cidade na noite anterior ao jogo, que foi suspenso no início do segundo tempo e reiniciado no dia 03 de maio no estádio Villa Park em Birmingham na Inglaterra. Tal evento motivou as federações de futebol de todo o Reino Unido a abolir o uso das vigas metálicas nas arquibancadas e substituí-las por estruturas de concreto.



Burnden Park (Bolton/ING) – 09 de março de 1946


Mortos e feridos após tumultuo em Bolton



Durante as quartas-de-final da FA Cup entre Bolton Wanderers e Stoke City milhares de pessoas entraram no estádio sem pagar ingresso, causando superlotação. Cerca de 85 mil espectadores se amontoaram num espaço projetado para receber 70 mil e o resultado foi o desabamento de uma das arquibancadas, que resultou na morte de 33 pessoas e em aproximadamente 500 feridos. Até então era a maior tragédia ocorrida em gramados ingleses em todos os tempos. Por incrível que pareça a partida foi interrompida após o acontecimento e recomeçou depois de algum tempo – terminou empatada em 0 a 0.



Estádio Nacional (Lima/PER) – 24 de maio de 1964


Lima 1964: maior tragédia dentro de um estádio da história do futebol



As seleções do Peru e da Argentina duelavam por uma vaga nos Jogos Olímpicos de Tóquio e os donos da casa jogavam por um simples empate para se classificarem. Entretanto, os argentinos abriram o placar, mas perto do fim da partida os peruanos empataram para delírio da torcida presente. Só que o árbitro da partida invalidou o gol, minando completamente as chances peruanas de irem ao Japão. Os torcedores se revoltaram e começaram a atirar tijolos e pedras para o gramado e a polícia local revidou com gás lacrimogêneo. Dois portões do estádio estavam trancados onde um segurança ficava no local. O tumultuo foi aumentando e com as duas saídas fechadas as pessoas começaram a ser esmagadas e asfixiadas com o amontoamento de gente em pânico. Foi a maior tragédia da história do futebol dentro de um estádio: 318 mortos e cerca de 500 feridos. 



Ibrox Stadium (Glasgow/ESC) – 02 de janeiro de 1971


Vítimas da segunda tragédia em Ibrox sendo socorridas



Rangers e Celtics faziam o Old Firm, tradicional clássico escocês cuja rivalidade entre as torcidas é uma das maiores do planeta (assunto já retratado aqui no blog) – se não a maior – e requer todos os cuidados, quando os Bhoyz fizeram 1 a 0 aos 44 minutos da etapa final. Com a iminente derrota vários torcedores dos Gers começaram a se deslocar para a saída do estádio, entretanto, nos acréscimos, o atacante Colin Stein empatou a partida, provocando o retorno em massa de muitas pessoas que já tinham se deslocado para comemorar o gol da igualdade. O resultado foi um tumultuo generalizado na escadaria número 13 do Ibrox, que culminou com o esmagamento e morte de 66 pessoas – entre elas várias crianças – por asfixia e deixando outras 150 feridas.



Valley Parade (Bradford/ING) – 11 de maio de 1985


Pânico após incêndio em Bradford



Após conquistar o retorno à segunda divisão inglesa naquela temporada, o Bradford City jogava contra o Lincoln City pelas rodadas finais da “Terceirona”. O que era para ser um jogo festivo para os torcedores virou tragédia após supostamente uma ponta de cigarro atirada por um torcedor embaixo das arquibancadas principais, feitas de madeira, ter dado início a um incêndio de grandes proporções. O jogo foi suspenso e o saldo final foi de 56 mortes e 256 pessoas feridas.



Heysel Stadium (Bruxelas/BEL) – 29 de maio de 1985


Tragédia de Heysel: a mais conhecida



Certamente a tragédia dentro de estádio mais conhecida da história, pois envolveu uma final de Copa dos Campeões da Europa (atual Liga dos Campeões) entre Juventus/ITA e Liverpool/ING. Nos dias que antecediam a decisão as autoridades belgas, já sabedoras das possíveis conseqüências do encontro das duas torcidas, anunciaram uma série de medidas a fim de se evitar o confronto: revista em todos os espectadores na entrada para o jogo, proibição de venda de bebidas alcoólicas nas cercanias do estádio e um destacamento de 1500 policiais para garantir a segurança. Contudo, alguns bares próximos ignoraram as recomendações e serviram normalmente os torcedores. Fora do Heysel os distúrbios já começaram entre os Hooligans (os baderneiros) de ambas as equipes ao ponto de uma joalheria na vizinhança ter sido saqueada. Havia um planejamento para uma grande divisão das torcidas nas arquibancadas, entretanto, o que se viu foi a tribuna norte apinhada de torcedores dos dois clubes, separados apenas por uma simples grade de alguns policiais. Os britânicos começaram a provocação e o tumultuo ganhou proporções sem controle. Os confrontos começaram ali mesmo entre ingleses e italianos, tanto que a grade que separavam os rivais cedeu à pressão. Vários torcedores da Juventus foram agredidos pelos ingleses, inclusive com barras de ferro. Tamanho o pânico na torcida que o muro também cedeu e levou junto mais algumas dezenas de pessoas. O resultado do ocorrido foi a culpa do incidente imputada aos ingleses, um balanço final de 38 mortos e um número não confirmado de feridos. A polícia não deteve ninguém, mas os clubes ingleses sofreram uma dura punição: banimento das competições européias por um período de 5 anos. O jogo, relegado ao segundo plano, terminou 1 a 0 para a Vecchia Signora.



Hillsborough (Sheffield/ING) – 15 de abril de 1989


Hillsborough: mais um caso de superlotação no estádio



Mais uma vez uma FA Cup via uma tragédia dentro de um campo de futebol. Desta vez valendo pelas semifinais, Liverpool e Nottingham Forest iam se confrontar no campo do Sheffield Wednesday FC, que tinha capacidade para quase 40 mil espectadores. A polícia local dividiu as torcidas nas arquibancadas e abriu um portão para a saída, que resultou num tumultuo generalizado com torcedores do Liverpool entrando por ele, causando uma superlotação do setor Lepping Lane Ends reservado aos fãs dos Reds. A pessoas iam sendo esmagadas no alambrado que separava o público do gramado até que a estrutura cedeu à pressão. A partida foi cancelada. O saldo foi de 96 mortos e 766 feridos, configurando-se na maior tragédia em estádios britânicos da história.



Estádio Armand Césari (Bastia/FRA) – 05 de maio de 1992


Arquibancada feita de Ãºltima hora destruída em Bastia



Bastia e Olympique de Marselha iam se enfrentar pela Copa da França e a diretoria dos donos da casa resolveram de última hora aumentar a capacidade do estádio em 50%, tendo em vista a importância do confronto. As autoridades locais aprovaram a nova estrutura sem nenhuma restrição. Momentos antes do jogo o novo setor já estava sendo tomado e não suportando o peso do público desabou matando 18 pessoas e ferindo aproximadamente outras 2300.



Estádio Mateo Flores (Cidade da Guatemala/GUA) – 16 de outubro de 1996


Avalanche humana na Guatemala



Guatemala e Costa Rica iam se enfrentar pelas Eliminatórias para a Copa do Mundo de 1998 e o estádio estava com público bem acima de seus 30 mil lugares. O motivo foi o derramamento de ingressos falsos nas mãos de cambistas que desencadeou numa avalanche humana para dentro de campo. Vários torcedores foram esmagados e pisoteados e o balanço final da tragédia foi de 150 pessoas feridas e 83 mortas.



Ellis Park (Johanesburgo/AFS) – 11 de abril de 2001


Ellis Park: quase o dobro da capacidade máxima



Em outra grande rivalidade do futebol, Kaiser Chiefs e Orlando Pirates iam se enfrentar no Ellis Park e um grande público era esperado para o confronto. O estádio tinha capacidade para 60 mil pessoas, mas incrivelmente recebeu segundo relatos da época de 90 a 120 mil espectadores. A situação já era desconfortável para a torcida presente com o pouco espaço e só piorou quando os Pirates marcaram um gol. Vários torcedores dos Chiefs revoltados quiseram invadir o gramado e o que já era uma bomba relógio prestes a explodir foi à tona! O policiamento tentou reprimir os revoltosos lançando gás lacrimogêneo sobre os invasores, mas a o tumultuo só aumentou. Muitas pessoas foram pisoteadas na confusão – 43 morreram e cerca de 150 ficaram feridas.



Accra Sports Stadium (Accra/GAN) – 09 de maio de 2001


Incidente em Gana foi o maior da história do continente africano



Poucos dias depois da tragédia no Ellis Park foi a vez do futebol ganês viver momentos de terror dentro do estádio de futebol – e em mais um clássico local. Accra Hearts of Oaks e Asante Kotoko se enfrentavam para uma casa lotada e a partida terminou em 2 a 1 para os anfitriões. Indignada com o resultado, a torcida visitante começou um tumultuo nas arquibancadas e passou a arremessar assentos e garrafas de plásticos para o gramado. O policiamento local reagiu com gás lacrimogêneo e provocou pânico generalizado nas pessoas presentes, que tentaram fugir desordenadamente. Com os portões fechados vários torcedores se amontoaram, causando a morte de 127 pessoas por esmagamento e asfixia. Esta foi a maior tragédia dentro de um campo de futebol da história do futebol africano. O detalhe mais triste é que não havia mais equipe médica no estádio – eles haviam deixando o local minutos antes da confusão.



Fonte Nova (Salvador/BRA) – 25 de novembro de 2007


Salvador: estádio em péssimo estado de conservação



Em jogo válido pela fase final da Série C do Campeonato Brasileiro, Bahia e Vila Nova/GO se enfrentavam em campo e o jogo estava 0 a 0 para um público de cerca de 60 mil pessoas. Aos 43 minutos do 2º tempo uma parte das arquibancadas do estádio desabou matando 7 pessoas e ferindo 40. O laudo divulgado posteriormente constatou que o estado das estruturas da Fonte Nova era péssimo.



Port Said Stadium (Port Said/EGI) – 01 de fevereiro de 2012


Port Said: jogadores são alvos da ira dos revoltosos



Depois da vitória de 3 a 1 do anfitrião Al-Masry sobre o Al-Ahly vários torcedores do clube local invadiram o gramado e atacaram a torcida e os jogadores visitantes e a polícia com pedras, artefatos de fogo, facas, garrafas, pedaços de pau e até espadas. Os atletas fugiram para o vestiário. Milhares de revoltados transformaram o estádio em uma praça campal de guerra, que teve como saldo final 79 mortos e mais de 1000 feridos. As autoridades egípcias investigam o caso e abriram a possibilidade do motivo do confronto não ser apenas esportivos, mas também político, visto que o país recentemente passou por um sangrento processo de mudança no governo.



Foto 1: Augusto Gomes - G1/RN
Foto 2: Geraldo Bubniak - Fotoarena
Foto 3: Autor desconhecido
Foto 4: Merseyside Potters
Foto 5: TPS
Foto 6: Daily Record
Foto 7: Bradford Timeline
Foto 8: Daily Mail
Foto 9: Bleach Report
Fotos 10 e 11: TVXS
Foto 12: Odd Culture
Foto 13: Futura Press
Foto 14: Reuters


          PRÊMIO BELFORD DUARTE, O "FAIR PLAY" BRASILEIRO        

Belford Duarte: o exemplo de Fair Play brasileiro que virou prêmio




Vimos no útlimo fim de semana a esperada eliminação da simpática seleção do Taiti da Copa das Confederações após mais uma goleada sofrida, desta vez para os uruguaios por 8 a 0 - totalizando 24 gols tomados em 3 partidas. Entretanto, um prêmio de "consolação" estava em disputa para os taitianos: o Fair Play da FIFA, cujo vencedor é a equipe mais disciplinada de uma competição organizada por ela. No caso os polinésios não haviam tomado um cartão sequer durante o torneio, contudo, na partida diante do Uruguai, o zagueiro Ludivion acabou tomando dois amarelos e, consequentemente, o vermelho, deixando em aberto a disputa pelo mérito.

Aqui no Brasil um prêmio nos moldes do Fair Play da FIFA existe desde os anos 40, mais precisamente 1945: o Belford Duarte. Tal honraria no princípio era destinada ao jogador de futebol, seja profissional ou amador, que em suas carreiras (com pelo menos duzentas partidas oficiais em 10 anos) não tivesse sido expulso. A premiação, concedida pela então CND (hoje CBF) consistia em uma medalha de prata (para os atletas profissionais) ou ouro (para os amadores), um diploma e uma carteira que dava acesso aos estádios brasileiros gratuitamente em dias de jogos. Em 1981 a concessão foi suspensa e só voltou a acontecer em 1995.

Mas aí você pode estar me perguntando: e quem foi Belford Duarte? E o blog responde: João Evangelista Belford Duarte foi um ex-jogador de futebol, treinador e dirigente nascido em São Luís/MA em 27 de novembro de 1883. Em 1898, já em São Paulo, estudava na universidade Mackenzie, onde junto com alguns colegas ajudou a fundar a Associação Atlética Mackenzie College, primeiro time do país a ser criado exclusivamente por brasileiros. Jogou várias partidas pelo clube como meiocampista, tendo inclusive participado da primeira partida oficial por um torneio da história do Brasil em 1902, quando o Mackenzie enfrentou o Germânia e venceu por 2 a 1 pelo Campeonato Paulista. 

Aos 24 anos de idade, em 1907, Belford Duarte mudou-se com a família para o Rio de Janeiro onde passou a atuar no America (escreve-se sem acento mesmo, pois em seu estatuto, à época de sua fundação em 1904, consta que sua grafia origina-se do inglês). Logo apaixonou-se pelo clube carioca e não só encerrou sua carreira lá em 1915, onde ganhou o estadual de 1913, mas como também tornou-se treinador, tesoureiro e diretor. Tamanha era sua influência no clube fluminense que mudou suas cores originais preta e branca para as atuais vermelho e branco em 1908 ainda como jogador em homenagem ao time que ajudou a fundar em São Paulo.

Era conhecido por sua extrema polidez e simpatia para com as pessoas, além da lealdade dentro de campo, sendo jamais sequer advertido por alguma entrada mais dura nos colegas de campo. Daí seu nome estampado na premiação aos atletas disciplinados do esporte. Pregava o respeito e a honestidade dentro das quatro linhas, chegando ao ponto de se auto denunciar em lances irregulares cometido por ele próprio quando a arbitragem não os marcava. Também era bastante exigente e disciplinador, ao ponto de não aceitar que seus companheiros (enquanto jogador) ou subordinados (enquanto treinador e dirigente) exagerassem na vida extra-campo. Não permitia jogadores que bebessem ou fumassem fizessem parte dos quadros America. Não à toa era o capitão de sua equipe durante o período em que jogava.

Até o fim da vida Belford Duarte percorreu o Brasil para divulgar o nome do seu clube do coração e foi inspiração para os diversos "Américas" existentes pelo país até os dias atuais. Faleceu em 1918, em seu sítio nas redondezas do município de Resende, curiosamente no dia do seu 35º aniversário, assassinado devido à conflitos de terra.

O prêmio Belford Duarte originalmente era concedido aos atletas que tivessem os pré-requisitos já citados, mas que poderiam estar na ativa. Tal condição foi alterada em 1995 premiando apenas os "aposentados" para evitar que um jogador que tivesse recebido a premiação fosse expulso depois, como aconteceu com o lateral-esquerdo Everaldo, campeão do mundo com o Brasil em 1970, que poucos meses após ser condecorado agrediu um árbitro e foi suspenso dos gramados por um ano.

Alguns jogadores consagrados receberam o prêmio Belford Duarte, tais como os ex-atacantes Vavá e Evaristo de Macedo, os ex-goleiros Félix, Castilho e Gilmar, o ex-meia Didi e os ex-pontas Pepe e Telê Santana. A partir de 2008 a Rede Globo passou a organizar a premiação destinada aos jogadores mais disciplinados do Campeonato Brasileiro. 

Abaixo, dados e estatísticas de Belford Duarte, o sinônimo de Fair Play do futebol brasileiro.


* Nome: João Evangelista Belford Duarte

* Nascimento: 27/11/1883 em São Luís/MA

* Falecimento: 27/11/1918 em Resende/RJ

* Posição: meio-campo

* Clubes como jogador (2): Mackenzie/SP (1898 a 1906) e America/RJ (1907 a 1915)

* Título como jogador (1): Campeonato Carioca (1913)

* Clube como treinador (1): America/RJ (data imprecisa, talvez 1915)

* Títulos como treinador: nenhum



Foto: Autor desconhecido


          A LIGA FAROESA        



HB Tórshavn: maior vencedor da Liga Faroesa




Depois de um longo e tenebroso inverno, eis que apareço novamente nesse espaço tão bacana com informação sobre a história de curiosidades do futebol. Recebi comentários, tweets e até e-mail questionando o porquê da não atualização periódica do blog. Então retorno hoje para contar um pouco mais sobre o esporte mais popular do planeta.

O futebol existe está presente nos quatro cantos do mundo, desde nas superpotências econômicas mundiais como EUA, Japão e Alemanha, até nos mais exóticas e remotas nações como Vanuatu, Taiti, Guam, entre outros. Cada lugar tem sua liga local com suas regras específicas – algumas simples e outras bem complexas e pouco inteligíveis. Nelas podemos ver times que certamente a esmagadora maioria dos amantes do esporte jamais ouviu falar, como FC Tobol Kostanay, FK Jedinstvo, Erakor Golden Star, Quality Distributors, Inter Moengotapoe, Mtibwa Sugar, entre outros. Como informação os clubes citados são respectivamente do Cazaquistão, de Montenegro, Vanuatu, Guam, do Suriname e da Tanzânia.

No post de hoje vamos falar sobre outro campeonato de nível técnico obscuro e praticamente desconhecido do restante do planeta, mas cujo país é um dos mais fascinantes no quesito paisagens naturais: o das Ilhas Faroe. Em 2009 este blog já teve publicada uma postagem sobre a seleção da região autônoma da Dinamarca, e você pode conferi-la clicando aqui.

Como dito, as Ilhas Faroe é um país pertencente à coroa dinamarquesa, entretanto é autônomo politica e economicamente falando. É um arquipélago situado entre a Noruega e a Islândia que tem aproximadamente 1400 km² de extensão e uma população de pouco mais de 50 mil pessoas segundo dados oficiais de 2012. É uma região com paisagens exuberantes com seu mar de águas azuis e montanhas verdejantes recobrindo boa parte do território. Sua capital é Tórshavn e sua moeda é a Coroa Dinamarquesa.

O desporto é bastante praticado nas Ilhas Faroe, entretanto os atletas têm que disputar modalidades olímpicas e paraolímpicas com a bandeira da Dinamarca. E como normalmente acontece na maioria dos paises pelo mundo a fora, o futebol é o esporte mais popular entre os faroeses. Sua seleção ocupa o 161º lugar no ranking da FIFA atualmente; já a liga nacional tem o 51º coeficiente pela UEFA. 

O campeonato nacional existe desde 1942, entretanto os clubes participantes só passaram a disputar competições europeias somente 50 anos depois. Entre o ano de estreia e 1975 a primeira divisão do torneio era chamada de "Divisão dos Campeões", ou Meistaradeildin em faroês. Na primeira edição apenas quatro times disputaram a taça: TB Tvøroyri, B36 Tórshavn, HB Tórshavn e KÍ Klaksvík - sendo este último seu primeiro campeão nacional. Muitas das equipes que participam da liga faroesa surgiram antes da criação da disputa, por isso disputavam o campeonato dinamarquês até seu início. A segunda divisão passou a ser disputada em 1943, contudo não havia acesso nem descenso. Até 1971 o certame envolvia apenas quatro clubes, quando a ISF, a Associação de Esportes das Ilhas Faroe, aumentou o número de participantes para 6. Cinco anos depois mais uma vaga foi aberta para a disputa e o nome da liga de elite mudou para 1.deildin (Primeira Divisão) e o sistema de rebaixamento e acesso foi introduzido - a segundona local passou a se chamar 2.deildin. O NSÍ Runavík teve o desgosto de ser o primeiro time rebaixado da história do futebol faroês, enquanto a honra da primeira promoção coube ao Fram Tórshavn.

Em 1979 foi criada a FSF, a Associação de Futebol das Ilhas Faroe, que passou a reger o campeonato faroês e, por conseguinte, já aumentou o número de equipes da primeira divisão para oito até 1988, quando finalmente o torneio passou a contar com 10 participantes, além de fazer com que dois times caíssem e subissem de divisão. Até 1992 os vencedores da 1.deildin não entravam nos torneios continentais, contudo, neste ano, a UEFA abriu vagas para os clubes faroeses disputarem tanto a Liga dos Campeões (o campeão nacional) e a Copa da UEFA (o campeão da Copa), atual Liga Europa, na primeira fase preliminar de ambos. KÍ Klaksvík e B36 Tórshavn foram os primeiros clubes da história das Ilhas Faroe a jogarem uma fase, respectivamente, da Liga e da Copa, porém sem passarem da primeira etapa.

A partir de 2006 o nome da competição sofreu algumas mudanças por motivos de patrocínios, passando a se chamar Formuladeildin entre 2006 e 2008, Vodafonedeildin entre 2009 e 2011, e Effodeildin desde então. A segunda divisão passou, então, a receber o nome de 1.deildin. A fórmula de disputa é simples e padrão na maioria das ligas europeias: jogos em turno e returno com os dez participantes em pontos corridos. O vencedor se habilita a participar da primeira fase eliminatória da Liga dos Campeões, enquanto o segundo e o terceiro lugares vão encarar a fase inicial de qualificação da Liga Europa. Os dois últimos colocados, como já visto, são relegados para a segundona nacional.

O maior vencedor da Liga Faroesa desde 1942 é o HB Tórshvan com 21 títulos, seguido do KÍ Klaksvík com 17. O atual detentor da taça é o EB Streymur. Já os maiores artilheiros de uma única edição são os ex-atacantes faroeses Uni Arge, pelo HB Tórshavn em 1997, e Fríði Johannesen, pelo B68 Toftir em 1995, ambos com 24 gols. Como não poderia ser diferente, a liga conta com alguns brasileiros, notadamente o atacante carioca Clayton Nascimento, de 34 anos, saído da base do Tigres do Brasil/RJ e desde 2002 no ÍF Fuglafjørður, artilheiro da última edição com 22 gols; e o zagueiro baiano Alex dos Santos, de 32, que começou a carreira na Portuguesa de Desportos em 2002 e hoje veste a camisa do HB Tórshavn.

Abaixo, dados e estatísticas da Liga Faroesa de futebol.


LIGA FAROESA - 1ª DIVISÃO (EFFODEILDIN)


* Fundação: 1942

* Organização: FSF - Associação de Futebol das Ilhas Faroe (Fótbólutssamband Føroya em faroês)

* Fórmula: pontos corridos com 10 clubes jogando entre si em turno e returno

* Clubes participantes em 2013 (10): 07 Vestur, AB Argir, B36 Tórshavn, EB Streymur, HB Tórshavn, ÍF Fuglafjørður, KÍ Klaksvík, NSÍ Runavík, TB Tvøroyri e Vikingur

* Campeões: HB Tórshavn (21), KÍ Klaksvík (17), B36 Tórshavn (9), TB Tvøroyri (7), GÍ Gøta (6), B68 Toftir (3), EB Streymur (2), NSÍ Runavík (1), SÍ Sørvágur (1) e VB Vágur (1)

* Maiores artilheiros de uma edição: Fríði Johannesen (pelo B68 Toftir em 1995) e Uni Arge (pelo HB Tórshavn em 1997) com 24 gols



Foto 1: UEFA.com


          TEXTO REFLEXIVO        

OS QUATRO ALUNOS

"(Fábula sobre as diferentes maneiras de Serem estudantes, escrito por um aluno) 

Esta é uma história que se passa em qualquer canto do Brasil em qualquer escola, com qualquer aluno, comigo, com você... 
Eram quatro rapazes que estudavam numa escola em uma mesma classe: Arrependido, Falso, Mínimo e Quero-Tentar. 
Arrependido era um rapaz desanimado com os estudos, não fazia nada na sala de aula e muito menos os deveres de casa. Não pensava no seu futuro e vivia achando que estava perdendo tempo naquela escola e por isso arrependia-se por não poder ficar pelas ruas com seus colegas. Por não gostar de estudar tirava notas baixas. 
Falso era um cara mentiroso e um pouco preguiçoso para com os estudos. Ou copiava de alguém ou falsificava o que fazia, na realidade mesmo, nada fazia era tão falso quanto sua nota - apesar de ser razoável - pois tudo que precisava era colar ou confiar no amigo na hora da avaliação, raramente isto falhava. 
Mínimo era um rapaz que não pensava em ir muito longe, para este o que importava era conseguir uma nota que o aprovasse, portanto, estudava pouco, mas não 'colava' nas avaliações e não passava disso, 60% era o bastante e contentava-se com este mínimo. Sempre tinha um pensamento 'tenho boas notas porque não perdi nenhuma'. 
Quero-Tentar gostava do que fazia. Quando lhe apresentava algo novo, um problema que ele não soubesse, ele dizia: 'Vou tentar resolvê-lo' e quase sempre conseguia mesmo. 
Assim Quero-Tentar era o primeiro da classe. Em termos de aprendizagem, Mínimo era o penúltimo, Falso era o último, pois só tinha nota e não sabia nada, e Arrependido abandonou a escola. 
Hoje são todos homens feitos e cada um teve o seu destino: 
Arrependido mora numa favela chamada Tarde Demais. 
Falso, queria se político, mas infeliz descobriram sua falsidade; foi julgado e condenado por um juiz chamado Verdade. 
Mínimo, com seu conhecimento mínimo, é soldado mínimo, ganha salário mínimo e tem um comandante muito exigente chamado Máximo que sempre lhe cobra 100% 
“Quero - Tentar se saiu melhor, hoje é presidente de um país chamado ‘República Democrática dos Sucessos’.” 
Qual dos alunos citados no texto você foi até o ano anterior?
Qual pretende ser a partir de 2012? 
Justifique sua resposta. Os textos serão colocados dentro de um envelope, lacrados e abertos somente no final do ano letivo.

          plan cul adultere sur internet pour du cul        
« Rejoins-moi vite pour un plan cul chaude en France en cliquant sur ma photo. Je cherche a rencontrer un homme disponible pour un plan cul coquine dans le respect mutuel et la bonne humeur. Allez j’ai une furieuse envie de me faire defoncer le cul par un gentleman qui aura la bite bien dure. Si […]
          The Art of Lovin' Animals --- Featured Group of Artists Inspired by Their Beloved Pets.        
"Enilde And Our Children" Oil on Panel 42" x 60"
Painting by Luke Van Hook, 2003
Painting and Photograph copyright by Luke and Ginger E. Van Hook, 2004
Courtesy of the Van Hook Collection

The Art of Lovin' Animals
Features a group of artists inspired,
motivated or influenced by their beloved pets
and appear in this blog in the following order:

Joshua Elias, Simone Gad, Betty Glass, David Newsom,
Monrovia Association of Fine Arts supporters
(KidsArt Studio, PaintNPlay Art Studios, Tyson & Tillman Skate Dogs)
Family Dog and Cat Hospital in Monrovia, California (displays animal artwork).
Ginger Van Hook, Luke Van Hook,
Alex in Welderland, Elena Wolek, and Zareh.

Additionally as part of the "Art of Lovin' Animals"
there is a special book and movie review of
John Grogan's book "Marley and Me", and the recent hit movie
starring Jennifer Aniston and Owen Wilson


Written by Enilde G. Van Hook with special thanks to all participating artists!


Do you remember your first pet? I do. I even have a picture of how much bigger my cats’ paws were than my two feet put together at the age of three. My mother, tells me I had a yellow duck, a small dog and a large yellow tabby cat that owned me as a child.
These three pets were protective, possessive and they were my first companions as I ventured out, for the first time, into my wild back yard of dirt and weeds. I was born in Rosario Argentina and to me now as an adult, my backyard is still my world. I live in Los Angeles, California but the romance of the Argentinean Pampas is not lost on me. From the pictures of my past, I gathered that my Belgian Grandfather, Francisco, ran a plant nursery in Buenos Aires and that my father, Luis, grew up to be an inventor in America. But the most unique connection I have to my past is my relationship with animals. I’ve had a pet at almost every age as I grew up. The importance of this type of companionship has not been explored enough in the art world, at least, this is my opinion. This is the reason I am blogging about the subject of the art and inspiration of lovin’ pets. I hope to instigate discussion, if not compassion. I hope to motivate an artistic response to my thoughts as well. You may have a completely different experience, so I personally encourage you to post your comments after you read this entry.
This is what I asked myself for the subject of the essay for Ginger's Art Journal. What is the relationship of animals and pets to the art world? How involved are animals throughout the art strata? How much inspiration is gathered from the love of a pet? Can that even be measured? Does the love of a pet inspire political causes? Activism? How does one explain the pangs of loneliness from the loss of a pet? Does the death of a pet make an artist create more art? Does the gift of a new life of a pet inspire hope and renewal in artists? How do artists express their love and affection for the four-legged critters of our earth? How do animals, pets, pet trees, pet rocks or pets of any kind affect the process of making art?
There are a number of artists that I have followed for a period of time to investigate the questions that will make up this entry. Studying the work of a number of local artists from the Los Angeles and surrounding areas that work with pets in their art practice, I will present some of their unique stories with photos. The artists, in alphabetical order, include Joshua Elias, Simone Gad, Betty Glass, David Newsom, Ginger Van Hook and Luke Van Hook, Alexandra from Alex in Welderland, Lena Wolek and Zareh. Additionally, the art of lovin’ animals has made a seamless transition from the literary art into the film arts so I will discuss one of my favorite books by John Grogan named “Marley and Me” as it compares to its latest movie version of “Marley and Me” starring Jennifer Aniston and Owen Wilson which opened in December for Christmas Day.
The method selected to choose these artists was random. I began my animal photographic study in 2006. Through my daily practice of studying the arts, I have come across people who were “in my back yard” and came to connect with me in a special way. I didn’t set out to write a story about animals. I merely went about my daily routine of photographing people and artwork that caught my “eye” because I was at the right place at the right time. Believing that the universe has a special plan for me, I allowed this story to evolve of its own volition. What I discovered both surprised me and opened me up. What I mean by this is that I was surprised to discover that artists who had pets had a great deal in common with other artists who had pets. Most people know and understand the history that reveals how the Egyptians revered cats and how the dog is considered “man’s best friend”. While it was common to have general conversations about how great it was to have pets and create pet portraits, I rarely came across artists that spoke to the deeper underlying significance in the arts about this specifically. While doing this research, I came across the most extreme case of worshiping our pets. The act of cloning has been in the news ever since the cloning of “Dolly” the sheep, but did you know that now there is a company that has launched itself into a commercial venture to clone man’s best friend? I discovered this and lots more so enjoy the new year in 2009 with a renewed commitment to your beloved pet. This is an ongoing story so don’t feel left out if your best friend isn’t included in this entry. I’m still reviewing artwork and pet portraits,
feel free to send me an email about your animal story and I’ll include it in the followup stories!

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JOSHUA ELIAS
Fine Arts Painter

Joshua Elias, Exhibition, DCA Fine Arts
Santa Monica, California
Photo copyright Ginger Van Hook, 2007
Winston and Lucille read art literature on the couch and
wait for Joshua Elias to become inspired to feed them.
Photo copyright Ginger Van Hook, 2008
Paintings by Joshua Elias
Art in the making at the Brewery Artist Colony
Los Angeles, California, 2008
Studio visit by Ginger Van Hook
Photo copyright Ginger Van Hook
Artist brushes belonging to Joshua Elias
The instruments by which Joshua Elias creates the canvas of weather and inspiration.
Photo copyright Ginger Van Hook, 2008
DCA Fine Arts Gallery, Joshua Elias with Mathew Heller and his girlfriend
Photo copyright Ginger Van Hook 2007
Joshua Elias, Exhibition at DCA Fine Arts Gallery
Santa Monica, California
Photo copyright Ginger Van Hook, 2007
Joshua Elias with his cats Winston and Lucille
in his studio at the Brewery Arts Complex in Los Angeles, California
Photo copyright Ginger Van Hook, 2008

Joshua Elias
Artist Statement

Art has become about large quantities of Resin, masquerading as Content. The focus has been on Process, confusing it with Content. Enough. I wish to focus on Content. Story and Vibration lead the way for me to paint.

I work in oil because of the depth and movement that it allows for me, as a medium. I focus on Landscapes that are rearranged. Traveling spirits act as guides, to the movement of a particular painting. The influence of Moorish architecture and its many doorways offers and allows entryways into paintings.

At present we are in a period of Time where there seems to be long standing fights over Space, Time Religion, Money, Ideology, and Relationships. Enough. The one thing we do all share is Weather. Through the action of Creating our own environment, our own personal Weather, the Repositioning of Weather can illuminate and allow for more Creation to happen, more of a Life Force to shine and to take shape.

ï¿_ Joshua Elias

Courtesy of the DCA website
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SIMONE GAD
Fine Arts Painter, Collage Artist, Actor and Performer
Simone Gad, Artist, Solo Show, L2Kontemporary Gallery
February 2008 Chinatown, Los Angeles, California,
Photograph by Ginger Van Hook, copyright 2008


Selfportrait with Max and Bella/Autoportrait avec Max et Bella
Private collection, photo courtesy of Simone Gad, Artist, copyright 2005
Gad/Rin-Tin-Tin Collection Long Beach Museum of Art
Courtesy Simone Gad, Artist, copyright 2005


Picture Holocaust Clowns - Pinups 127, Gad and Poodle
Courtesy Simone Gad, Artist, copyright 2005

Selfportrait with Cat and Jesus
Private collection, Courtesy of Simone Gad, Artist, copyright 2005

Hommage a Ma Mere 2005 Painting Collage
Copyright and Collection- Simone Gad
Courtesy Simone Gad-Artist
Photograph by Antonio Garcia





Autoportrait avec Kashmir, painting collage 2005/06
Courtesy Simone Gad- Artist and L2Kontemporary Gallery
Chinatown, Los Angeles, California. Copyright Simone Gad


Portrait of Bella, the Brindle cat, acting secretary for Artist, Simone Gad
Los Angeles, California, Artist studio visit
Photograph by Ginger Van Hook, copyright 2008



Bella the Brindle Cat, (on the Marilyn and JFK Installation)
Photo copyright and courtesy of
Jesse Bonderman and Simone Gad,

Bella, the Brindle Cat #2 (Marilyn Installation)
Photo courtesy of Jessie Bonderman and Simone Gad


Portrait of Simone Gad, Artist with companion, Bella.
Los Angeles, California, Artist studio visit
Photograph by Ginger Van Hook, copyright 2008

Portrait of Bella
The Brindle cat, Artist assistant, model
and loyal companion to Simone Gad.
Los Angeles, California, Artist studio visit
Photograph by Ginger Van Hook, copyright 2008

Max and Bella pose for pictures in the window of Simone Gad's artist studio
Los Angeles, California
Photograph by Ginger Van Hook, copyright 2008

Simone Gad poses with one of her paintings of Chinatown
during her solo show at L2Kontemporary Gallery
Chinatown, Los Angeles, California
Photograph by Ginger Van Hook, copyright 2008



Enilde Van Hook writer's notes: I met Simone Gad at an exhibition of her work in Chinatown in the spring of 2008. The L2Kontemporary Gallery is a unique gallery located at 990 N. Hill Street #205 in Downtown Los Angeles (90012), California. I received an email from ArtScene, a wonderful source of local Art Events that is produced by the staff of Coagula Art Journal. Special thanks to Michael Salerno and Mat Gleason, because somewhere in the announcement, I read that Simone Gad was a Belgium-born artist and this led me to want to meet her to talk about the art in Belgium, where my grandfather had been born. Once I attended her exhibit and got a chance to meet Simone, I realized there was a distinct cultural connection we had through our reverence to the animals. She used images of her cats to make intriguing and poignant self-portraits and insightful photographic collages.
I have followed Simone Gad’s work into 2009 and you will enjoy visiting her site through the L2Kontemporary Gallery located in Chinatown in Los Angeles: Follow these links to get to know a renaissance artist, a versatile film and TV actress, a woman of many talents and an artist who has a great deal of compassion to show for her animal friends: visit the online gallery site at http://www.l2kontemporary.com to view her solo show at L2k for Feb 08 plus her updated resume which may be viewed at saatchigallery.org by writing in her name or wooloo.org by writing in Simone Gad’s name.
Special thanks to the L2Kontemporary Gallery for cooperating with my interview! (www.L2Kontemporary.com and L2Kontemporary@sbcglobal.net and phone: 323-225-1288)

Simone Gad
Artist Statement and Biography: 2009

I've been showing in museums and galleries for 40 years-am a 6 times grants recipient, including a CRA Grant 1986, the Woman's Building 1985/6, New Orleans Contemporary Museum of Art 1984, the Gottlieb Foundation-NYC/Painting Medical Emergency Grant, Change Inc-Robert Rauschenberg Foundation Grant-both in 2002 for painting and medical emergency, and Artist Fellowship Foundation Grant in 2007-NYC. I am included in the Archives of the National Portrait Gallery/Smithsonian-Washington, DC, and will also be included in the Lyn Kienholz Encyclopedia of Los Angeles Artists who have shown between 1944 and 1979. In Los Angeles, I am represented by L2kontemporary Gallery-Chinatown, Jack Fischer Gallery in San Francisco, and am showing in Spain. I am also in the traveling museum exhibition-Your Documents Please thru 2010 in Japan/Europe/Mexico curated by Daniel Georges of Brooklyn, NY. I was born in Brussels, Belgium to holocaust survivor parents, from Poland. We came to the US in the early 1950's and settled in Boyle Heights/E.L.A, after arriving at Ellis Island. My mother got me into show-biz at the age of 4 upon our immigration. I grew up in the entertainment field as a young actress-have been working professionally in film, tv, commercials and theatre ever since. Have always had a dual career-.visual/performance artist and actor. George Herms and Wallace Berman were my first mentors. Al Hansen was my mentor from 1972 to 1995 when he passed away in Koln, Germany.

My cats Max and Bella Bettina Kashmir are my inspiration for many of my painting collages-have been so for many years. I've always been inspired by my cats and dogs that I've had since I arrived to this country from War torn Europe. My father got me my first dog-Teddy Queeny when I was a child living on Folsom Street-We had just returned from a movie on Brooklyn Avenue when we saw the puppies on our way home. I was allowed to have one-and I was so happy. But my mother hated animals and wouldn't let me keep my pet with me in my bedroom and it cried all night. I was heartbroken when I got home from Nursery School the following day and found that my dog was gone. My mom told me she had sent it to New Jersey to live with my Tante Sally. I wasn't allowed to have any animals after that. Years later I visited my aunt and asked her if she had taken care of my Teddy Queeny and she told me she never did-she never got the dog-didn't know what I was talking about. I realized that my mother had lied to me and had possibly killed my beloved doggie. I had moved to Topanga Canyon for a while in the late 1960's-that's where I got to know Wallace Berman and George Herms. I was given a miniature sheppard-who I named Lady. She was my constant companion and I adored her. She was run over by a couple of friends who were staying with me one night. I found her bleeding from her mouth by the driveway. She died in my arms and I could feel her spirit leave her body. We buried her the next morning. I was devastated for years. A friend of mine gave me a dash-hound and I took it home to be with me when I left Topanga and stayed with my parents for a while. I named her Wiggle Butts because she had this habit of wiggling her behind when she walked. I was not allowed to keep her-once again-so I called a friend and had her drive from The Canyon to pick Wiggles up and take care of her for me. When I left my parents and got an apartment, I got a cat-Nathaniel-my very first cat-who was with me for 15 years until he passed away. It was then that I started to incorporate animal objects into my collages-in the mid 1970's.

copyright Simone Gad 2009

http://www.l2kontemporary.com to view Simone Gad’s solo show at L2k for Feb 08 plus her updated resume-you may also get it on saatchigallery.org by writing in her name or wooloo.org by writing in Simone Gad’s name-

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BETTY GLASS

Focus One Gallery in Monrovia, California. Sponsored by M.A.F.A.,
the Monrovia Association of Fine Arts and Focus One Community Credit Union.
Photo by Ginger Van Hook, copyright 2006

Betty Glass celebrates Christmas with Lulu at home in 2008.
Lulu, wearing her new holiday sweater,
pokes her nose into the gift bag
to see if she likes what Santa has brought her.
Photo copyright and courtesy of Betty Glass and James Glass.
Turtle Painting, Watercolor Artwork by Betty Glass reminiscent of her pet turtles.
Photo copyright and courtesy of Betty and James Glass.
Trojan Horses, Watercolor painting by Artist, Betty Glass
Photo copyright and courtesy of Betty and James Glass.
Hummy, Watercolor Painting by Artist, Betty Glass.
Photo copyright and courtesy of Betty and James Glass.

Yankee and Sugar, Watercolor Painting by Artist, Betty Glass
memorializing the life of her beloved friends.
Photo copyright and courtesy of Betty and James Glass.

Yankee (5-17-80 --- 4-20-94)
the larger white and orange Brittany on the right,
and Sugar (7-20-90 --- 12-24-04)
the smaller Brittany on the left.
"Beloved Friends and Forever in our hearts!"
Loyal Friends, Inspiration and Companions
to Artist, Betty Glass and her family.
(Special thanks to husband, James Glass
for his technical computer assistance
with digital photography formating of Betty Glass Artwork.)
Photo copyright and courtesy of Betty and James Glass


Enilde Van Hook, Writer's Notes:
I met Betty Glass through the Monrovia Association of Fine arts in 2006. We were showing together at the Focus One Gallery on Huntington Drive in Monrovia, California. When Betty came into the gallery, she was toting her adorable poodle named Lulu. I was charmed immediately and I just had to have a photo of this beautiful female pooch with a twinkle in her eye and the gumption to come into an art gallery where only humans gathered. This little poodle had no clue there was any difference between her and her owner, and she acted like she was looking at the art just like everyone else. At the time, I considered this a very cultured poodle and I told Betty so. Betty giggled and let me take her snapshot with Lulu and then we did not see each other again until we had another show together, also at Focus One Gallery two years later in December of 2008. When I saw Betty this time, I saw the connection of her artwork and the love of her animals come through her work and later, she agreed to participate in the interview for my blog. You may enjoy Betty Glass's artwork by visiting her website at www.bhglassart.com

Betty H. Glass
Artist Statement about Animal Art

Through art we communicate our feelings and thoughts.
Our art reflects what experiences in life have influenced us.
I have had a lifetime of pets
ranging from goldfish, parakeets, and turtles and, of course,
the loyal dog—always your friend even when the sky seems to be falling.
I am still sketching and painting animals, birds, and fish.
The softness of their fur, the texture of their feathers and fins,
the variations of color are very appealing to me,
because color is part of my artistic signature.
Sometimes they are presented in a realistic fashion.

Other times I use animals in a more stylized way—
using their shapes as patterns, semi-abstracting them and their background.
For example, my painting Trojan Horses shows flattened stylized figures of horses.
Hopefully artistically pleasing and calling to mind ancient Greece.





The Art of Lovin’ Trees-- 
Featuring Artist Joel Tauber
Story dedicated to Joel and Alison
in celebration of their joyous engagement on November 9th,
2008

Written and Researched by Enilde Van Hook
Story Consult and Editing by Luke Van Hook
Painting, www.lukevanhook.com
Photography, www.gingervanhook.com
Writing, www.enildeingelsvanhook.com


 America is having a love affair with trees and California is second to none in leading its appreciation of trees. Digging deep into the roots of this story, I have followed and researched the tree culture specifically in Los Angeles where our love of trees has spawned a unique pop tree culture relating to art. Our popular tree culture today includes but is not limited to tree sculptures, tree paintings, tree photographs, tree videos, tree poetry, tree songs, tree jewelry, tree movies and even tree love affairs. 


Tree Earing created by Joel Tauber for his Sick-Amour Tree in Pasadena, California.
Additional Tree Jewelry created by Joel Tauber to adorn the Sick-Amour Tree includes leaf jewelry, as well as the male earing and the female earing that hang from the tree below.  
Photos of tree jewelry courtesy of  Susanne Vielmetter Gallery 5795 West Washington Blvd., Culver City, California 90232 www.vielmetter.com   infor@vielmetter.com (323-933-2117)


Sick-Amour Tree in the parkinglot of the Pasadena Rose Bowl, protected by barriers installed by Joel Tauber in his quest to save his beloved tree. Tree wearing the earings looks hot!  Photo courtesy of Susanne Vielmetter Gallery.
Leaf sculpture by Joel Tauber
Female tree earing by Joel Tauber.
Male tree earing created by Joel Tauber, photo courtesy of Susanne Vielmetter Gallery, 2008

For the record, our love of trees goes way back to the dawn of time when we were swinging in the trees, however, our love has grown and matured since then. The Greek and Roman heritage of literature and art bestows us with intoxicating stories of their Gods having entanglements with humans. Some of their deities were known as protectors of trees and nature such as Dionysus the Greek god of agriculture, fertility, wine and merriment. He was later renamed Bacchus by the Romans and reported to be the Tree God. Back in the day when artists carved trees into stone and marble relief sculptures to worship in the temples of their mythological gods, people celebrated the sacredness of trees, grapevines and sometimes the unions of gods and mortals. There was Pomona, the goddess of fruit trees who married Vertumnus, the god of fruits and gardens. Digging deep enough, one is sure to find stories of deities mating with trees and spawning children of the harvest for instance.

In modern literary circles there are a number of great imaginative family favorites written about trees, like “The Giving Tree” by Shel Silverstein. Then there’s the infamous story of how Robinson Crusoe lived in a tree-house, and of utmost importance to our American history of trees, we propagate the very memorable legend of ‘Johnny Appleseed’.

In our contemporary times we have a legend in the making too. I have been fortunate to witness the emergence of a new ‘Johnny Appleseed’ and interestingly enough, the story involves a recent romantic love affair between one special tree and a mortal that is well worth pursuing the story. Sometime in the fall of in 2007, I met Joel Tauber. This is the artist who I believe was struck by a mythological bolt of lighting, so to speak, pertaining to one of the Greek or Roman deities’. Joel Tauber is said to have fallen head over heels in love with one particular Sycamore Tree in the parking lot of the Rose Bowl in Pasadena. My chance meeting with this now famous mortal under the influence of an enchanted mystical spell, has led me to research the mysteries intrinsic in the charms of trees. I too have been struck with the frailty of trees, their vulnerabilities, and their enormous strengths and inspiration. This together with my own personal experiences with trees has prompted me to come out of my shell and discuss the subject in all seriousness.

My own personal background is not in trees. I am simply a tree-lover from childhood. For a little over ten years, my professional background was in radio as a disc jockey and on-air personality. I listened to music, reviewed songs and kept tabs on the pop music culture. I worked in the Los Angeles market as well as Santa Barbara, California; Eventually I moved to expand my work experience in neighboring radio markets like Reno, Carson City, Lake Tahoe and Gardnerville/Minden, Nevada. It was through traveling that I saw some of the most beautiful trees along the routes through Northern California and Northern Nevada!
While I drove from one radio market to another over the years, I watched the trees go by at the various speed limits along the highways of my life’s journeys. Thus you will understand when I tell you that often I see art and life, for that matter, through a series of moving images in my head which include a music bed. 
I was eleven years old when in 1970, Joni Mitchell wrote and released a song called ‘Big Yellow Taxi’ whose lyrics surpassed the test of time and is currently in airplay by a glut of new groups. The lyrics began with “…They paved paradise and put up a parking lot. They took all the trees and put them in a tree museum and they charged all the people a dollar and a half just to see ‘em.” One of the barometers I use to gage the influence of any particular song, music or artwork that I come into contact with is if it will surpass the test of time, among other important criteria. This song became one of my favorite songs of all time. The lyrics made so much sense to me.
When I met Joel Tauber, I was introduced to the enormous scope of his Sick-Amour Tree-Baby Project. It was then that I suddenly started hearing Joni Mitchell’s song in my mind again, only this time, as I got in my car, Counting Crows was performing the song. When I started doing more research on the song that I could not get out of my head, I was struck by how many artists had re-recorded the song and barely changed anything about the words. There is Amy Grant, who upgraded the dollar amount from $1.50 to $25 when singing about how much the museums charged people to enter. Additionally there is Green Day, Sarah McLachlan, Charlie Barker, Bob Dylan, Moya Brennan, Ireen Sheer, Donnie Eidt and a host of so many others that have recorded ‘Big Yellow Taxi’ it was simply overwhelming!
I think the importance of the lyrics to this one particular song is that it reveals the fact that people love trees and hate parking lots. The message is that if it weren’t for our trees, we could be living in a frying pan! The impact of this single song is that it reveals what is really going on in people’s minds. There is a reason why so many artists are flocking to re-record the lyrics in their own way.











Not only are trees involved in the music arena, trees as subjects, are very involved in politics as well. Gaylord Nelson, a senator from Wisconsin at the time, took a leading role in developing the celebration of Earth Day on April 22nd 1970 as a way to commemorate our environmental concerns. Arbor Day is presently celebrated as well with the first ceremonial tree planting in Washington D.C. on April 27th in 2001, all evidence that goes to prove the people of our planet do care about what happens to our trees.


Trees stand as a testiment and memorial for Dr. Martin Luther King

Dr. Martin Luther King is memorialized with trees along Expositon Blvd. across from the Los Angeles Coliseum and down the street from the University of Southern California.
Photo by Ginger Van Hook


Online sources on the subject of trees are rich in number. For instance, eighteen years ago, here in Los Angeles, a multi racial group of volunteers planted 400 Canary Island Pine trees along seven miles of road on Martin Luther King Junior Boulevard to commemorate Dr. Martin Luther King’s life. Today, this living homage to Dr. Martin Luther King Jr. continues to thrive and keep the dream alive for his followers. The founder and President of www.treepeople.org is Mr. Andy Lipkis and he keeps tabs on the trees to make sure all 400 trees stay healthy.



Mayor Antonio Villarigosa is the person to thank for the ‘Million Trees Initiative’ he signed into effect in May of 2006 and Los Angeles residents can learn how they too can receive up to 7 free trees to plant on their property. Visit the website at www.milliontreesla.org to learn the details.   Also in Portland, Oregon there is www.friendsoftrees.org and in Bellingham Washington you will find www.geocities.com. There is also the International Society of Arboriculture called ISA and can be accessed by visiting www.isa-arbor.com. You will also find a great deal of valuable advise on the growth and care of trees at www.treesaregood.com and check out Tree Care Industry Association TCIA as well.



Mark Dion created an art piece titled "Library for the Birds of Antwerp" which is also a good example of how art is vitally connected with our tree culture and how it connects Mark Dion to his PBS special where he removed a dead tree from the forest and recreated its living components in a city scape in Washington.  From the "20th Century Artbook Phaidon Press 1996", the caption reads: "Using props from the natural and man-made world, Dion has constructed an installation that explores contemporary attitudes to science and the environment. He has created a fictional and hybridized situation in which the trappings associated with knowledge, learning and classification--such as books and photographs--are juxtaposed with natural elements including birds and wood.   The representation of nature is a fundamental subject in Dion's art, and here he takes on the role of sociologist/anthropologist and blurring the boundaries between authentic and fake, representation and parody. By adopting the persona of a scientist and by satirizing man's obsession with categorization, Dion questions the values of the Western world.  His subject matter is heavily influence by popular culture.  In Dion's world we might witness Mickey Mouse as an explorer, or Clark Kent interviewing Dr. Frankenstein." (Photo and contents are used in this story for purposes of artistic review.)

In the art world, an artist named Mark Dion was featured in a documentary film report that aired in 2007. To view the video one may visit on the Internet by going to www.pbs.org and find Mark Dion as he took the subject of trees and made an art piece that explored what would happen if one were to take a tree after its death, take it out of its familial context of natural forest, and re-create the ecosystem in an environment that would otherwise be a hostile urban setting, needless to say, a cityscape. Just outside of Seattle Washington, he states, a Hemlock fell on February 8th, 1996…and so begins an elaborate experiment that pits optimism against reality." The PBS special is very detailed and you will enjoy the depth of research and work that Mark Dion went to to take a tree out of the forest and recreate the setting in the city.  The difference between the artwork presented by Mark Dion and  the artwork presented by Joel Tauber is in the nature of the life of the tree. Mark Dion works with a dead tree and its living components, and Joel Tauber creates life out of a tree seed and duplicates it all over his community.


Thus I’ve discovered for myself that when I researched the subject of trees, I discovered Joel Tauber wasn’t alone! However, instead of creating an experiment in ecology, Joel Tauber goes further than Mark Dion does with this concept of eco-systems and their frailties. Joel Tauber begins a journey that could eventually repair the eco-systems that man has destroyed. This is where Joel Tauber takes the lead in the art world and becomes not only the realist but the optimistic hope for trees in desecrated forests all over the country.
Joel Tauber’s work as a living project of art in 2008 has resonance and his story is well worth telling again and again. He is certainly not the first, nor the last to get involved in the love of trees, but he is the first in contemporary times to have been associated with a mythological and mystical occurrence of reproducing tree babies out of just hugging one lonely tree.


The last time I saw a man hugging a tree, he was hugging the tree for all the wrong reasons. At the MOCA, Los Angeles’s Museum of Contemporary Art, some years back I was viewing an exhibition that was in town by the Utah born artist now working in Los Angeles, Paul McCarthy. While this work of art depicted a very raw and unsettling sculpture of ‘tree-lovin’ it had nothing whatsoever to do with the love of any tree. The work displayed a timely political statement about our government rather than the love for trees, but bear in mind that the thought involved images from man’s intimate involvement with trees both in the biblical sense and in the sense of man’s raping of the planet. Joel Tauber’s work counteracts the devastation of many years of neglect for our trees with a very basic recipe for the renewal of our commitment to our green-leafed friends. Now, when I see the image of Joel Tauber hugging his Sycamore Tree in Pasadena, I get a whole new perspective for the love for our planet, our trees and our environment as a whole.

"The Garden" by Paul McCarthy from The 20th Century Art Book, 
Phaidon Press Limited, page 280. Photo is used for purposes of artistic review.
The caption in the book reads as follows: " 'The Garden'  is a full-scale tableau of an outdoor, woodland scene, complete with leafy trees, shrubs and rocks.  This tranquil picture of nature is rudely interrupted by the presence of a middle-aged, balding man with his trousers round his ankles, engaged in a wholly unnatural act. From one side of the installation, his actions are not immediately apparent, being partially hidden by the tree trunks and foliage, but the sound of mechanical activity draws the viewer in to discover the shocking sight of a man copulating with a tree.  This robotic figure, with its endlessly repetitive movements, is both comical and crude, and is intended by McCarthy to question notions of acceptable public behavior and sexual morality.  McCarthy is a lecturer at UCLA as well as an artist. His sculptural installations evolved out of his earlier performance work which focused on his own body engaged in extreme and disturbing acts."




To further explain this romantic entanglement between a tree and a mortal, I cite some important historical facts. Back in 2005, Joel Tauber was in the parking lot of the Pasadena Rose Bowl, when he spotted a particularly lonely and neglected Sycamore Tree. There are hundreds of thousands of trees in Pasadena, and a great number of them thrive very well on the grounds of the Rose Bowl, should you ever drive through this luscious community of tree and rose-lovers, you will see. But Joel Tauber focused his attention on one specific lonely tree. He started to note more and more how cars would hit the bark of the tree and scrape it, injuring the tree repeatedly. Joel Tauber became a witness to this tree’s life. Taking compassion and friendship upon this particular tree, Tauber began to film the area of the parking lot where the tree was growing. He got the idea to put up solid barriers to protect it from cars and also carried water in large plastic bags to irrigate the tree. Soon, Tauber found himself as a one-man band, orchestrating a symphony of activities leading to editing mass quantities of tree footage, fighting City Hall, and embarking on a quest to save this tree from infertility using tried and true guerilla tactics that would make tree-huggers stand and salute. To personally view the Sick-Amour project, along with the giant scale tree sculpture installation exhibited at Susanne Vielmetter Gallery in 2007, you may visit www.vielmetter.com.













               Recently, I had the privilege and opportunity to discuss Joel Tauber’s work with Susanne Vielmetter and she was delighted to tell me what a wonderful sense of humor that Tauber exhibits in all of his works of art. Susanne Vielmetter reviewed the Underwater project with me as well as the Flying Project which Tauber presented.
She explained how deep down, she feels Tauber is on a quest for meaning in his work and that he has a keen sense of humor that unifies and makes his ideas successful. She states that he uses the comical and the tragic in the Tree-Baby project to address the issues of urban living in our time and very subtly pokes fun at the problems innate in urban planning. The real irony of a small Sycamore tree dying of thirst in a parking lot of a beautiful park in a paradise-like valley, alongside the 110 Pasadena Freeway where 80% of the territory is plastered with concrete and the water below runs along asphalt channels of the Los Angeles River is not lost on Tauber, she explained. To contrast, Susanne Vielmetter cited that parks in Europe allow for weeds to grow naturally on landscapes that are not covered with concrete. Joel Tauber’s projects were initially presented at the Susanne Vielmetter Gallery located at 5795 Washington Blvd., in Culver City, California. The response Susanne Vielmetter’s Gallery received was incredibly exciting, even though at first, some folks thought Joel Tauber was a nut; he went on to prove just how serious he really is about changing the landscape of our environment, one tree at a time.



Joel Tauber has a large body of video artwork, photographs and developing tree babies, (the children of a mortal and a Charmed Sycamore Tree) and one may also visit www.joeltauber.com.
As I learned more and more about Joel Tauber’s project, I realized how blessed we all are that tree-lovin’ is not a singular act of love or even a fleeting love of art. I realized how connected we all are to our environment and how the idea of having a special friend ‘the tree’, any tree in any state, in any country for that matter is a beautiful connection to have. The connection that Joel Tauber has to his Sycamore Tree is in synch with the love that the country is experiencing during our new millennium. We have all become acutely aware of the fragility of life; we realize now more than ever that we must respect our dependence on our environment and value our trees.

The first thing that struck me about Joel Tauber was that we had the love of trees in common. He seemed a bit shy, unassuming and humble yet I was later to learn the enormous power he wielded for this one frail and neglected tree in the parking lot of the Pasadena Rose Bowl in California. I was truly inspired by the level of involvement and commitment he had demonstrated for his own beloved Sycamore Tree which he had turned into a full-blown art-project including video, photography and sculptured jewelry. (He did it all!) He named this work the Sick-Amour Project mainly because he said he felt this tree was ill from the lack of love and the inability to have tree babies to fulfill its legacy. I had never personally met someone with such an extreme love and dedication to one particular tree. In our local newscasts, I had heard stories of people who became very emotional when a land developer was about to cut down a tree they considered a relic of their community; in which case people got very nasty about the issue and would chain themselves to the trees or surround the location with demonstrators that would shut down the jobsite. That’s when the news crews would come in with their cameras and boom mikes and the news helicopters would hover in circles above the trees trying to capture the ‘event’ that was creating all the uproar. A very recent example of this type of community behavior is written about on the front pages of the Los Angeles Times where Eric Bailey, a Times Staff Writer, wrote an extensive story about the tree-issues pertaining to Scotia, California where activists are protesting the logging of the Great California REDWOODS! Read the Sunday edition of the Los Angeles Times, August 24th, 2008 or visit www.latimes.com online to learn how the tree-sitters are doing today.

But Joel Tauber is a different type of activist. He doesn’t consider himself an activist at all. He merely states, humbly, just for the record, that he loves this one particular Sycamore Tree and it is an outrage to him to see how his new best friend is being suffocated under a six-inch blanket of black tar and asphalt. Better yet, Joel Tauber does something about it. Not with a crew of forty thousand demonstrators, not even with a crew of forty residents. He does this on his own, quietly challenging the laws of the city of Pasadena and humbly takes responsibility for the care and nurturing of his new best friend. I was touched. At once I began to marvel at his potent idea.



The art of loving our trees has grown roots in the higher levels of the art world as well. For instance, if one were to visit the J. Paul Getty Museum both at the Getty Villa which recently re-opened in Malibu and at the Getty Center in Los Angeles, you will find the love of trees has grown branches on all the hillsides surrounding both properties. There are lucky Sycamores and fortunate Pines; there are Pomegranate trees, Apple trees, Pear trees, Jacaranda trees and trees that just look good in a vista overlooking the ocean. Millions of dollars went into the development of artistic gardens which envelope the California landscape against a backdrop of the Pacific Ocean on one edge and the rolling hills of Malibu on the other.






Over in the area of the Miracle Mile, the Los Angeles County Museum of Art is celebrating an enormous renovation of its facilities and you guessed it, there are aisles and isles of gigantic palm trees lining the walkways to the entrance of the museum in concert with a unique and flamboyant architecture that has drawn the attention of the art-world with the generosity of Eli and Edythe Broad of the Broad Foundation. The Broad Contemporary Art Museum is the new wing at the LACMA and is considered the largest space in the country devoted exclusively to contemporary art. With a ‘living art display’ dedicated to the iconic palm trees, not native to California, Robert Irwin has developed a plein-air walkway through ‘Palm Gardens’ as one makes their way to the entrances of the museum.





Lush green trees thrive all over Pasadena, California, home of the Rose Bowl where Joel Tauber fell in love with a Sycamore Tree.  Photo by Ginger Van Hook, 2008




 The Norton Simon Museum in Pasadena, California  is also home to some of the most exquisite antiquities in its museum history which includes sculptures amid a forest like atmosphere. Currently at the Norton Simon Museum, among its many exhibitions, one may enjoy the artwork of Ruth Weisberg, Dean of the Gayle Garner Roski School of Fine Arts at the University of Southern California. Opening on October 17, 2008 the Weisberg exhibition at the Norton Simon runs through March 2, 2009. Additionally a lecture by the artist is planned where Weisberg discusses: Guido Cagnacci and the Resonant Image on Sunday November 16, 2008.  The Norton Simon Museum of Art is located at 411 West Colorado Blvd. in Pasadena, California. Ruth Weisberg was instrumental in selecting the work of Joel Tauber to be permanently planted on the Main University Campus of USC on January 24, 2008 where a tree planting ceremony was held and attended by numerous members of USC faculty, staff, students and guests. The location of the new tree-baby, child of the Sick-Amour Project, currently exists on the Exposition side of the campus between Gate one and the Fischer Gallery, across the street from the Museum of Natural History. 


In Pasadena, where lovers of trees line every street of the city as the landscapes are lush with all types of trees and where these wonderful healthy trees keep cool the throngs of tourists who visit the Rose Bowl every year, is also home to the Norton Simon Museum and the Pasadena Museum of California Art. Both locations are areas where tree-lovin’ may be experienced alongside some of California’s best-known artworks. Visit the NORTON SIMON MUSEUM at www.nortonsimon.org located at 411 West Colorado, Pasadena, California 91105 or visit the PASADENA MUSEUM OF CALIFORNIA ART at www.pmcaonline.com at 490 East Union Street, Pasadena, California.



In San Marino, California, the art of trees, gardens and succulents has found a worthy haven at the Huntington Library and Botanical Gardens spanning an area of 120 acres dedicated to the fine arts founded by Henry E. Huntington in 1928 as the very first public art gallery in Southern California. Along with English portraits and French eighteenth-century furniture, one will delight in tours of the unique garden paradise established for the pure love of the botanical arts.


On the hillside along the 405 Freeway in Los Angeles, one may also enjoy walking along the elegant landscapes of the Skirball Cultural Center and Museum grounds and witness the serenity of the trees as Weeping Willows slope their leaves to the ground, and gentle breezes sway the branches of Sycamores, Oaks and Birch trees. Visit the Skirball Museum online at www.skirball.org, or enjoy a personal walk along the grounds and explore the tributes to culture at 2701 North Sepulveda, Los Angeles 90049.

Trees at the Skirball Museum and Cultural Center thrive and enjoy the mild California climate.


In San Diego, one enjoys walking through a vast museum complex housing 15 unique museums in Balboa Park, not to mention to the collection of rare cactus and enormous Eucalyptus trees (just to name one tree type out of numerous ones) which shade the paths leading from one museum to another.

Each of the locations I have mentioned or described here is where I personally walked through, witnessed, and or photographed sophisticated artistic tree landscapes of the California terrain.

The Roots of my personal anxieties: Why I care.

The impact of my meeting Joel Tauber coincided with an important event that took place for me way before I knew about his Sick-Amour Tree project and was what eventually led me to throw myself into this frenzied study of trees over this summer. Thus I do not necessarily consider myself struck by any of the Greek or Roman gods. I believe my influence came with a special awareness of the frailty of trees with this personal story:

A little over one year ago, on June 30th, 2007 I was walking our dog Sasha, around the block for one of our frequent walks. I rounded the corner to the next block when I was taken aback as I witnessed a set of ‘city’ crewmembers slaughtering what appeared to be a California Oak tree. I had grown quite fond of that particular Oak on my many walks while I was writing my first novel. As a matter of fact, I had used that model of tree to describe a forest of these trees in a chapter in my first fiction novel. I especially love the sculptured texture of the Mighty gnarly Oaks. This tree had been the one to rekindle my relationship with the trees of my imagination. My stomach got queasy when I saw how it was being destroyed. I would have thrown-up, but I got a hold of my emotions and took Sasha home. Not only did I return to the scene of the slaughter, but I brought my camera to document the death and dismemberment of this great oak; I was so distraught that I returned again to the site, without my camera this time, and begged the men to stop for a moment while I sought out the seeds for this tree. To my surprise, the men stopped and helped me search for the seeds.








When I got home, I had no idea what to do with the seeds. I called a couple of nurseries until a gentleman at a nursery in Marina del Rey explained to me that I had to wait until the pods dried up and slit to get at the seeds and plant them. So, I waited until the pods were black and wrinkled. I split them according to the directions I had gotten from this kind anonymous arborist. (He suggested a process much like that which squirrels have for cracking the pods.) I photographed the seeds and compared them with the larger seed of an apricot fruit tree and the seed of a maple tree.






Once properly documented, I planted them in a small brown pot. Two weeks later, the first seed came up. A few days later another seed appeared to take root. On the one-year anniversary of the re-birth day of this Great Knurly Oak tree, July 20th, 2008, I documented how large the great twin oaks had become. The highest little bitty branch was about fourteen inches tall. I estimated this tree had grown a little over an inch every month. A compassionate act of kindness yielded a new life on the impulse of grief. The impulse of grief affected not only me; there is an entire world of tree-lovers mourning the losses of their favorite tree friends in surrounding communities.












What about the subconscious feelings innate in developing a relationship with a tree? For instance, what draws people to want to save a particular tree? 

I can really only speak to my own experience in that my relationship with trees started when I was a child.

          E pra não dizer que não falei de Amor... e Erotismo...        
AMOR, POIS QUE É PALAVRA ESSENCIAL
(Carlos Drummond de Andrade)



Amor – pois que é palavra essencial
comece esta canção e toda a envolva.
Amor guie o meu verso, e enquanto o guia,
reúna alma e desejo, membro e vulva.


Quem ousará dizer que ele é só alma?
Quem não sente no corpo a alma expandir-se
até desabrochar em puro grito
de orgasmo, num instante de infinito?


O corpo noutro corpo entrelaçado,
fundido, dissolvido, volta à origem
dos seres, que Platão viu completados:
é um, perfeito em dois; são dois em um.


Integração na cama ou já no cosmo?
Onde termina o quarto e chega aos astros?
Que força em nossos flancos nos transporta
a essa extrema região, etérea, eterna?


Ao delicioso toque do clitóris,
já tudo se transforma, num relâmpago.
Em pequenino ponto desse corpo,
a fonte, o fogo, o mel se concentraram.


Vai a penetração rompendo nuvens
e devassando sóis tão fulgurantes
que nunca a vista humana os suportara,
mas, varado de luz, o coito segue.


E prossegue e se espraia de tal sorte
que, além de nós, além da prórpia vida,
como ativa abstração que se faz carne,
a idéia de gozar está gozando.


E num sofrer de gozo entre palavras,
menos que isto, sons, arquejos, ais,
um só espasmo em nós atinge o climax:
é quando o amor morre de amor, divino.


Quantas vezes morremos um no outro,
no úmido subterrâneo da vagina,
nessa morte mais suave do que o sono:
a pausa dos sentidos, satisfeita.


Então a paz se instaura. A paz dos deuses,
estendidos na cama, qual estátuas
vestidas de suor, agradecendo
o que a um deus acrescenta o amor terrestre.


                  
Depois de muito tempo sem escrever, estou de volta ao meu blog, com tantas coisas que gostaria de compartilhar, mas que me ficam à margem, por serem muitas, e eu pouco. Nestes últimos tempos, afazeres dos mais diversos me impossibilitaram de me dedicar como gostaria a este blog... Gosto de sentar e escrever quando realmente tenho o que dizer e tempo de dizer. O primeiro não falta, mas o segundo tem sido um tanto escasso. O que tem de bom é que tenho me dedicado Ã  leitura de textos diversos, tanto para fins acadêmicos (como emissão de pareceres para revistas), quanto para suprir apenas o gosto de boas leituras. Tenho relido Grande Sertão: Veredas, de Guimarães Rosa, que numa primeira leitura não me despertou tanto interesse, mas que agora veio como facho de luz trazer clareza e suavidade aos meus dias. Estou lendo também A Gaia Ciência, do filósofo Nietzche, que me permite pensar alguns aspectos da arte contemporânea que me são caros, como a ideia do progresso e do eterno retorno. O mito Prometeu Acorrentado, de Ésquilo, que comprei semana passada, está no armário, esperando como próxima leitura. Estou muito envolvido com o segundo número da revista on line "Travessias Interativas" (www.travessiasinterativas.com), o que também exige muitas leituras, dedicação e organização. Além destas questões, as aulas na faculdade também me tomam boa parte do tempo, embora eu as exerça com vontade e amor à literatura.
Àqueles que ainda "espionam" meu blog vez por outra, ficam minhas desculpas por não autalizá-lo como gostaria. Ou melhor, em lugar de minhas desculpas, ficam aqui palavras do personagem Riobaldo, de Grande Sertão: Veredas:

No real da vida, as coisas acabam com menos formato, nem acabam. Melhor assim. Pelejar por exato, dá erro contra a gente. Não se queira. Viver é muito perigoso...

                  
Depois de onze anos da sua última obra poética, Ferreira Gullar publica, em 2010, Em alguma parte alguma. Já aclamado pela crítica – e não poderia ser diferente –, a obra poética aparece prefaciada por Alfredo Bosi e Antonio Carlos Secchin, que ressaltam a qualidade e a originalidade da voz poética de Gullar. Militante na vida política, artística e cultural, o poeta e crítico participou de movimentos vários, tendo acompanhado de perto alguns desdobramentos de vanguarda e, dentre eles, o Concretismo e suas ramificações, a partir da década de 50. Seu contato imediato com as linhas de força da poesia brasileira desde o Modernismo lhe proporcionou um poetar de múltiplas vozes e tendências, além de um diálogo fremente com a herança recebida dos vários modernismos e da contemporaneidade, o que se percebe, também, na última obra. Segue, abaixo, um poema que compõe Em alguma parte alguma:

A ESTRELA

Gatinho, meu amigo,
fazes ideia do que seja uma estrela?

Dizem que todo este nosso imenso planeta
        coberto de oceanos e montanhas
        é menos que um grão de poeira
        se comparado a uma delas

Estrelas são explosões nucleares em cadeia
numa sucessão que dura bilhões de anos

O mesmo que a eternidade

Não obstante, Gatinho, confesso
que pouco me importa
                  quanto dura uma estrela

Importa-me quanto duras tu,
                  querido amigo,
                  e esses teus olhos azul-safira
                  com que me fitas

          azaleas / cloudsound / forest walker        
azaleas ~ sapphire (blank_tapes, 2016)

«Long-form new-age collages. First full-length from Azaleas». ~ blank_tapes

Two years ago I had a pleasure to share a split tape with Azaleas (duo of Kyle Wade & Alice Andres-Wade hailing from Denver) on Rainbow Pyramid label and started waiting patiently for their full-length debut. Hope was not lost, and here it is, spinning in my deck on repeat mode since December! And with the first winds of the spring this music seems to unfold even broader, carrying eternal bliss of best ambient genre developments. Shimmering layers of synth soundscapes, massive drones, new-agey melodies and organic hum of field recordings... Everything in its place, all corners rounded, every transition made with care. This tape has rare ability to became more and more interesting with every spin, telling the same stories differently each time you listen to it. You may get lost in all those layers, fades and vibes, travelling between dark thickets and wide open eyes of lakes, but don't worry – the hiss of blank tape in the end will leave you under charms of these marvelous tunes with joyful smile on your face and pleasant feeling in the heart. Highest recommendations!

listen ~ support

cloudsound ~ indigo appalachia (fluere tapes, 2017)

«Reverie over outer space air space tween canopy slopes of mauve ambrosial gazes to ribbonious unfurls later spooled» ~ fluere tapes

Less is more! I always admired the ability to create pleasant atmosphere with seemingly minimalist and truly lo-fi sound. What Fluere Tapes boss Lee Boyd did on this tape easily falls into category of lo-fi drone, but the less you care about labeling, the more you receive in impression value. Actually, this tape can be a marvelous post-rock or shoegaze epic, simply recorded hundred of times from one old dusty tape to another. Yet, it has this unexplainable charm that wraps you like a cozy blanket, carrying away as a good old magic flying carpet. Massive layers of sound are hidden behind the surface of pleasant sound - same as the incredible amount of water looks like beautiful cloud from the surface. As the the artwork itself, this music is fused by light, an enormous cosmic nebula sending its glorious radiance light years away... Also I must admit that this particular album brought a lot of nostalgic moments for me, remembering those early psych/drone tapes by Deep Magic or Sundrips, feeling the awe in presence of those energies, such pure and sincere, like they are directly radiating from the artist's heart. Maybe I'm just too sentimental, but there is nothing is this world like Cloudsound. Absolute bliss.

listen ~ support

forest walker ~ uv sea (constellation tatsu)

Sincerely – I have no words to describe this album. It's clear, that with such love for ambient music I possess, album like UV Sea would turn into breathtaking experience. Forest Walker puts everything in one canvas and manages to blend all treasures of ambient genre into a single whole thing. Thing in itself. Pulsation of synth lines, deepest drones, huge waves of reverberated noises... even dusty saturated beats do no harm to this never-ending stream of bliss, supporting its torrent thought your perception channels. Is that infinity of the Universe transcending by the aural medium or endlessness of sound, forging new universe inside ours – who knows? Depends on which interpretation of quantum mechanics you follow. One thing is clear here, this music exist in more than one dimension. It spans like endless wave and each track is just range of frequencies we able to perceive. It's easy to imagine UV Sea as short part of huge intergalactic transmission, captured by limited instruments of humankind and then interpreted by our even more limited sense organs. But the message is so powerful that we can get it if not consciously, but more subtly, just intuitively. And unable to verbally express... Yet, transmission continues, so tune in!

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          paa annandalii ~ cavernous fruits        

paa annandalii ~ cavernous fruits (rotifer, 2016)

I always had deep respect to Robert's work, first of all because of Mohave Triangles – it was so huge and intense and dazed and trippy... No words to describe its magic, just pure joy for any drone-maniac! After long hiatus Paa Annandalii appeared, continuing synth-driven drone journey even deeper, through caverns of human mind – searching for pineal treasures, subconscious revelations and simply relaxing the listener to the state of all-pervading radiance. Which we all are, as a matter of fact! No new age philosophy needed to explain that, just look at everything from the quantum physics point of view. And don't forget that the act of observation itself has an impact on observed. So there is no "reality" behind music actually, and that's why we can't live without it. Music reminds us our nature, especially if it is truly continuous music, reduced to basic formula of intertwined frequencies, breathing inside one cluster of tones. Going that way we may feel disembodied, omnipresent energy, that fills everything without any border. Have you ever felt that? It's refreshing and inspiring, no matter how often you do it! I suppose this is the point from where this music radiates, waving its way to unknown... And you always welcome to join that ship.

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          o garoto de ouro assistir online dublado        

Assistir o garoto de ouro online dublado. Sinopse Mats é apenas um garoto comum como qualquer outro. Mas quando encontra uma calça que contêm uma quantidade ilimitada de dinheiro, tudo muda! De repente, o mundo está a seus pés e ele pode realizar todos os seus sonhos. No entanto, ele percebe que tinha abusado do […]

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          Commenti su Corso di Fotografia BASE “edizione del lunedì” [dal 10 Ottobre 2016 a Roma] di Corso di Fotografia di 2° livello – [dal 16 gennaio 2017 a Roma] – Associazione Fotografica Grigio18%        
[…] In partenza lunedì 16 gennaio 2017 il corso di 2° livello di fotografia. Questo corso rappresenta l’occasione ideale per quanti vogliono approfondire la loro conoscenza fotografica acquisita da autodidatti o durante un corso di fotografia base. […]
          Gato preto        
Há exata uma semana fui visitar o pai de uma amiga na Asa Norte e encontrei um gatinho escondido debaixo dum carro no estacionamento. Sujo e carente.

Depois de tanto fazer propaganda sobre a responsabilidade de cuidar de um bicho e que não é brinquedo pra cansar e jogar fora (afinal até um brinquedo pode servir pra outra criança, já nos diria a lição deixada pelo Toy Story 3) me vi na situação de olhar pro lado e ignorar o gatin ou resgatá-lo e encaminhar a um lar de verdade.

Liguei para uma amiga que trabalha em uma ONG (Bsb Animal) perguntei o que fazer, como ajudar. Ela perguntou se eu poderia levar a um hospital veterinário para que fosse checado e então poder ser encaminhado a um novo lar. Disse que podia sim levar ao São Francisco pra que ele fosse examinado e vacinado e que até segunda veríamos de ela encaminhar ele a um outro lar provisório.

No caminho ele fez xixi e cocô no banco do carro e também na lateral da minha bolsa. Mas eu na hora era puro instinto maternal de foda-se eu quero é proteger desse mundo cruel e pronto. Chegou a hora do atendimento e o dr. disse que os exames e tudo ficariam em torno de $200. Blz, caro mas vá lá, boa ação é isso aí. Pernoitou lá pra observação.

Daí pra frente é que o negócio começou a fugir do meu planejamento:

1) Voltei pra casa com carro mijado e filme do gato queimado piorando a receptividade da família ao visitante futuro
2) No outro dia descobri que fizeram MAIS EXAMES QUE O PREVISTO e no fim o valor ficou em $436. Quase tenho um troço
3) Por conta da situação de mal visto na casa tudo dele teve de ficar no meu quarto (hello cheiro de gato³)
4) Desembolsei mais $38 no Extra pra comprar uma vasilha grande e retangular pra deixar a areia dele, a areia e ração
5) Tentei limpar o banco do carro com sabão em pó, com lysoforme (ou algo parecido) que um amigo emprestou e nada prestou
6) Não aguentando o cheiro dele e textura do pelo levei pro pet shop da Qd.8 do Sudoeste econômico pra dar um trato. Meia hora depois ele estava bem melhor: $23
7) Descobri que a RestauraCar do Brasília Shopping me cobra $300 pra aplicar sei lá o que de ozônio pra tirar o cheiro
8) Também descobri que pra castrar ele (isso a preço camarada de brother-de-ONG) um vet faz a $70

E por enquanto o gato está lá em casa. Já demarcou o território dele fazendo XIXI NO MEU TRAVESSEIRO!!! Ele fica boa parte do dia dentro do meu quarto pra minimizar o dano lá em casa com a minha mãe. Meu edredom querido está todo lascado com pelo preto (embora ele solte bem pouco pelo) e cheiro geral de gato, não vejo a hora de lavar o edredon.

CONCLUSÃO: Agora entendi porque as ONGs pedem tanta ajuda financeira e fazem tanto bingo e coisas beneficentes. Eles pagam os mesmos preços pra fazerem tudo isso e são os únicos que se importam. As pessoas acham que é bonito ter um gatinho hoje e jogar fora amanhã e tá tudo certo ou que é maldade castrar o bicho de estimação porque.. ah, sei lá pq, é cada desculpa que já ouvi. Mas na hora que o bicho aparece com doenças (porque as pessoas também acham caro vacinar os bichos) ou prenhas não sabem o que fazer com tanto filhote. Mega problema de saúde pública.

Caso é que quero muito passar o gato pra frente mas não encontro quem o queira. O ideal, penso eu, seria adotar ele e outro/outra pra fazerem companhia. ambos CASTRADOS. Eu é que não tenho o espaço agora pra isso.



          Conhece-te a ti mesmo        
Mudar o mundo?

Mudar o vizinho barulhento?

Mudar os pais??

Pelo contrário, se há algo difícil nessa vida é olhar o próprio umbigo/trava nos olhos/etc e reconhecer que o problema está em nós mesmos. Se há uma tarefa difícil, dura, árdua nessa vida é conseguir se enchergar, ver que todos os defeitos refletivos (reconhecidos com tanta facilidade) nos outros está é em nós mesmos. 1º passo reconhecer, 2º querer mudar, 3º mudar.

A vantagem de mudar uma frequência de pensamento (e por conseguinte, atitudes) é que não se volta atrás. Quando um novo pensamento (ou uma nova ideia) é plantada na mente e ela faz sentido aí nada a faz sair de lá. Ok, só outra ideia que faça mais sentido ainda. A pessoa precisa querer acreditar naquilo, considerar aquilo uma verdade. Digna de ser considerada e defendida.

Pois que uma amiga (ok, psicóloga) um dia indicou que poderia ser o caso de eu caçar um tipo de terapia comportamental chamada EMDR ou EMDR- Eye Movement Desensitization and Reprocessing - Dessensibilização e Reprocessamento através de Movimentos Oculares.

Não se sabe porque ou como mas o movimento dos olhos ao se pensar em traumas faz com que o cérebro consiga ressignificar os pensamentos e padrões mentais tornando aquele pensamento mais uma lembrança que um trauma. Gostei duma comparação/suspeita que li (ou vi em vídeo do youtube sobre) sobre essa movimentação consciente dos olhos ser da mesma linha do REM, movimento que fazemos com os olhos enquanto dormimos. Este é um momento do sono em que nossas ideias são armazenadas/processadas/compreendidas pelo cérebro.

O interessante do trauma é que ele é um acontecimento justamente não processado pelo cérebro. O cérebro não pode trabalhar o acontecimento para que ele pudesse ser devidamente assimilado/compreendido. Para corrigir isso o método de EMDR "força" nosso cérebro a fazê-lo de forma consciente.

Espero que meus problemas passem a ter o problema original (e não o tamanho monstro que atualmente ocupam na minha vida). Quem me conhece saberá quando eles não estiverem mais no caminho. Pois que vou deslanchar em maior velocidade que tenho feito nos últimos anos.

O psicoterapeuta ou psiquiatra precisa ter formação específica nesta atividade e ser cadastrado na Associação que representa a prática no Brasil. Aqui a lista dos profissionais.

Mais em Trauma tem cura
e Orgonizando
também EMDR no Wiki

Ou, melhor ainda, informem-se! Busquem solução para os problemas. São tem problemas quem não procura. Quem procura acha e resolve. Nada de tapar o sol com a peneira, o negócio é reconhecer a existência dos problemas e coexistir pacificamente com eles.

          [VENDE-SE] Sandália preta 10 cm        
Sandália envernizada preta com textura. Confortável além de linda no pé!


Produto: Sandália preta
Cor: Verniz preto
Marca: Milano
Tamanho: 38
Medidas: salto 10 cm
Detalhes: Alças na cor vermelho bordô
Material: Couro sintético
Estado de Uso: Usado 2 ou 3 vezes, com sola está intacta, o salto conta com alguns arranhões só observáveis de perto, só a palmilha prateada está com algumas partes da superfície mais desgastadas do que deveria. Por isso é considerada semi-nova (estruturalmente não há dano).


 
Preço: R$ 45,00 + Frete














          Sete pecados, sete virtudes        

Castidade
Luxúria
Generosidade
Avareza
Temperança
Gula
Diligência
Preguiça
Paciência
Ira
Caridade
Inveja
Humildade
Soberba

O que é um comportamento infantil? E um adulto? Tem a ver com a idade? Pode haver uma criança madura e um adulto infantil?

Por este ângulo me parece que quanto maior domínio das virtudes, mais madura é uma pessoa. É o objetivo ao se cuidar de uma criança, criamos para o mundo, não pra nós mesmos.

Socialmente dividimos em quem pode arcar sozinho com as consequências dos próprios atos ou não.

Decidimos que é com 18 anos. Muito maduros para arcar com um assassinato mas muito infantis para decidir que profissão escolher para "o resto da vida". Em alguns países é somente com 21. Noutros é com 16. E pensar que em alguns a menina já está madura o suficiente para se casar se tiver 14 anos.

Coisas que inventamos para viver em sociedade, hein.
          Primeira Aula de direção veicular        
  Muitos candidatos a condutores preferem aprender a dirigir na autoescola, de maneira correta e segura. Esta condição gera dúvidas: "As 20h/aulas de prática serão suficientes?" "Preciso saber o básico sobre direção veicular para realizar as aulas?" "O instrutor terá paciência para ensinar, já que não tenho prática de direção?"
  Todo instrutor de trânsito é preparado em curso de formação quanto às leis de trânsito e a partir desse conhecimento desenvolve técnicas para facilitar a aprendizagem do aprendiz.
  Para minimizar a ansiedade da primeira aula de direção veicular, convidamos o instrutor Plinio Gomes Braccini (foto) para demonstrar como procede no primeiro contato com o aluno. Não perca a oportunidade de ver este vídeo, entre no link http://www.youtube.com/watch?v=ulBqb_Yq4Cs ou visite nosso Orkut.
          PRISÃO POR PORTE ILEGAL DE ARMA DE FOGO EM CORNÉLIO PROCÓPIO        
CORNÉLIO PROCOÓPIO: Por volta da 00h20min, desta quarta, 09.  em um bairro próximo a Faculdade Uenp pode ser avistada pela equipe RPA uma motocicleta com dois ocupantes em atitude suspeita. Ao fazer abordagem o passageiro foi identificado como M. que portava consigo uma arma de marca Taurus calibre 38 com 20 munições. Não possuindo porte de arma foi dada voz de prisão e encaminhado para medidas posteriores ao ato ilícito enquanto que o condutor alegou ser moto taxista foi encaminhado para averiguações.
          VENDEDORA TEM O CELULAR FURTADO NO CENTRO DE ASSAÍ        

Nesta terça, 08, por volta das  12h34min compareceu à Sede da 3ª Cia, uma senhora relatando que se encontrava na Avenida Rio de Janeiro conversando com clientes do Plano de Saúde para o qual trabalha; quando em determinado momento teve seu celular furtado de dentro de sua bolsa (aparelho da marca Positivo de cor dourada). A noticiante foi orientada quanto aos procedimentos a serem tomados.
          Camurça        

Afinal, o que significa o termo cruelty free?

São produtos não provindos de origem animal, conhecidos também como veganos. A Chá de Mulher entende que os animais não devem ser sacrificados por motivo frívolo. É perfeitamente possível produzir bolsas e acessórios da moda com materiais alternativos e sustentáveis.

A camurça cruelty free tem a mesma aparência da camurça feita a partir de peles de animais. Feito através de um processo menos extensivo no uso de recursos naturais. E sem a toxicidade causada pelas indústrias de curtume.

Tem em sua composição 85% poliester e 15% poliuretano. O poliester todo mundo já conhece, é o mesmo usado na fabricação das garrafas PET. Um dos materiais mais reciclados atualmente. Já o poliuretano, famoso PU é oriundo da exploração do petróleo, por isso a quantidade utilizada é bem menor. Porém nos últimos anos o processo de reciclagem do PU avançou muito, sendo reaproveitado na construção civil e nas indústrias de calçados.

Vale lembrar, que o potencial do ciclo sustentável, está 99% nas mãos do usuário. É ele quem deve dar o fim correto para o produto após o uso.

 

 

Conheça nossos modelos >>

 

camurça eco

 

 

 

Consciência na Moda 

 

selos moda sustentavel

 


          ã€æœ€æ–°ç™¼è¡Œ/搶先聽】 Still Beating - EP        
【專輯】 Still Beating - EP
【藝人】 Mondtraüme
【音樂類型】 電子/舞曲
【發行日期】 2014-12-15
【專輯介紹】
目前暫無介紹
... (更多專輯資訊)
【完整曲目】
1. Still Beating | 05:11
2. Far from Pain (Aesthetische Club Mix) | 05:22
3. A Sea of Distance (Rotersand Remix) | 05:56
4. A Sea of Distance (Avarice in Audio Remix) | 04:05
5. Far from Pain (Nórdik Quanten Selbstmord Mix) | 07:01

          Book Review - The Impact Equation by Chris Brogan and Julien Smith        
René Magritte Disclaimer: I have been a fan of these two guys for quite a few years now, and I loved their first book. So it may not come as a huge surprise that I am enjoying this one, too, which they were kind enough to send me as an advance copy free of charge.

Let's start with the first page. You know, the frontispiece, the one after the dedications and the table of contents. It says:

Ceci n'est pas un social networking book.

So what does this tell us? First of all, that these guys know their Belgian surrealists - that's a twist on a very famous painting, The Treachery of Images, by René Magritte. They are signalling to us that they are smart, funny and cultured. If we are in on that secret, that means we are smart, funny and cultured, too! A good start. The statement is accurate, too - it's not a book about social networking, although obviously said networks are an important tool in their arsenal.

I was more amused than illuminated by their attempt to quantify the social impact of a business, person or brand using an actual equation, where the variables make a cute mnemonic, no less:

    C x (R + E + A + T + E)

C = Contrast
R = Reach
E = Exposure
A = Articulation
T = Trust
E = Echo

These are all interesting and useful concepts, and they are nicely broken up into sections: Ideas (which includes Contrast and Articulation), Platforms (which includes Reach and Exposure) and Network (Trust and Echo).

It all makes consummate sense - you need to start with a good idea (with high contrast and well articulated, so people will get excited about it), but you need a platform to share it with the world (reach a lot of people and get them exposed to the ideas), and most importantly, you need a network of people who care and will share it with their friends, because you have built trust and you echo, or resonate, with their lives and concerns.

They talk about matters as abstruse as bravery in life and as concrete as mind-mapping, whether in the form of those oval thingies with tails or whole storyboards. The book is chock-full of fascinating stories, from the Dollar Shave Club to Instagram, and analyses all of these businesses to see how they measure up in terms of the Impact Equation.

One could argue that anybody who has been around on the Net long enough (and has read Seth Godin, Clay Shirky, Chris Garrett, et al.) could have come up with these criteria for success, but Chris and Julien sat down and clarified them for us, and for this we should all be profoundly grateful. That they also peppered their book with examples and good advice as to what has worked well for them makes it even better and more useful - but I really think their main contribution has been to put into words what so many have been struggling to articulate.

Oh, and their book is just snicker-out-loud funny sometimes. "Welcome to the new tools, same as the old. Only better, because you actually know what to do with them. It's almost like puberty all over again." OK, I'm juvenile. Shoot me.

In conclusion, I enjoyed The Impact Equation, and I would recommend it to anyone who is looking to make a mark out there in The World.

P.S. It's my 100th blog post! Yikes. How did that sneak up on me? Paaarty!
          Fermentation Fun with Friends        
A Portrait of the Author as a Lacto-Fermentation Instructor
On Thursday, October 18th, I had the privilege of teaching a lovely group of people about lacto-fermentation. The space we used was The Red River General Store at 5700 Henderson Highway - for my friends in the local Jewish community, that's the old Stern store. I was stunned to discover how many people were sentimentally attached to that place!

First of all, many thanks to my friend Rosalie, who brought her iPad and took pictures for me. Here is a picture of me behind the counter, posing with a jar of lacto-fermented pearl onions I brought along to demonstrate the kind of things we can make.

Gorgeous winter cabbage
This is one of the gorgeous winter cabbages our gracious hostess Monique provided for us to use. They were so beautiful, some people were munching on them as they went along.

We started with a brief overview of lactic acid fermentation (in which cells convert glucose into lactic acid and energy - it's the same process that happens in your muscles when you run fast, causing "the burn" - although if you are a scientist you may prefer to call it anaerobic glycolysis). It's a traditional method of food preservation all around the world, because the increased acidity of the food causes molds, botulism, etc. to be inhibited, making it very safe. The Lactobacillus bacteria responsible for this miracle are present everywhere, in the air, on the vegetables, on our hands, and most importantly, in our gut. Eating lacto-fermented food, whether vegetables or dairy, is a great way to heal our antibiotic-ravaged digestive systems.
Participants
We washed our hands and cut up that lovely cabbage. We added some good, real salt that had not had all its minerals stripped away, and also some caraway seeds and/or juniper berries for flavour. Then we squished that cabbage within an inch of its life - a source of great enjoyment for everyone, I think. Who says only kids can have fun squishing their food?

The salt drew liquid out of the cabbage incredibly quickly, and we soon found ourselves with liberal quantities of brine in our bowls. We then filled little mason jars (yes, I know, they don't seal as well as one would like, but they are great for beginners). We were careful to cover the cabbage with a nice big leaf to keep it submerged in the brine, and weighted it down with little plastic bags filled with excess brine (again, yes, I know, plastic in our food is B.A.D. But I hope everyone found a better, more suitable weight when they got home).
Chopped cabbage
We finished the evening with a quick, funny video about fermentation and some great discussion. Monique spoiled us with yummy snacks, coffee and amazing herbal tea.

I had an absolute blast and it looked like most people were having a good time. I'm hoping we can do this again - maybe we'll do a kombucha/water kefir/milk kefir session? I do need somebody to provide me with water kefir grains before I can do that ...

Finished productThanks again to Monique, Rosalie and everyone who came out on a rainy, yucky October night to celebrate lacto-fermentation with me!







          Chay Sued faz testes para "Rebelde"        

Ratificando os boatos que circularam pela imprensa enquanto estava confinado no "Ídolos", Chay Suede poderá, de fato, protagonizar "Rebelde" na Record.

Segundo a coluna Canal 1, o ator fez alguns testes recentemente e está sendo acompanhado constantemente pelos produtores da emissora paulista.
 
 
Fonte:Natelinha

                
                  
A Record deve escalar alguns dos participantes de "Ídolos" para "Rebelde", primeira novela musical que produzirá ao lado da Televisa.

Chay Suede, que é um dos favoritos para vencer a terceira temporada, seria um dos que estrelaria o folhetim. Além dele, Rafael Barreto, vencedor da edição de 2008, também deve ganhar um papel em "Rebelde". Thaeme Marioto, destaque da segunda temporada de "Ídolos" enquanto o mesmo era produzido pelo SBT, é outra que fez um teste para a adaptação brasileira.


Apesar de haver cogitação de nomes, ainda não há nenhuma informação oficial à respeito dos protagonistas de "Rebelde". Os testes continuam ocorrendo e Margareth Boury, responsável pelo texto, segue com seus trabalhos.  

Fonte:Natelinha
                        
          AVISO PRÉVIO        

 ANTIGA LEI

A comunicação antecipada é obrigatória do fim do contrato de trabalho, e feita pelo empregado ou pelo empregador.
O período mínimo a ser cumprido após a comunicação ao empregado e de 30 dias.
O trabalhador cumpriu o aviso conforme a Consolidação das leis trabalhistas (CLT), se o empregado deixa o emprega voluntariamente, tem que continuar trabalhar por 30 dias. Se não quiser cumprir o aviso devera ressarcir a empresa. Já quando o empregado e dispensado a empresa devera mantê-lo no trabalho por 30 dias ou liberá-lo pagando pelo período não trabalhado.

 NOVA LEI

A nova lei 12.506/2011 aumenta de 30 para até 90 dias o aviso prévio que o empregador deve conceder ao funcionário no caso de demissão. As regras se aplicam para os desligamentos a partir do dia 13 de outubro de 2011, e não influenciam quem pediu demissão ou foi demitido antes da vigência do novo prazo.
Para os que permanecerem por mais tempo, será somado ao aviso mais três dias por ano trabalhado, com limite total de até 90 dias. Em caso de demissão voluntária, o empregado deve trabalhar pelo mesmo período ou ressarcir a empresa pelo tempo devido. Mas a empresa pode optar por liberar o empregado, sem ônus.
A medida vai beneficiar o trabalhador que tem mais estabilidade na empresa, e vai evitar demissões injustificadas por parte das companhias, já que demitir vai custar mais caro. Por outro lado o novo prazo, à primeira vista, beneficia o funcionário, mas se for levado em conta o fato de que o empregador também pode exigir o cumprimento do aviso prévio, mesmo quando demite o empregado, o prazo maior pode prejudicar a recolocação do profissional no mercado.
A Federação das Indústrias do Estado do Rio de Janeiro (Firjan) calcula que, com as novas regras, o pagamento do aviso prévio por parte das empresas será encarecido em 21%, representando um adicional da ordem de 1,9 bilhão de reais por ano. Segundo a Firjan, isso causará um desestímulo adicional à geração de empregos formais no país, contrariando a tendência internacional de flexibilização das legislações trabalhistas.
A nova situação vai impactar todas as empresas e pesar no bolso do empresário. “Atualmente, paga-se um salário ao empregado quando não cumprido o aviso prévio trabalhado. Com as modificações, esta indenização poderá ser de até três salários, o que vai depender da proporcionalidade dos anos trabalhados pelo empregado, além das demais verbas do contrato de trabalho.”
Quanto ao custo da mão de obra no Brasil, e o balanço das demissões e admissões, a nova lei, sem dúvida, encarece o custo de se manter um empregado, e a intenção de tentar diminuir a rotatividade nas empresas pode não ser alcançada. E mais, isso pode de alguma forma, aumentar a informalidade no mercado de trabalho.

          HOMOLOGAÇÃO        

1 - HOMOLOGAÇÃO – RESCISÃO DO CONTRATO DE TRABALHO

A assistência é devida na rescisão do contrato de trabalho firmado há mais de 1 (um) ano, e consiste em orientar e esclarecer empregado e empregador sobre o cumprimento da lei, assim como zelar pelo efetivo pagamento das parcelas devidas.
A homologação da rescisão do contrato de trabalho deve ser assistida gratuitamente, sendo vedada a cobrança de qualquer taxa ou encargo pela prestação da assistência na rescisão contratual.

1.1 - LIMITAÇÕES DA ASSISTÊNCIA

Não é devida a assistência na rescisão de contrato de trabalho em que figurem a União, os estados, os municípios, suas autarquias e fundações de direito público, bem como empregador doméstico, ainda que optante do FGTS.

1.2 - APOSENTADORIA OU MORTE DO EMPREGADO

Na ocorrência do falecimento do empregado, a assistência na rescisão contratual é devida aos beneficiários habilitados perante o órgão previdenciário, reconhecidos judicialmente ou previstos em escritura pública lavrada nos termos do art. 982 do CPC, desde que dela constem os dados necessários à identificação do beneficiário e à comprovação do direito.

Art. 982 Código de Processo Civil:
"Art. 982. Havendo testamento ou interessado incapaz, proceder-se-á ao inventário judicial; se todos forem capazes e concordes, poderá fazer-se o inventário e a partilha por escritura pública, a qual constituirá título hábil para o registro imobiliário.
§ 1º O tabelião somente lavrará a escritura pública se todas as partes interessadas estiverem assistidas por advogado comum ou advogados de cada uma delas ou por defensor público, cuja qualificação e assinatura constarão do ato notarial.
§ 2º A escritura e demais atos notariais serão gratuitos àqueles que se declararem pobres sob as penas da lei."

A assistência é devida, ainda, na hipótese de aposentadoria acompanhada de afastamento do empregado.



1.3 - COMPETÊNCIA

São competentes para assistir o empregado na rescisão do contrato de trabalho:

1- O sindicato profissional da categoria; e
2 - A autoridade local do Ministério do Trabalho e Emprego.

Em caso de categoria não organizada em sindicato, a assistência será prestada pela federação respectiva.

Faltando alguma das entidades ou órgão referidos, são competentes:

I -  O representante do Ministério Público ou, onde houver, o Defensor Público; e
II - O Juiz de Paz, na falta ou impedimento das autoridades referidas no item I acima.

No pedido de demissão de empregado estável, nos termos do art. 500 da CLT, e no pedido de demissão de empregado amparado por garantia provisória de emprego, a assistência será prestada pelo sindicato profissional ou federação respectiva e, apenas na falta de entidade sindical, pela autoridade do Ministério do Trabalho e Emprego ou da Justiça do Trabalho.

1.4 - ASSISTÊNCIA – ORDEM DE PREFERÊNCIA

A assistência será prestada, preferencialmente, pela entidade sindical, reservando-se aos órgãos locais do Ministério do Trabalho e Emprego o atendimento aos trabalhadores nos seguintes casos:

I   - Categoria que não tenha representação sindical na localidade;
II  - Recusa do sindicato na prestação da assistência; e
III - Cobrança indevida pelo sindicato para a prestação da assistência.

1.5 - PRESENÇAS - CARTA DE PREPOSIÇÃO

O ato da rescisão assistida exigirá a presença do empregado e do empregador.
O empregador poderá ser representado por preposto, assim designado em carta de preposição na qual haja referência à rescisão a ser homologada.
O empregado poderá ser representado, excepcionalmente, por procurador legalmente constituído, com poderes expressos para receber e dar quitação. 
No caso de empregado não alfabetizado, a procuração será pública.

1.6 - EMPREGADO MENOR

Tratando-se de empregado adolescente (menor de 18 anos), será obrigatória a presença e a assinatura de seu representante legal, que comprovará esta qualidade, exceto para os adolescentes comprovadamente emancipados nos termos da lei civil.

1.7 - DOCUMENTAÇÕES NECESSÁRIAS

Os documentos necessários à assistência à rescisão contratual são:
Carteira de Trabalho e Previdência Social (CTPS), com as anotações atualizadas;
Comprovante do aviso-prévio, quando for o caso ou do pedido de demissão;
Cópia da convenção ou acordo coletivo de trabalho ou sentença normativa aplicáveis;
Extrato para fins rescisórios da conta vinculada do empregado no Fundo de Garantia do Tempo de Serviço (FGTS), devidamente atualizado, e guias de recolhimento das competências indicadas no extrato como não localizado na conta vinculada;
Guia de recolhimento rescisório do FGTS e da Contribuição Social, nas hipóteses do art. 18 da Lei nº 8.036/1990, e do art. 1º da Lei Complementar nº 110, de 2001;
Comunicação da Dispensa (CD) e Requerimento do Seguro Desemprego, para fins de habilitação, quando devido;
Atestado de saúde ocupacional demissional, ou periódico, durante o prazo de validade, atendidas as formalidades especificadas na Norma Regulamentadora – NR 7;
Ato constitutivo do empregador com alterações ou documento de representação;
Demonstrativo de parcelas variáveis consideradas para fins de cálculo dos valores devidos na rescisão contratual; e
Prova bancária de quitação, quando for o caso.
Quando a rescisão decorrer de adesão a Plano de Demissão Voluntária ou quando se tratar de empregado aposentado, é dispensada a apresentação de CD ou Requerimento de Seguro-Desemprego.

Excepcionalmente o assistente poderá solicitar, no decorrer da assistência, outros documentos que julgar necessários para diminuir dúvidas referentes à rescisão ou ao contrato de trabalho.

1.8 - PRAZOS PARA HOMOLOGAÇÃO

Ressalvada a disposição mais favorável prevista em acordo, convenção coletiva de trabalho ou sentença normativa, a formalização da rescisão assistida não poderá exceder:

I -   O primeiro dia útil imediato ao término do contrato, quando o aviso prévio for trabalhado; ou
II - O décimo dia, subseqüente à data da comunicação da demissão, no caso de ausência de aviso prévio, indenização deste ou dispensa do seu cumprimento.
Os prazos são computados em dias corridos, excluindo-se o dia do começo e incluindo-se o do vencimento.

Na hipótese do item II acima, se o dia do vencimento recair em sábado, domingo ou feriado, o termo final será antecipado para o dia útil imediatamente anterior.

1.9 - MULTA

A inobservância dos prazos previstos sujeitará o empregador à autuação administrativa e ao pagamento, em favor do empregado, de multa no valor equivalente ao seu salário, corrigido monetariamente, salvo quando, comprovadamente, o trabalhador tiver dado causa à mora, conforme prevê a orientação jurisprudencial do TST:

"Nº 351 MULTA. ART. 477, § 8º, DA CLT. VERBAS RESCISÓRIAS RECONHECIDAS EM JUÍZO. DJ 25.04.2007 Incabível a multa prevista no art. 477, § 8º, da CLT, quando houver fundada controvérsia quanto à existência da obrigação cujo inadimplemento gerou a multa. Legislação: CLT, art. 477, caput, §§ 6º e 8º."

pagamento das verbas rescisórias em valores inferiores aos previstos na legislação ou nos instrumentos coletivos constitui mora do empregador, salvo se houver quitação das diferenças no prazo legal.

O pagamento complementar de valores rescisórios, quando decorrente de reajuste coletivo de salários (data-base) determinado no curso do aviso prévio, ainda que indenizado, não configura mora do empregador, nos termos do art. 487, § 6º, da CLT.

1.10 - FORMAS DE PAGAMENTO

O pagamento das verbas salariais e indenizatórias constantes do TRCT será efetuado no ato da assistência, em depósito bancário ou ordem de pagamento.

É facultada a comprovação do pagamento por meio de ordem bancária de pagamento,ordem bancária de crédito, transferência eletrônica disponível ou depósito bancário em conta corrente do empregado, facultada a utilização da conta não movimentável conta salário, prevista na Resolução 3.402/06, do Banco Central do Brasil.

Neste caso, o estabelecimento bancário deverá situar-se na mesma cidade do local de trabalho, devendo, nos prazos previstos no Â§ 6º do art. 477 da CLT, o empregador informar ao trabalhador a forma do pagamento e os valores a serem disponibilizados para saque.

Na assistência à rescisão contratual de empregado adolescente ou não alfabetizada, ou na realizada pelos Grupos Especiais de Fiscalização Móvel, instituídos pela Portaria MTE 265/2002, o pagamento das verbas rescisórias somente será realizado em dinheiro.

1.11 - FORMALIZAÇÕES DA RESCISÃO

No ato da assistência, deverá ser examinada:

I   -  A regularidade da representação das partes;
II  - A existência de causas impeditivas à rescisão;
III - A observância dos prazos legais;
IV - A regularidade dos documentos aprese